24 Giugno Giu 2016 0844 24 giugno 2016

La storia insegna: l’Inghilterra ha sempre detto no ai "continentali"

Nel 410 d. C. furono, di fatto, estromessi dall’impero romano. Se la sono legata al dito, e ogni volta che possono lo fanno notare. Da Shakespeare a Wellington, da Churchill ai giorni nostri: sono un altro mondo

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Correva l’anno 410 d.C quando l’imperatore romano Onorio, in una lettera ai magistrati britannici, spiegava che non sarebbero potuti intervenire per difenderli dagli attacchi degli angli e dei sassoni. L’impero aveva ben altre gatte da pelare – di lì a poco ci sarebbe stato il sacco di Roma da parte di Alarico – e quell’isoletta lassù a nord non era una priorità. Ebbene, se la sono legata al dito. Sono passati 1606 anni, ma appena c’è stata la possibilità di prendersi una rivincità, gli inglesi (ormai del tutto invasi da angli, sassoni e mille altre etnie) se la sono presa. Non ci volevate allora? Non vi vogliamo noi adesso.

Del resto, il concetto di “insularità” british, la distanza dal continente fatta di pochi chilometri di mare e di migliaia di chilometri di cultura, non è mai venuto meno. Si è costruito nei secoli, alimentato da scontri, incontri, differenze. Hanno detto addio proprio nell’anniversario della morte di Shakespeare, il più british dei british. E non è un caso che il Grande Bardo nel suo Enrico VIII, fece dire alla regina che: “Non sarò una regina per il mondo intero”. Appunto.

È la differenza inglese, quella che non li ha mai resi europei. Loro hanno sempre detto no, a ben pensarci. Fin dal 1534, addirittura, con un atto di “supremazia”, hanno detto no al Papa e alla Chiesa cattolica. Se ne sono creata una tutta loro – anglicana appunto – e il Re si è posto al suo vertice. Anche oggi, la Regina Elisabetta (che era a favore del Leave) ha raccolto questa pesante eredità.

Diversi e insulari, hanno resistito (con molta fortuna) a tutti i tentativi di invasione. Nel 1588 riuscirono a respingere l’Invincible Armada, così spagnola, così volgare nella sua sicumera. Secoli più tardi, resistettero ai bombardamenti tedeschi e, al tempo stesso, dissero no al corteggiamento hitleriano che faceva appello alla comune origine ariana (che pure non disprezzavano).

Dalla loro distanza, nutrivano il sogno del controllo degli affari dei vicini. Nei secoli in mezzo, si sono sempre immischiati nelle vicende belliche europee: c’erano nella Guerra dei Sette Anni. C’era Wellington a guidare le armate contro Napoleone a Waterloo. Era inglese l’incrociatore che, chissà perché, non oppose resistenza all’arrivo di Garibaldi in Sicilia. E un secolo più tardi Churchill, mentre aspettava il D-Day, ennesimo sbarco sul continente, dirà a De Gaulle: “Ogni volta che l’Inghilterra dovrà scegliere tra Europa e mare aperto, sceglierà sempre il mare aperto”. Perché l’Europa è simpatica, ma Roosevelt è potente. E oggi Bruxelles, che è solo una grande perdita di tempo, è la classica fonte di irritazione per la puntualità british.

E allora, nel 2016, si rinnova la tradizione del no. Restare in Europa? Ecco, no, thanks. Perché gli inglesi sono diversi: è diverso il giardino all’inglese, è diversa la birra, e in più guidano, unici in tutta Europa (più Cipro), in un’altra maniera (hanno il volante a destra e la corsia a sinistra). Hanno una massoneria tutta loro, hanno un altro sistema di prese di corrente. Hanno un loro umorismo, una loro moneta (con la quale hanno inventato la finanza, i mercati, il Libor e i trucchi per aggirarlo) e un sistema di pesi e di misure (libbre, piedi). Hanno un modo nazionale di giocare a calcio e per distinguersi hanno creato perfino una media tutta loro per calcolarne i punti. Hanno l’abitudine di fare le vacanze quando chiudono le banche, e non viceversa. In più hanno una loro musica rock e una loro musica pop. Hanno, unici, l’orgoglio di avere imposto una lingua al resto del mondo rendendola però impossibile da imparare bene. E vantano una memoria perduta di colonie e di poteri globali. Hanno, insomma, un’ottica isolana e, al tempo stesso, estesa a tutta la Terra. Loro stanno lì, tranquilli: a proteggerli nelle loro scogliere c’è il mare, che li difende, sempre nelle parole di Shakespeare, “dall’invidia di Paesi meno felici, come un muro e un fossato”.

E allora, la storia ha fatto il suo nuovo giro. È arrivata, attesa e inaspettata, l’ora dell’addio. L’ennesimo no. L’Inghilterra resta sempre dov’è. Ma gli inglesi, invece, sono salpati per il mare aperto.

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