18 Luglio Lug 2016 0741 18 luglio 2016

Europa, che pena: ridotta a tifare i golpisti per liberarsi di Erdoğan

I veri sconfitti del fallito golpe turco siamo noi: che abbiamo affidato le chiavi di casa a un Sultano autocrate e che abbiamo sperato che i Colonnelli facessero il “lavoro sporco” per noi. L’Europa deve tornare ad autodeterminare il suo futuro: altrimenti sarà solo caos

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Chris McGrath/Getty Images

Solo un mese fa Tayyp Erdogan era seduto al tavolo dei leader europei, e dettava legge sul tema dei migranti contrattando su soldi, visti, rapporti con l'Europa forte della sua posizione geopolitica e della nevrosi collettiva del Vecchio Continente, che avrebbe fatto concessioni pure al Belzebù o a Gengis Khan pur di placare l'opinione pubblica. Due giorni fa la stessa Europa – l'Europa democratica, liberale, somma di Stati di diritto fondati sul consenso e sul voto – si è trovata a tifare silenziosamente per un golpe militare contro lo stesso Erdogan, senza nemmeno conoscerne i connotati: un vero putsch? Una finzione? L'inizio di un riposizionamento dei titolari del secondo esercito Nato, magari in senso filo-russo? Un teatrino nello stile di “Vogliamo i Colonnelli”?

Il pasticcio turco, così come molti altri disastri dell'ultimo decennio, è legato a doppio filo a un'idea semplificata della politica, partita dagli Usa e poi assorbita dall'intero Occidente come linea-guida nella valutazione di alleanze e ostilità internazionali. Questa idea era fondata sulla lista dei Paesi-canaglia, e sull'assunto che chiunque combattesse quei Paesi dovesse essere inserito nel novero degli “amici” senza andare troppo per il sottile. E' così che gli acerrimi nemici dell'Iran – Arabia, Emirati, Qatar, cioè l'area wahabita – sono diventati commensali desiderabili insieme a tutti i nemici della Siria, Turchia in primis. E le involuzioni di questo mondo, l'accrescersi del suo appetito e della sua volontà di dominio, le sue madrasse, la sua penetrazione economica, finanziaria e talvolta armata negli scenari planetari, il suo uso della questione migranti, i suoi traffici col terrorismo e i suoi commerci con l'Isis, sono stati guardati con indulgenza e spesso sostenuti, fino al punto di collasso. Il punto cui siamo giunti ora.

Doveva essere il nuovo secolo della “fine della storia”, e anche questa suggestione – diffusa alla fine degli '80 dai think thank liberisti sotto il potente impulso delle Rand Corporation ed equivalenti – è stata il dolce, menzognero sonnifero a cui ci siamo abbandonati. Saranno altri, ci dicevamo, a sgominare i nemici per conto nostro, e poi il mercato risanerà le macerie di queste piccole guerre regionali in luoghi irrilevanti – lo Yemen, l'Eritrea, la Somalia, il Kurdistan – consegnandoci la pace globale e il benessere imperituro. Sono vent'anni che le analisi degli economisti hanno preso il posto dei ragionamenti degli storici, degli intellettuali, dei filosofi, di chi sa di politica. E il risultato è questo. L'Europa e gli Usa che venerdì, per quattro ore, hanno sperato in silenzio che un gruppo di ufficiali golpisti levasse di mezzo il sultano di Ankara del quale nessuno più si fida ma che nessuno può più “scaricare”.

Destra e sinistra, popolari e progressisti, e soprattutto i nuovi populisti di qualsiasi colore, non hanno più schemi per giudicare gli eventi e in questo stato confusionale delle culture politiche Roberto Saviano e Matteo Salvini si ritrovano praticamente dalla stessa parte della barricata, in prossimità dei golpisti, l'uno plaudendo alla loro vittoria quando sembrava ce l'avessero fatta, l'altro invocando clemenza e interventi europei in favore di chi si è opposto al «controllo islamista» del presidente-Sultano

Così, mezzo secolo dopo la Grecia di Papadoupolus, abbiamo visto la storia ripetersi in forma di farsa, con alcune sostanziali differenze. Destra e sinistra, popolari e progressisti, e soprattutto i nuovi populisti di qualsiasi colore, non hanno più schemi per giudicare gli eventi e in questo stato confusionale delle culture politiche Roberto Saviano e Matteo Salvini si ritrovano praticamente dalla stessa parte della barricata, in prossimità dei golpisti, l'uno plaudendo alla loro vittoria quando sembrava ce l'avessero fatta, l'altro – dopo il fallimento del colpo di mano – invocando clemenza e interventi europei in favore di chi si è opposto al «controllo islamista» del presidente-Sultano. Nessun Costa Gavras potrebbe oggi dirigere una versione turca di “Z, l'orgia del potere”, semplicemente perchè nel mondo nuovo della post-politica la “parte giusta” con cui stare è indecifrabile. In questa versione 2.0 del conflitto, non sono i militari ma l'autorità regolarmente eletta – Erdogan insomma – a vietare, come nel celebre monologo del film «i capelli lunghi, le minigonne, Sofocle, Tolstoj, Mark Twain, Euripide, spezzare i bicchieri alla russa, Aragon, Trotskij, scioperare, la libertà sindacale, Lurcat, Eschilo, Aristofane, Ionesco, Sartre, i Beatles, Albee, Pinter, dire che Socrate era omosessuale, l'ordine degli avvocati, imparare il russo, imparare il bulgaro, la libertà di stampa, l'enciclopedia internazionale, la sociologia, Beckett, Dostojevskij, Čechov, Gorki e tutti i russi, il "chi è?", la musica moderna, la musica popolare, la matematica moderna, i movimenti della pace». Insomma: la pretesa fine della Storia si è rivelata in realtà l'inizio del caos.

Ma oltre le considerazioni di scenario e i paradossi della storia, l'unico tema che oggi conta riguarda la necessità assoluta che l'Europa si riprenda le chiavi di casa. Che non possono più essere affidate “al buio” a vicini di casa poco affidabili o a un generico schema “occidentale” che – se esiste ancora – è incomprensibile e forse pericoloso per i nostri interessi: oltre al resto, nessuno può sapere che cosa diventerebbe l'America con una possibile vittoria di Donald Trump. L'addio della Gran Bretagna al Vecchio Continente potrebbe addirittura facilitarci in questo senso, consentendo scelte più libere dalle ipoteche d'oltreoceano e più coerenti con la necessità impellente di autodeterminare il nostro futuro anziché subappaltarlo a terzi. In questo quadro, anche il rapporto con la Turchia del dopo-golpe, dovrà essere attentamente valutato: se, come molti credono, questa Fase 2 di Ankara segnerà un riposizionamento di Erdogan nello scacchiere delle alleanze geo-politiche (più Putin e meno Obama, più Assad e meno Wahabiti), o se al contrario sarà funzionale a un rafforzamento degli schemi attuali intorno a un leader-tiranno, bisognerà comunque tenere i nervi saldi per gestire in proprio la questione, ricordandoci che il vecchio mondo ereditato dalla Guerra Fredda è morto, e continuare ad agire con quei riflessi condizionati sarebbe un fatale errore.

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