16 Luglio Lug 2016 0833 16 luglio 2016

La Storia corre, l’Europa dorme

Quanto servirebbe un’Europa unita e saggia, in grado di far valere i suoi valori e la sua forza nel caos geopolitico di questi mesi. Quel che abbiamo, invece, è il suo esatto opposto

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ODD ANDERSEN/AFP/Getty Images

Difficile, tornando a ritroso nel tempo, ventiquattr’ore che hanno fatto la storia come quelle tra la notte del 15 e quella del 16 luglio del 2016. Prima il terrificante attentato sul lungomare Nizza, poi il golpe fallito in Turchia, in cui i colonnelli non sono riusciti a deporre il presidente Recep Tayyip Erdoğan. Due eventi enormi nella loro portata, sia reale che simbolica. Il primo, l’ennesimo ormai, nel cuore dell’Europa. Il secondo - un golpe, come non se ne vedevano dal secolo scorso - alle sue porte.

In tutto questo, il silenzio assente del Vecchio Continente è imbarazzante. Da Charlie Hebdo al Bataclan, da Moelbeek al Promenade des Anglais l’Europa ormai è bersaglio di una catena ininterrotta di attentati da almeno un anno e mezzo senza fare nulla che non sia qualche marcia, qualche dimostrazione, qualche status su Facebook. Una politica difensiva comune? Il tanto sbandierato coordinamento delle intelligence? Zero. Anzi, tra il ripristino dei controlli alle frontiere e la crescita del peso politico di sentimenti e movimenti nazionalisti sembra che la tendenza sia sempre più quella di fare ognuno per se.

Lo stesso vale per questioni geopolitche che accadono appena fuori dai confini del Continente. L’irrilevanza politica dimostrata un paio d’anni fa nella crisi ucraina - innescata da manifestazioni di piazza a Kiev, in cui veniva sventolata la bandiera a dodici stelle, non dimentichiamolo - si è ripetuta, tale e quale, nel rapporto con la Turchia di Erdogan, che ha affondato il coltello nel burro delle divisioni europee sulla questione profughi, per intascare un bel po’ di soldi e riconquistare la centralità geopolitica perduta. E che, oggi, dopo il fallito colpo di Stato, probabilmente darà un spallata (forse) definitiva ai residui brandelli di laicità della Turchia.

In uno scenario del genere, servirebbe come l’aria un’Europa unita e saggia. Capace, come nessun altra, di promuovere valori di tolleranza, libertà, democrazia. Quel che abbiamo, invece, è un’Europa delle nazioni, pavida e imbelle. Incapace di assumere una qualsiasi posizione comune

Ricapitoliamo: l’Isis (o chi per esso) che preme da sud, da est e dall’interno, nel tentativo di radicalizzare lo scontro le popolazioni europee e i suoi immigrati di prima, seconda, terza generazione. Putin, che sempre più allarga la sua sfera di influenza ai paesi dell’ex blocco sovietico e stringendo accordi con la Cina, a est. La Turchia di Erdogan che gioca il suo ambiguo ruolo di snodo tra Oriente e Occidente, usando tutta la rendita di posizione di cui è capace. E, sullo sfondo, se mai sarà, l’America di Trump, che rischia di essere la scheggia impazzita che fa saltare tutti i deboli equilibri globali.

In uno scenario del genere, servirebbe come l’aria un’Europa unita e saggia. Con un suo premier democraticamente eletto, una sua politica estera, un suo esercito. Forte del suo essere, complessivamente intesa, la prima economia del mondo, il primo mercato del mondo, la seconda potenza militare del mondo. Capace, come nessun altra, di promuovere valori di tolleranza, libertà, democrazia. Di disinnescare, forte del suo tragico, recente, passato, ogni possibile embrione di conflitto internazionale.

Quel che abbiamo, invece, è un’Europa delle nazioni, pavida e imbelle. Incapace di assumere una qualsiasi posizione comune. E che quando la assume è così condizionata dagli interessi nazionali - citofonare Libia, per informazioni - da farne rimpiangere l’inazione. Che nello specchio deformante della cronaca si vede brutta quand’è unita e finisce per rimpiangere la sua passata disunione. E non risponde, paralizzata da incertezze e nostalgie, mentre la Storia la chiama a gran voce.

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