29 Giugno Giu 2016 1703 29 giugno 2016

Come si verificano le fonti digitali, spiegato bene

Dopo due anni e mezzo dall'uscita della versione inglese, il Verification Handbook, curato da Craig Silverman e pubblicato dall'EJC è finalmente disponibile in italiano, tradotto da Slow News

Newsroom Mcavoy

Venerdì 24 giugno, al DIG Festival di Riccione è stata presentata per la prima volta la versione in italiana del Verification Handbook, il manuale per la verifica dei contenuti digitali per coprire le emergenze, curato da Craig Silverman e pubblicato dall'European Journalism Centre nel gennaio del 2014.

Questa traduzione italiano, la nona edizione ufficiale del Verification Handbook, è stata eseguita grazie al lavoro di traduzione di Andrea Coccia collaboratore de Linkiesta e cofondatore di Slow News e a quello di revisione di Bernardo Parrella, ed è una edizione che va a colmare un vuoto durato quasi due anni e mezzo, completando il quadro delle lingue dei principali paesi europei e non, dopo inglese, francese, spagnolo, arabo, turco, greco, russo, serbo-croato.

«Questa edizione è particolarmente importante», si legge nel comunicato stampa inviato dall'European Journalism Centre, «perché si inserisce in un contesto giornalistico, quello italiano, in cui la cultura della verifica dei contenuti digitali prodotti dagli utenti è ancora poco diffusa e le sue tecniche e applicazioni sono ancora poco note all'interno delle principali redazioni online».

Il manuale è organizzato in dieci capitoli e arricchito di case history che illustrano l'applicazione dei principi e delle tecniche esposti dai migliori esperti di verifica delle fonti al mondo. Ne pubblichiamo ora un estratto grazie all'autorizzazione dell'EJC. Il manuale completo è scaricabile GRATUITAMENTE dal sito dell'EJC, nel quale esiste anche una versione consultabile online.

In occasione della traduzione italiana, il capitolo 10 — che elenca decine di strumenti decisivi per l'attività di verifica — è stato completamente rivisto e aggiornato.

Uno dei video iconici di quel tragico attentato del 2013 a Boston fu filmato da una donna impegnata nell'ultimo miglio della maratona. Quando la donna era ormai al traguardo, su Boylston Street, qualche metro davanti a lei esplose la seconda bomba. Il video che girò all'impronta era assai convincente, ma andava verificato comunque.

Una foto che mostrava il momento dell'esplosione (qui sotto) era stata diffusa dal giornalista locale Dan Lampariello, già incluso in un elenco di account Twitter organizzato in in precedenza, insieme ad altri giornalisti già noti a Storyful. Il suo tweet era stato geolocalizzato a Boylston Street; quest'informazione, proveniente da una fonte affidabile, contribuì a confermare il luogo preciso dell'esplosione. Ci diede anche un punto di riferimento prezioso per analizzare il video della maratoneta.

La vista di Google Street View su Boylston Street (qui sotto) confermò sia la foto di Dan Lampariello che la prospettiva della donna prossima al traguardo. Infatti, a una analisi più attenta, alcuni maratoneti presenti nel video comparivano anche nella foto di Dan Lampariello.

Questo procedimento ci permise di confermare l'attendibilità del video stesso. Trovare la fonte originale fu meno semplice.

Il video era stato caricato su YouTube da un account che non riportava dettagli e con uno strano nome-utente (NekoAngel3Wolf). Cercando su Twitter con il codice unico del video siamo arrivati all'account che lo aveva diffuso inizialmente, NightNeko3, anche questo privo di dettagli personali. La presenza in entrambi della parola “Neko” lasciava intendere qualche tipo di affiliazione.

Cercando profili analoghi sui social media, scoprimmo su Pinterest lo stesso account (NightNeko3), sotto il nome di Morgan Treacy. Il nostro team di Storyful identificò facilmente l'account Facebook che apparteneva a Morgan Treacy, una ragazza i cui post erano geolocalizzati a Ballston Spa nello stato di New York.

Morgan descriveva il video come la prospettiva della madre sull'esplosione. Sapendo che una maratona prestigiosa come quella di Boston registra i tempi degli atleti, siamo andati a cercare il cognome “Treacy” nella pagina della Boston Athletic Association. Abbiamo trovato una sola corrispondenza — Jennifer Treacy, di età compresa tra i 45 e i 49 anni, proveniente dallo stato di New York. La tabella di marcia di Jennifer Treacy mostrava che aveva passato il 40esimo chilometro alle 14:38 ma non aveva raggiunto il traguardo, 2 chilometri dopo. Jennifer andava a circa 10 minuti per miglio, il che la situava nelle prossimità dell'esplosione alle 14:50, esattamente quando esplose la seconda bomba.

Cercando su Spokeo.com (motore di ricerca per trovare persone attive sui social media e oltre) abbiamo trovato la scheda riferita a Jennifer L. Treacy, 47 anni, residente a Ballston Spa, New York. Anche LinkedIn riportava una Jennifer Treacy di Ballston Spa, impiegata al Ministero della salute dello stato di New York.

L'ultimo dettaglio che confermò la nostra indagine veniva da Gerard Quinn, amico su Facebook di Morgan Treacy, confermata quasi sicuramente come la figlia di Jennifer. Quinn aveva già commentato dei video precedenti caricati da Morgan. Notammo che sul suo profilo Facebook (qui sotto), Quinn si diceva «orgoglioso» che la nipote, Jennifer, corresse la maratona di Boston, includendo link alla sua mappa del percorso. Più tardi, dopo le esplosioni, aveva scritto su Facebook che Jennifer stava bene e che era sulla strada di casa.

Trovato il suo numero sull'elenco telefonico, parlammo direttamente con Jennifer Treacy: ci confermò che quel video era stato girato da lei ed eravamo autorizzati a usarlo. Ne aveva informato anche le autorità, aggiunse.

Riepilogando, tutte le informazioni necessarie a dimostrare la veridicità del video erano reperibili online tramite strumenti gratuiti — dettagli sulla località, commenti di conferma, le tracce digitali di chi lo aveva caricato e i contatti della fonte originale. Grazie alla familiarità del nostro team con questi strumenti, siamo riusciti a verificare il video nel giro di circa 10 minuti.

L'autore: Malachy Browne è stato uno dei manager di Storyful, la prima agenzia stampa dei social media con base a Dublino e corrispondenti in Asia e Stati Uniti, strumento ideale per scoprire, verificare e distribuire i migliori contenuti prodotti dagli utenti. Ha lavorato con Reportedly e ora è al New York Times, dopo aver creato e lavorato al progetto Politico.ie e curato il sito web dell'omonimo rivista politica. Programmatore e convinto sostenitore della capacità della tecnologia di rafforzare il giornalismo, Browne è originario di Broadford, nella contea di Limerick, e vive a Dublino. Twitter: @malachybrowne.

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