Giornalismo
13 Luglio Lug 2016 0742 13 luglio 2016

Giornalista suicida in Calabria: l’editore accusato di “violenza privata”

Il sostituto procuratore di Cosenza Maria Francesca Cerchiara ha chiesto la condanna a quattro anni per Pietro Citrigno, editore di Calabria Ora, dove Alessandro Bozzo lavorava. Il cronista, dopo esser stato costretto a dimettersi, nel marzo 2013 si sparò un colpo in testa

Alessandro Bozzo

Uno spaccato dell’informazione in Calabria, ma anche nel resto d’Italia. Il processo sulla morte del cronista di Calabria Ora, Alessandro Bozzo, che si è tolto la vita nel marzo del 2013 con un colpo di pistola alla testa, è anche e soprattutto questo: una storia di pressioni e precarietà. Come ce ne sono tante.

Ma secondo il sostituto procuratore di Cosenza Maria Francesca Cerchiara, l’editore del quotidiano, Pietro Citrigno, questa volta avrebbe esercitato sul giornalista «una violenza privata feroce», costringendolo a dimettersi e a firmare un contratto a tempo determinato. Era l’unica possibilità, per Alessandro Bozzo, per continuare a lavorare per il quotidiano diretto allora da Piero Sansonetti, oggi direttore del Dubbio. Per questo motivo, al termine della requisitoria, il pm ha chiesto la condanna a quattro anni di carcere per Citrigno, imprenditore cosentino delle cliniche private. Trasmettendo gli atti alla procura, perché sarebbero emersi «nuovi elementi e ipotesi di reato di estorsione e violenza privata» esercitate da Citrigno nei confronti di Bozzo e di altri quattro giornalisti: Pietro Comito, Antonio Murzio, Antonella Garofalo e Francesco Pirillo.

Poche settimane prima di togliersi la vita, «Alessandro era stato costretto a dimettersi e a passare da un contratto a tempo indeterminato articolo 1 a uno a tempo determinato», racconta Antonio Murzio, allora capocronista della redazione di Cosenza di Calabria Ora. Alcuni suoi colleghi rifiutarono di firmare il contratto e vennero licenziati. «Pietro Citrigno disse chiaramente che chi voleva continuare a lavorare doveva dimettersi e accettare il nuovo contratto, ma alle sue condizioni», ha raccontato il collega Pietro Comito in aula.

Lo stesso Bozzo aveva definito «un’estorsione» il nuovo contratto che gli avevano fatto firmare. Un «contratto di precariato imposto dal padrone, ovvero dall’imputato», ha detto il pm Cerchiara. «Alessandro si sentiva umiliato». E «firmare quel contratto rientra negli estremi della violenza privata, avvenuta in modo feroce».

Alessandro era stato costretto a dimettersi e a passare da un contratto a tempo indeterminato articolo 1 a uno a tempo determinato. Lui stesso aveva definito il nuovo contratto «un’estorsione»

Il “padrone” a Calabria Ora era Pietro Citrigno, già condannato per usura aggravata dalle modalità mafiose e sotto processo per bancarotta fraudolenta della società editrice del quotidiano, accusato di aver distratto di due società fallite per evitare di pagare i giornalisti. Nella redazione, era lui che “dettava” articoli, titoli, nomi di cui parlare bene e quelli di cui parlare male, raccontano. E a decidere quelli di cui non parlare proprio. Amici e nemici, che cambiavano da un giorno all’altro. «Imponeva di non parlare di alcuni politici, né di alcuni argomenti, come le cooperative di tipo B», racconta Murzio. «E poi magari si facevano pezzi sul sindaco di un paesino solo perché su quel territorio ricadeva una delle sue cliniche». Era lui che «decideva tutto e decideva chi licenziare», ha detto il pm nella requisitoria.

«Alessandro era uno dei migliori cronisti che avevo», dice Murzio, «ma Citrigno mi chiedeva in continuazione di “cacciarlo”». «La verità», ha aggiunto Cerchiara, «è che Alessandro Bozzo dava fastidio soprattutto quando si occupava di politica e per questo venne spostato alla cronaca giudiziaria». Ma anche alla giudiziaria a un certo punto non andava più bene. «Ho ricevuto pressioni pesanti per non farlo più scrivere di giudiziaria e metterlo a fare non meglio precisate inchieste sul sociale», racconta Murzio. «Una volta, quando chiesi di nuovo a Citrigno perché voleva mandare via Bozzo, Citrigno esplose e mi disse “non mi devi rompere i coglioni cu stu Bozzo!”». Murzio racconta quando, Citrigno si era infuriato «perché non avevo fatto seguire un suo amico politico. A un certo punto telefonò e disse: “Se domani non mi metti la foto di Diego Tommasi con una apertura, ti alzi e te ne vai da dove sei venuto”». Si arrivava anche a «tre pagine su sette per Citrigno: una per la moglie, una per figlio, e una per Citrigno padre». E «l’appoggio a Scopelliti era incondizionato. Un giorno venne a fare una tavola rotonda in redazione e ci fecero pulire pure i muri».

Così andavano le cose a Calabria Ora. Citrigno di fatto dirigeva il giornale. E Sansonetti, ha ricordato il legale della famiglia Bozzo, «non si è opposto», «il direttore ombra che stava sempre a Roma, e che in udienza non ricorda nulla». L’aria, nella redazione, «era irrespirabile», racconta Murzio. In uno strano incrocio tra cliniche e giornali. Tanto che lo stesso Murzio, che si era trasferito da Reggio Emilia per lavorare a Cosenza, venne mandato a dormire «in un ospizio della famiglia Citrigno per risparmiare i soldi del bed and breakfast». E la mattina del 31 dicembre del 2012 Citrigno convocò tutti i redattori nella clinica di proprietà della famiglia a Catanzaro per discutere dell’attivazione dei contratti di solidarietà. Alessandro aveva smesso di fumare da tempo, ma quella mattina si accese una sigaretta.

A un certo punto Citrigno telefonò e disse: “Se domani non mi metti la foto di Diego Tommasi con una apertura, ti alzi e te ne vai da dove sei venuto”. E quando venne Scopelliti in redazione ci fecero pulire pure i muri

«Non reggeva più la situazione al giornale e per questo scrisse alla Gazzetta del Sud delle mail nelle quali spiegava la sua situazione e chiedeva di assumerlo se mai avessero avuto bisogno di un giornalista», ha ricordato la pm, che ha anche esaminato le pagine del diario del giornalista. La paura di perdere il lavoro era forte: c’era la famiglia e il mutuo da pagare. «Da quelle pagine emerge», ha detto il pm, «che le cose andavano male, forse anche in famiglia, ma ciò non cambia quello che stava vivendo sul lavoro. Ha provato in mille modi a uscire da quella situazione». A novembre del 2012 scrisse: «Sono un morto che cammina giornalisticamente parlando».

Ai colleghi di Bozzo, Citrigno avrebbe chiesto più volte di licenziarlo, di farlo fuori. Perché Alessandro «era uno che non si piegava», raccontano. «Che andava spesso in contrasto con la proprietà». Finché poi lui stesso, il 13 marzo, con un colpo alla testa, ha deciso di farsi da parte. Il 14 settembre, dopo l’arringa degli avvocati dell’editore, è prevista la sentenza. Una sentenza che non riguarda solo la Calabria, ma l’intero mondo dell’informazione.

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