16 Giugno Giu 2016 1120 16 giugno 2016

In Repubblica Ceca con Brazzale: «Andiamo oltre l’ideologia del made in Italy e torneremo a crescere»

Tre giorni tra stalle e caseifici con il produttore del Gran Moravia: «Provenienza non è sinonimo di qualità. Il biologico e i Dop? Sono macchine della suggestione»

Getty Images 170534230
THIERRY ZOCCOLAN/AFP/Getty Images

Olomouc (Repubblica Ceca). «Il genio degli italiani sta nella loro inventiva e nella loro adattabilità. Non in territori santificati, e nemmeno in tradizioni immaginarie canonizzate dallo Stato. Quest’ultima è una strada che porta alla paralisi e alla fossilizzazione». A scriverlo è l’Economist, bibbia globale del giornalismo economico , a chiosa di un articolo del 4 giugno scorso che si intitola “Per amore della pizza” (sottotitolo: l’orgoglio dell’Italia per il cibo “genuino” rivela molto a proposito dei suo problemi economici). Articolo, questo, che ha il merito, soprattutto, di cogliere il punto di una dialettica tanto fondamentale quanto inespressa.

La battaglia, perché di questo si tratta, vede contrapposte due opposte fazioni. Entrambe, sia chiaro, perorano la causa della manifattura italiana. Della prima fazione fa parte chi crede che il made in Italy sia una tradizione culturale, prima ancora che un asset economico, che va protetta dalle contaminazioni, per preservarne l’eccellenza e poterne estrarre tutto il valore commercializzandola nel mondo, prima che lo facciano Starbucks, o Pizza Hut, o i produttori di Asiago del Wisconsin per noi. Della seconda fa parte chi pensa, invece, che resistere alle contaminazioni non serva a nulla. E che al contrario, quelle stesse contaminazioni, di cui la nostra storia e le nostre tradizioni sono piene, siano un formidabile volano per innovare e promuovere le nostre produzioni nel mondo.

Le forze in campo, va detto, sono molto sbilanciate. La prima fazione ha dalla sua i ministeri economici, le associazioni di rappresentanza, i grandi media, i più autorevoli editorialisti italiani, opinon maker come Carlo Petrini di Slow Food. Ognuno dei quali, a suo modo, ha concorso a costruire, alimentare e diffondere quell’ideologia dell’eccellenza e della purezza del made in Italy che l’Economist contesta. Ci sono molti posti vuoti, invece, tra le fila della seconda fazione. Ci sono intellettuali come Piero Bassetti, che nel suo ultimo libro, dal titolo “Svegliamoci Italici!”, propone una nuova narrazione della nostra identità, fondata non più sulla provenienza, ma sugli ideali di bellezza, gusto, capacità di far bene le cose, che da essa promana. A prescindere che a farle, quelle cose belle, sia un italiano o uno straniero, in Italia o all’estero. E poi ci sono imprenditori come Roberto Brazzale, che è la rappresentazione concreta dell’italico, per dirla con Bassetti. Di un’imprenditore che, prima accidentalmente, poi consapevolmente, è riuscito ad andare oltre il made in Italy.

«Biologico o DOP sono modelli burocratici che creano solo potere clientelare, posti di lavoro per sindacati ed enti di certificazione e rendite di posizione a chi si mette in mezzo tra i produttori e il mercato. Il più delle volte, queste certificazioni sono enormi macchine della suggestione»

Cinquantaquattro anni, ultimo discendente di una famiglia che produce grana e altri formaggi nell’altopiano di Asiago dal 1783, Brazzale è l’unico imprenditore italiano che l’Economist, nel suo articolo, degna di una menzione. Il motivo? La decisione di sfidare territori e tradizione per produrre il proprio grana in Repubblica Ceca, col latte delle aziende agricole della campagna morava che si estende attorno alle città di Olomouc e Brno. Siamo nei Sudeti, uno di quei posti in cui la Storia, con la S maiuscola, è passata spesso, soprattutto negli ultimi duecento anni. Qui, in un prato alle porte di Slavkov, un piccolo Paese alle porte di Brno che un tempo si chiamava Austerlitz, si è combattuta una delle più importanti battaglie dell’era moderna, il capolavoro di Napoleone Bonaparte, che il 2 dicembre del 1805 sconfisse la coalizione tra l’Impero Russo e Il Sacro Romano Impero, decretando la fine di quest’ultima, millenaria istituzione. Qui, l’invasione-annessione della Germania nazista fece rotolare il Vecchio Continente verso la seconda guerra mondiale.

Anche la storia di Brazzale e del suo “Gran Moravia”, in fondo, è figlia della Storia: «Erano passati pochi anni dalla caduta del Muro di Berlino e la Cortina di Ferro non c’era più - racconta -. Noi, come molti altri imprenditori esploravamo il centro Europa ex comunista, ex asburgico, in lungo e in largo, per capire cosa si poteva fare per far crescere le nostre imprese, per realizzare i grandi progetti di nuove filiere agro industriali di grande respiro e qualità che la nostra generazione sognava di realizzare di pari passo con la caduta delle barriere nel mondo». I primi viaggi oltre Cortina si rivelano un buco nell’acqua. L’unica eccezione, per l’appunto, la Repubblica Ceca, appena separatasi dalla Slovacchia. E in particolare la Moravia e i Sudeti, incastonati tra Germania, Austria e Polonia, dove l’agricoltura ha seguito una traiettoria di sviluppo tanto accidentale quanto interessante: «Il regime comunista aveva tolto ai piccoli produttori terrieri locali il diritto di godimento sui loro piccoli appezzamenti, riunendoli forzatamente in grandi cooperative in cui ognuno di loro era diventato bracciante - spiega Brazzale -. Quando cade il comunismo, i proprietari non ritornano piccoli agricoltori, ma affittano congiuntamente i loro terreni alle imprese agricole succedute alla cooperative, grandi, molto efficienti e pronte al contesto dell’economia di mercato globalizzata. Non sono latifondi nobiliari o megacoop socialiste, ma dinamiche, grandi, imprese agricole con forti economie di scala e altamente professionali perché gestite da agronomi, veterinari, economi. Un caso felice di eterogenesi dei fini».

Non solo competenze e grandi estensioni. Tutto sembra cospirare a favore della Moravia: il clima, piovoso al punto giusto, ideale per il latte; la posizione geografica, in mezzo all’Europa, sull’asse autostradale che congiunge il Veneto con Vienna e Praga; amministrazione e cultura asburgica, l’energia che costa il 30% in meno che in Italia e, ovviamente, anche manodopera qualificata, latte di qualità elevata a prezzi tedeschi: «Avevo trovato la terra promessa per produrre il mio grana, ma non ci dormivo la notte - ricorda Brazzale -. I vecchi della famiglia non volevano saperne di andare a produrre all’estero, né tantomeno di scontrarsi frontalmente con il Consorzio del Grana Padano, di cui mio nonno era uno dei fondatori. Avevamo di fronte anche noi due strade: quella di fare il bene della nostra azienda e dei nostri lavoratori. O quello di sacrificarlo sull’altare del dogma del territorio di provenienza, ormai ristretto e urbanizzato, della tradizione istituzionalizzata e dei disciplinari di produzione funzionali al controllo dell’offerta contro l'interesse del consumatore. Una logica che mette al centro il produttore di materia prima. Abbiamo fatto un bel respiro e abbiamo rischiato».

«La burocrazia uccide lo spirito di impresa, per questo l’Europa è un continente vecchio e senza crescita»

Roberto Brazzale

La reazione del Consorzio, che si sente tradito da uno dei suoi più autorevoli membri, è veemente: «Pretendono le mie dimissioni dal consiglio d’amministrazione e quando capiscono che non c’era alcuna ragione per dare loro questa soddisfazione cambiano lo statuto del Consorzio per obbligarmi a uscirne». ricorda Brazzale. Finito un braccio di ferro, ne comincia un altro: «Nonostante sia palesemente una denominazione generica, la politica regala al Consorzio l’esclusiva sulla parola “grana” anche se separata dalla specifica “padano”, così, in attesa di un futuro chiarimento ci troviamo impediti ad usare la parola “grana” per un formaggio che lo è a tutti gli effetti. Così lo chiamiamo Gran Moravia, un omaggio alla storia della “grande Moravia”, ma anche un modo per indicarne orgogliosamente il territorio di origine, una specie di DOP privata, qui stava lo scandalo, mentre gli altri fanno di tutto per nasconderla quando importano dall’estero. Niente, oggi vorrebbero addirittura impedirci di usare l’aggettivo “gran”, che, sostengono, potrebbe ingannare un consumatore “poco avveduto”, dicono». Quella che doveva essere una sana competizione sui mercati a vantaggio del consumatore diventa una guerra in punto di vocabolario, «un sequestro della lingua italiana, che è un bene pubblico, di una parola generica indispensabile per identificare la tipologia di un prodotto, a favore degli interessi particolarissimi e privati dei consorziati a ridurre la concorrenza sul mercato».

Brazzale non arretra e rilancia attaccando frontale al cuore dei dogmi del made in Italy: dimostrare che non c’è alcuna correlazione necessaria tra provenienza e qualità «due allevatori della stessa zona tipica possono essere uno sporcaccione uno e un "farmacista" l’altro»; che si può fare un prodotto migliore spendendo meno; che l’est Europa non è la Cina più vicina, ma il centro di una nuova Europa in crescita, più moderna, più efficiente. Per farlo, di solito, si ricorre a standard istituzionalizzati dall’Unione Europea o dalle Regioni. Brazzale no: «Biologico o DOP sono modelli burocratici che creano solo potere clientelare, posti di lavoro per sindacati ed enti di certificazione e rendite di posizione a chi si mette in mezzo tra i produttori e il mercato - spiega -. Peraltro, il più delle volte, queste certificazioni sono enormi macchine della suggestione. Quando compra un prodotto biologico, ad esempio, il consumatore medio compra una suggestione, soddisfa un suo bisogno idealistico senza alcun aggancio razionale alla realtà. Nessuno, realmente, sa cos’è il biologico e in che cosa realmente si differenzia dagli altri prodotti. Noi, al contrario, non vogliamo buggerare il consumatore con suggestioni alla moda, ma comunicare all’Italia che la Moravia è una grande regione agricola. Così ci siamo costruiti un nostro standard che comunichi le caratteristiche esclusive della nostra filiera, oggettive e misurabili, confrontabili. Sembra strano, ma tutti siamo liberi di farlo senza necessariamente aspettare un farraginoso regolamento comunitario che lo istituzionalizzi, magari creando uffici pubblici che lo gestiscano. La burocrazia uccide lo spirito di impresa, per questo l’Europa è un continente vecchio e senza crescita».

«Chi l’ha detto che debba per forza esserci una correlazione tra costo e qualità? Chi promuove questa supposta verità è probabile che lo faccia per giustificare un prezzo elevato, figlio di processi produttivi inefficienti»

Roberto Brazzale

Si chiama filiera ecosostenibile e voler essere maligni - guai a scambiare un ottimo venditore per un filosofo - si potrebbe dire che ha poco dello standard, visto che è cucito addosso alle caratteristiche del Gran Moravia. Al netto del marketing, tuttavia, pone questioni degne di nota. Il clima fresco e l’abbondanza di terreno agricolo garantiscono tutto il foraggio necessario per le mucche e a differenza delle imprese italiane, Brazzale non deve importare erba medica dalla Spagna o paglia e fieno dalla Puglia, né tantomeno irrigare i campi quanto gli toccherebbe farlo in Pianura Padana. Risultato? La produzione di Gran Moravia “costa” 2090 litri d’acqua all’anno, quella di Parmigiano Reggiano 11mila litri. Non solo: se il clima è caldo e umido il foraggio va in stress idrico e si espone, com’è accaduto lo scorso anno in Italia, alle aflatossine, cancerogeni che poi finiscono in latte e formaggi. In Moravia questo rischio non esiste. Per Brazzale è un «indicatore indiretto dell’allocazione ottimale del processo produttivo e della qualità intrinseca di foraggi e del prodotto finito. E l’abbiamo messo su ogni confezione: basta inquadrare il Qr code con il cellulare e si può vedere su Google Maps da dove viene il latte usato per produrre quella forma. Siamo gli unici che lo fanno. E lo facciamo perché siamo sicuri di quel che facciamo. Che la Moravia, semplicemente, sia un posto perfino migliore dell’Italia per fare un prodotto italiano come il grana».

Questa convinzione, tuttavia, si scontra contro la Cortina di Ferro che sopravvive, volenti o nolenti, nelle teste di chi abitava dalla parte giusta dell’Europa. Fuor di metafora, contro il pregiudizio che l’Est Europa - ma Brazzale rivendica che «la Moravia è a nord dell’Italia, non a est» - serva solo a comprimere i costi e sia sinonimo di produzioni opache, controlli inesistenti, approssimazione, sfruttamento della forza lavoro: «Denigrazioni interessate dei concorrenti, che cercano di disconoscere la straordinaria civiltà di questi paesi e il loro rapido sviluppo verso i primati del passato - risponde Brazzale - Produrre a parità di qualità qui costa meno che in Italia, ovvio, è uno dei grandi vantaggi che abbiamo perseguito e voluto offrire al consumatore, ma chi l’ha detto che debba per forza esserci una correlazione tra costo e qualità? Chi promuove questa supposta verità è probabile che lo faccia per giustificare un prezzo elevato, figlio di processi produttivi inefficienti. Il costo di un prodotto è in diretta relazione con l’efficienza dei suoi fattori produttivi, non in relazione alla sua qualità. Io qui spendo meno perché tutto il sistema è più vocato e meglio organizzato».

«Diciamo che noi italiani siamo i migliori, che abbiamo la manifattura migliore del mondo, il cibo più buono del mondo, i paesaggi più belli del mondo, ma giochiamo sempre in difesa, paurosi, incapaci di soddisfare l’enorme domanda che potremmo soddisfare»

Roberto Brazzale

Il legame tra Brazzale e l’Italia è tutto fuorché reciso. Da quando è iniziata l’avventura in Moravia i dipendenti di Brazzale in Italia sono raddoppiati e il loro profilo professionale notevolmente migliorato. Buona parte della produzione di Gran Moravia, circa l’85%, torna a casa, dove viene stagionato, confezionato, ed è venduto sugli scaffali dei supermercati italiani. Non solo: il caseificio ceco di Brazzale produce cagliata di alta qualità che viene spedita in celle frigoriferi a numerosi caseifici artigianali italiani. E i punti vendita disseminati tra la Moravia e Praga, piccole boutique alimentari chiamate “La formaggeria” - in italiano - importano e vendono, insieme al gran Moravia, formaggi, salumi e prodotti tipici italiani: «Diciamo che noi italiani siamo i migliori, che abbiamo la manifattura migliore del mondo, il cibo più buono del mondo, i paesaggi più belli del mondo, ma giochiamo sempre in difesa, paurosi, incapaci di soddisfare l’enorme domanda che potremmo soddisfare grazie ai nostri saperi, alla nostra capacità di produrre, alla nostra creatività, solo che ci liberassimo dalla logica perdente del mero confine territoriale, valorizzando in casa le materie prime estere e risalendo nella catena del prodotto fino a gestire processi fuori dai nostri confini», chiosa Brazzale. L’Italia è più vicina di quanto sembra, da là.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook