La strage di Dacca
4 Luglio Lug 2016 0757 04 luglio 2016

L’Isis non esiste

Da Orlando a Dacca, i nuovi attentatori non c’entrano nulla con lo Stato Islamico, eppure ne rivendicano - contraccambiati - l’appartenenza: segnale di un pericolo ancora più grande, perché inafferrabile

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Uno degli attentatori di Dacca, in un immagine diffusa dai social media dello Stato Islamico

Il paradosso è servito: sebbene l’attentato di Dacca sia stato rivendicato dall’Isis, sebbene siano state diffuse dall'Isis stesso le immagini di cinque dei sette attentatori, kefiah rossa, kalashnikov in pugno, bandiera nera alle spalle, secondo fonti governative del Bangladesh non si tratta di Isis. Gli attentatori, spiegano, erano giovani rampolli di buona famiglia, che non avevano mai visto una scuola coranica in vita loro. Semmai, affermano, erano legati a gruppi terroristici vicini ai servizi segreti pakistani (Isi, senza la S finale) e Jamaat e-Islami, uno dei partiti di opposizione che vuole defenestrare l'attuale governo.

La stessa situazione di Orlando, a ben vedere. Dove Omar Mateen, l'attentatore che ha ucciso cinquanta persone nella discoteca Pulse, si è dichiarato dell'Isis, dove l'Isis ha rivendicato l'attentato, ma dove, nonostante tuto, il presidente Obama ha detto che non vi sono prove di un coordinamento nè di un ordine esterno, proveniente dalla Siria o dall’Iraq. In altre parole, anche a Orlando non è stato l'Isis a ordinare di colpire.

Cos’è allora l’Isis? L’organizzazione paramilitare che ha conquistato un territorio grande come il Regno Unito tra Iraq e Siria? L’organizzazione parastatuale che vi ha instaurato un Califfato con le sue leggi, le sue istituzioni, la sua burocrazia? Una rete terroristica ramificata, presente in tutto il mondo? Un gruppo di hacker che fa propaganda per centiaia di potenziali “lupi solitari” che vogliono provare l'ebrezza di uccidere infedeli o farsi saltare in aria?

Forse è tutte queste cose e nessuna. L’Isis è una specie di cancro che nasce nel cuore dell’Islam e che dell’Islam è una mutazione mortale. Come un tumore maligno si diffonde nell’organo che gli fa da casa, per poi diffondere le sue metastasi lungo tutto il corpo. Non è possibile capire dove colpirà, perché un cancro non ha strategia, se non quella di distruggere dove è più facile farlo. Può essere che, come sabato sera a Dacca, risparmi i musulmani in grado di recitare versetti del Corano. Può essere decida scientemente di colpire altri musulmani, come è successo ieri a Baghdad (due autobombe, 126 morti di cui 25 bambini, nel quasi-silenzio dei media). Può seminare il terrore tra i giovani che assistono a un concerto a Parigi, così come tra gli anziani turisti tedeschi in fila per visitare il tempio di Santa Sofia a Istanbul. Può colpire a una festa scolastica o in un gay club, in un villaggio vacanze o in un supermercato. Può non rivendicaricarlo, come accade quasi sempre in Turchia, oppure farlo anche se non c'entra nulla o quasi come a Orlando e Dacca. Può uccidere in nome del Corano, e in nome del Corano insanguinare il Ramadan con una scia di attentati.

Ogni volta finiamo per chiederci perché le vittime siano tali, perché cristiani o omosessuali, perché ebrei o americani, per colpa della loro apostasia religiosa o per ragioni politiche. A volte, proviamo pure a trovare ai terroristi delle motivazioni razionali - il neoliberismo, le disuguaglianze sociali, il rifiuto della società laica e secolare - e ogni volta ci troviamo a dover alzare la braccia, incapaci di capire cosa spinga degli uomini a morire per uccidere altri uomini. A parte la folle interpretazione di un credo religioso, s’intende.

Incapaci di comprendere, finiamo per non combattere. Anche perché, come insegnano Russia e Turchia, è chi combatte (o chi smette di sostenere, come parrebbe nel caso di Ankara) che paga il prezzo più alto al terrore. E noi vogliamo essere salvati gratis. Così siamo tutti Parigi, tutti Bruxelles, tutti Orlando, tutti Istanbul, ma tirando un bel sospiro di sollievo, ogni volta. Fino che non tocca a noi, o a qualcuno dei nostri, come a Dacca, o prima ancora in Libia.

Incapaci di comprendere, finiamo per non combattere. Anche perché, come insegnano Russia e Turchia, è chi combatte che paga il prezzo più alto al terrore. E noi vogliamo essere salvati gratis. Così siamo tutti Parigi, tutti Bruxelles, tutti Orlando, tutti Istanbul, ma tirando un bel sospiro di sollievo, ogni volta. Fino che non tocca a noi, o a qualcuno dei nostri, come a Dacca

Quando accade, sappiamo pronunciare solamente frasi di circostanza e mostrare i muscoli davanti allo specchio. O, peggio ancora, strumentalizzare la tragedia per qualche voto o qualche copia di giornale in più. Chiediamo pubbliche e paradossali dissociazioni a gente cui l’Isis ha bruciato la casa e sgozzato i figli, giusto per far andare di traverso il caffè al radical chic della porta accanto. Che a sua volta ne approfitta per distribuire patenti nazifasciste a chiunque provi a mettere in discussione un modello di integrazione multiculturale che, soprattutto nelle periferie delle grandi metropoli, mostra oggi tutti i suoi limiti.

Andiamo avanti qualche giorno e poi torniamo a occuparci delle dimensioni delle vongole bivalve e delle polemiche tra Renzi e D’Alema. Serve a distrarci, tra un attentato e quello successivo. O meglio ancora, a farci dimenticare che mentre ci illudiamo che il tumore stia regredendo, migliaia di adolescenti sono vittime di una propaganda virale che idealizza il martirio, migliaia di bambini stanno imparando che chiunque non creda in Allah merita di morire. Al punto tale che persino un duro come il primo ministro francese Manuel Valls è costretto ad ammettere che «dall’Isis ci aspettiamo altri grandi attentati».

Potremmo combatterlo in mille modi, questo tumore. Potremmo farlo dando un senso all’Unione Europea, come forza geopolitica di dialogo e cooperazione, certo, ma anche come attore militare. Potremmo inondare l’Africa di investimenti per lo sviluppo concorrendo a far nascere e crescere mercati floridi per i nostri prodotti, ma anche cultura democratiche, istituzioni solide, sistemi sociali equi. Potremmo investire nella formazione e nelle politiche abitative delle periferie urbane per fare dei giovani profughi e dei giovani migranti i cittadini europei di domani, quelli che risolveranno per noi un rompicapo altrimenti insolubile, che si chiama demografia. Potremmo decidere di intervenire davvero in Medio Oriente, come si fece a suo tempo in Europa coi nazisti. Ma invece non facciamo nulla. L’inazione assurge a strategia. Perché far finta che i problemi non esistano è la nostra specialità. A ben vedere, la specialità di tutte le civiltà decadenti.

Eppure, è difficile prendersela fino in fondo con l’inazione dei nostri governi. Perché l’Isis, anche se colpito a morte dai raid russi e dall’avanzata dell’esercito iracheno a casa sua, trova modi e forme per riemergere, sempre uguale e sempre diverso, globale e pulviscolare. Il capolavoro finale è riuscire a convincerci che non ci sta colpendo, mentre ci colpisce. Che non esiste, mentre ci sta circondando.

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