18 Luglio Lug 2016 1002 18 luglio 2016

Il fallimento totale di Barack Obama

Da Dallas a Nizza, da Ankara a Baton Rouge: le ultime due settimane sono l’epitaffio della fallimentare presidenza del Nobel per la pace del 2009. E un sinistro monito per il futuro

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Bill Pugliano/Getty Images

I più esperti e addentro le questioni geopolitiche lo dicono a mezza bocca, a mo di battuta: non ci sono più gli americani di una volta. Il sottotesto è chiaro: dietro la rapida retromarcia di Obama e Kerry sul tentato golpe dei colonnelli in Turchia - passano meno di tre ore dal «auspichiamo stabilità, pace e continuità» del segretario di Stato al «sosteniamo il governo democraticamente eletto» del presidente - si nasconde la goffa retromarcia di chi ha capito di aver puntato sul cavallo sbagliato.

Una figuraccia, questa, che Erdogan non ha mancato di sottolineare in modo più o meno esplicito, sfidando per di più l’America a consegnare ad Ankara il grande esule Fetullah Gulen, considerato - insieme alla Cia - il vero ispiratore del fallito colpo di Stato. Non sappiamo sia vero: quel che è sicuro è che oggi Erdogan è molto più potente e autoritario di ieri. E, soprattutto, che la lunga notte di venerdì 15 luglio ha consegnato al mondo un inedito e imprevedibile asse Ankara-Mosca che sembrava impossibile dopo l’abbattimento del jet russo sul confine turco-siriano del 24 novembre scorso. Per chi non è avvezzo di questioni militari: ci siamo giocati il secondo esercito più numeroso della Nato e il Paese nella posizione più strategica che c’è. Applausi.

E, insomma, qualcuno lo dovrà pur dire che questo capolavoro è solo l’ultimo, in serie, del già Nobel per la pace pro-futuro del 2009. Quello che ha battezzato le primavere arabe, dando vita a un caos che ha sì destituito autocrati e dittatori bolsi e corrotti come Hosni Mubarak, Ben Alì o Gheddafi, ma ci ha consegnato regimi islamisti pressoché ovunque, se non l’anarchia totale in cui ha attecchito e prosperato lo Stato Islamico. Che, a sua volta, è stato lasciato impunemente libero di scorrazzare indisturbato per un paio d’anni, passati a dire che non si sapeva che fare o a «bombardare il deserto», come da citazione putiniana. L’Europa, da Parigi a Bruxelles sino a Nizza, sentitamente ringrazia.

Non c’è parte del mondo che stia meglio di otto anni fa, insomma. E il bello - o il brutto, fate voi - è che questa clamorosa trafila di disastri non ha fatto stare meglio nemmeno gli americani. Per dire: la questione razziale non è mai stata così esplosiva in America come in queste ultime settimane, da Dallas a Baton Rouge

Fosse solo questo: la gestione delle alleanze a geometria variabile in Medio Oriente - non c’è conflitto, dalla Siria allo Yemen, dall’Iraq alla Libia, in cui l’America abbia gli stessi alleati - ha generato confusione e instabilità. La noncuranza con cui sono stati gestiti gli effetti della rivoluzione dello shale oil e del susseguente crollo del prezzo del petrolio hanno concorso ha destabilizzare le economie di tutto il mondo, dalla deflazione in Europa alla catastrofe umanitaria in Venezuela.

Non c’è parte del mondo che stia meglio di otto anni fa, insomma. E il bello - o il brutto, fate voi - è che questa clamorosa trafila di disastri non ha fatto stare meglio nemmeno gli americani. Per dire: la questione razziale non è mai stata così esplosiva in America come in queste ultime settimane, da Dallas a Baton Rouge. Ed è paradossale, se si pensa che questo avviene dopo otto anni con un afroamericano alla Casa Bianca. Ed è altrettanto paradossale che l’eredità politica del buon Barack sia un impresentabile come Donald Trump sia in testa - o comunque in crescita - nei sondaggi delle presidenziali del prossimo novembre.

Insomma, caro Barack, grazie di tutto. Della simpatia, delle battute nei talk show, delle gag coi giornalisti, delle playlist da hipster, del sorriso da attore, dei discorsi da pelle d’oca. Hai reso le nostre bacheche su Facebook un posto migliore. Ora levati, però. Che di danni, là fuori, nel mondo reale, ne hai combinati abbastanza.

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