6 Agosto Ago 2016 1246 06 agosto 2016

Memorie della prima bomba atomica

Il sei agosto 1945 venne sganciata dal bombardiere americano Enola Gay, alle 8:15 del mattino, la prima bomba atomica della storia. L’obiettivo fu la città di Hiroshima: l’esplosione, la più potente mai vista allora, provocò subito 200mila vittime

Hiroshima

Il 6 agosto 1945 , alle 8:15 del mattino, il tranquillo paesino di Hiroshima, fino a quel momento sconosciuto al di fuori del Giappone, viene colpito dalla prima bomba atomica della storia, sganciata dal bombardiere americano Enola Gay. Da quel giorno la città diventerà tristemente celebre: simbolo della distruzione che può portare la guerra, suo malgrado tappa fondamentale della storia dell’umanità.

I racconti dei sopravvissuti alla prima bomba atomica permettono di comprendere cosa fu, e come fu vissuto, quel momento. Nella Sala Nazionale della Pace di Hiroshima per le vittime della Bomba Atomica, uno spazio sotterraneo in prossimità dell’epicentro dell’esplosione, sono conservati i nomi, le fotografie e i dati personali delle persone morte a causa della bomba. Sono accessibili, in più lingue, anche le memorie dei sopravvissuti, che hanno superato lo shock del bombardamento e affrontato le difficoltà successive alla sconfitta e alle radiazioni.

Questa , intitolata "Ti è andata bene, vero!", è la storia di Toshio Miyachi, in quei giorni arruolato nell’esercito, che ricevette dal suo superiore il permesso di allontanarsi dalla città il cinque agosto per sbrigare alcuni affari. Vi si raccontano le difficoltà impreviste del viaggio di ritorno, lo stupore di fronte al fumo lontano, la pioggia nera e lo scenario del disastro. E poi l’incontro finale con il suo superiore, ormai agonizzante in caserma.

La vita in quei giorni

Sono nato nel 1917 a Nakanosho-mura, Mitsughi-gun (attuale Innoshima Nakanosho-cho, Onomichi-shi). Mio padre lavorava presso l’ufficio postale di Nakanosho e mia madre era casalinga ma coltivava un pezzetto di campo. Sono il primo figlio maschio nato dopo tre sorelle, e 2 anni dopo di me è nato mio fratello. Nel 1924 è nata l’ultima delle mie sorelle che è morta subito, un po’ dopo è deceduta anche mia madre. Da quel momento io e mio padre abbiamo vissuto insieme da soli. Sono stato chiamato alle armi nel 1939 e sono stato assegnato al quinto reggimento di artiglieria campali della quinta divisione. Sono stato in servizio per tre anni con la carica di comandante di squadra su diversi campi di battaglia in Vietnam ed in Cina. Dopo il congedo ho iniziato a lavorare nella filiale di Hikari del grande magazzino Marukashi gestito da mio cugino.

Nel 1943 ho cambiato lavoro, ho iniziato a lavorare nella succursale della Miyaji Kogyo gestita da mio nonno paterno. La ragione di questo cambio di lavoro è stata la vicinanza della sede aziendale a casa di mio padre, il che mi sembrava più comodo per potermi prendere cura di lui. Sempre nello stesso periodo del cambio di lavoro mi sono sposato e, ad aprile del 1944, è nato il mio primo bambino. Sono stato chiamato per la seconda volta alle armi ad aprile del 1945 e, in quella occasione, ho fatto sfollare mia moglie e mio figlio a Innoshima. L’unità nella quale sono stato assegnato anche questa volta è stato il quinto reggimento di artiglieria campali, ma ero addetto all’anagrafe militare della sede del reggimento. Le unità principali erano inviate in varie basi per la difesa del territorio nazionale mentre i soldati rimasti in sede erano pochi. Fra questi c’erano anche i soldati addetti all’anagrafe i cui compiti principali erano redigere il registro militare o distribuire l’agendina militare ai soldati e loro erano anche esonerati dalle esercitazioni militari.

Il mio superiore, il sergente Okada, originario di Kobatake-mura, Jinseki-gun (attuale Jinsekikogen-cho, Jinseki.gun) era una persona molto ammirevole. Siccome nell’ufficio lavoravamo solo noi due, mi trattava molto gentilmente. A giugno del 1945 il nome della nostra unità militare è stato cambiato in Unità supplementare degli artiglieri del distretto militare di Chugoku (unità n. 111 di Chugoku). La nostra unità militare si trovava ad ovest del castello di Hiroshima e c’erano 4 o 5 caserme a due piani attorno al fossato dove erano dislocate 4 batterie.

Situazione prima del bombardamento atomico
Avevo intenzione di ritornare, dopo il congedo, a lavorare per la società per cui lavoravo prima. Anche la società sembrava avesse lo stesso intento, infatti dal presidente aziendale arrivò alla mia unità militare una lettera che diceva: “Lei è pregato di recarsi nella città di Hikari dove si svolgerà una importante riunione.”. Ma non me la sentivo di andare a chiedere la licenza perché avevo degli scrupoli dato che, anche se proveniva dal mio ex datore di lavoro, quella lettera era stata scritta da un mio parente. Non mi piaceva che mi si potesse far notare che la mia assenza giustificata fosse per tale motivo. Allora il sergente Okada molto gentilmente mi disse: “Non ti preoccupare, mi occupo io della tua licenza, stai tranquillo!”. Grazie a lui l’ho ottenuta, in via eccezionale, e domenica 5 agosto ero già nella città di Hikari. Avevo ottenuto la licenza con l’intesa che sarei ritornato lunedì 6 agosto, cioè l’indomani, con il treno che arrivava alla stazione di Hitoshima alle 9 di mattina, per rientrare in caserma.

Il 6 di agosto mi sono alzato alle 4 di mattina, ho fatto colazione e ho preso il treno dalla stazione di Hikari. Alle 8 e 15 minuti, ora del lancio della bomba atomica, il treno si trovava poco prima della stazione di Iwakuni. Non mi sono accorto del rombo dell’esplosione perché il rumore del treno era così fragoroso da non far sentire i rumori esterni. Ma i passeggeri dicevano: “Si è alzata una grande nube di fumo a forma di palla nel cielo di Hiroshima” e tutti a guardare dal finestrino del lato destro della direzione di marcia.

Non ci sono stati annunci per i passeggeri, per questo non si capiva proprio niente di niente. Il treno ha continuato la sua corsa, ma si è improvvisamente fermato alla stazione di Itsukaichi. Anche il treno precedente era fermo lì. Hanno fatto scendere tutti i passeggeri, dato che non si poteva più andare avanti in direzione di Hiroshima. Io, che avevo promesso di arrivare alla stazione di Hiroshima per le 9 per tornare velocemente in caserma, non sapevo più cosa fare. Davanti alla stazione di Itsukaichi era buio come fosse stato notte, per il fumo nero che usciva dalle locomotive a vapore. Si poteva a malapena intravedere la sagoma delle persone che si muovevano.

Dopo poco, quando il fumo nero si è un po’ diradato, mi sono accorto che lì vicino era fermo un camion della polizia militare. Ho chiesto loro: “Potete darmi un passaggio sino al castello di Hiroshima perché devo tornare alla mia unità militare?” Hanno subito acconsentito, probabilmente avevano appena finito qualche servizio. Erano un caporale e un sergente. Fisicamente sembravano in buone condizioni, non avevano ferite, pertanto presumo che loro non siano stati colpiti direttamente dal bombardamento atomico. Se sono ancora vivi, vorrei tanto poterli ringraziare.

Scenario della città dopo il bombardamento atomico
Non riesco a ricordarmi esattamente che strada abbiamo fatto per andare da Itsukaichi a Hiroshima. Mi sembra che abbiamo percorso una strada diritta in mezzo alle risaie. Su quella strada diritta c’erano tantissime persone che passavano, correndo susseguendosi. Dopo essere entrati nella città di Hiroshima siamo passati per una strada in cui c’erano dei binari del tram. Dato che sono arrivato lì dopo che tutti erano scappati via per trovare rifugio in qualche posto, la città era deserta ed in giro non si vedevano né cani né gatti. Anche se avevo chiesto di portarmi al castello di Hiroshima, mi avevano fatto scendere immediatamente prima del ponte Aioi-bashi. Dal ponte Aioi-bashi, la nostra unità era ad un tiro di schioppo.

Da quel punto prevedevo di procedere a piedi, ma dato che il manto stradale si era bruciato ed era surriscaldato, non potevo camminarci sopra. Portavo gli scarponcini allacciati ed anche le ghette ma, nonostante questo, non riuscivo ad avanzare nemmeno di un metro e sono stato costretto a fermarmi davanti al ponte Aioi-bashi. Sul ponte Aioi-bashi avanzavo di 50 centimetri ma ero costretto a ritornare al punto di partenza, e così per tante volte. Sarà trascorsa all’incirca un’ora quando è iniziato improvvisamente ad abbattersi una violentissima pioggia da conficcarsi nella pelle come fossero stati degli aghi. Era una pioggia nera e tutto intorno sembrava come se avessero buttato olio, ma, asciugandomi il viso bagnato con la mano, non dava il senso dell’unto. Stando in una zona completamente distrutta dal fuoco, non c’era nessun riparo dalla pioggia. Mi sono bagnato fradicio ed ho aspettato che spiovesse.

Quando finalmente ha smesso di piovere è cambiato tutto improvvisamente, è diventato fresco come fosse stato autunno. Con la pioggia la strada rovente si era raffreddata ed ho potuto incamminarmici sopra. Quando sono tornato all’unità militare, le caserme erano ridotte in uno stato pietoso. Tutti gli edifici erano andati in pezzi ed inceneriti dal fuoco. Tutto era stato spazzato via dalla pioggia ed il terreno sembrava spianato come se non ci fosse stato nulla prima. Il sergente Okada era in fin di vita, per le ustioni su tutto il corpo, ma respirava ancora. Le sue fattezze risultavano tanto deformate dalle ustioni che, da solo, non sarei riuscito a riconoscere il sergente se non mi avesse chiamato, dicendomi: “Miyachi, ti è andata bene, vero!”.

Mi sono dovuto allontanare, ma quando sono ritornato lì verso sera il sergente non c’era più, lo avevano già portato via. Non mi ricordo con esattezza, ma forse subito dopo la pioggia nera del 6 agosto, ho incontrato il generale Syunroku Hata, del quartiere generale n. 2, nelle vicinanze di Yokokawa, sulla riva opposta. L’ufficiale di ordinanza che l’affiancava mi ha ordinato: “Porta sulla schiena il generale Hata ed attraversa il fiume Tenma-gawa senza farlo bagnare”. Il generale Hata era di piccola statura e non pesava molto, ho attraversato il fiume portandolo sulla schiena seguendo l’ordine ricevuto.

Attività di soccorso
Nella piazza d’armi dell’ovest ci siamo radunati in 90 soldati circa, tutti superstiti della bomba atomica. Noi soldati ci siamo impegnati nel lavoro di cremazione ed abbiamo bruciato innumerevoli cadaveri, il giorno prima 250, quello dopo 300, e così via. Fra tanti eventi ce n’è uno che mi è rimasto impresso nella mente. Sulla scalinata del castello di Hiroshima erano stati distesi i cadaveri di due soldati americani. In quel periodo, in un edificio vicino al castello di Hiroshima erano stati internati prigionieri di guerra, ho pensato che fossero due di loro.

Quel giorno, il *2 6 agosto, non avevamo niente da mangiare quindi, insieme ad una trentina di miei subordinati, siamo andati nell’ufficio del Comune per chiedere se potevano darci delle gallette da mangiare. Come era da prevedere, abbiamo dovuto litigare con toni aspri con gli impiegati del Comune e, purtroppo, non siamo riusciti ad avere neanche una galletta. Quel giorno, non potendo fare altro, abbiamo sciolto dello zucchero nell’acqua calda che abbiamo bevuto per ingannare la fame. A partire dal 7 agosto abbiamo potuto usufruire della razione di cibo, Onigiri (arancini di riso cotto a vapore) o gallette, grazie all’operato delle squadre di soccorso che arrivavano da fuori città. Le attività di soccorso continuarono sino alla fine di agosto, nel frattempo eravamo accampati all’addiaccio.

Il 31 agosto finalmente ricevemmo l’ordine di sciogliere le truppe. In quel momento vennero distribuiti ai soldati alcuni beni materiali depositati nei magazzini militari. Io presi delle divise militari e delle coperte, i militari di origine contadina presero dei cavalli da battaglia ed alcuni di loro tornarono alle loro case a cavallo. Il primo di settembre nel porto di Itozaki ho preso un traghetto che avevano mandato, e sono ritornato a Innoshima. 

In relazione alle malattie
Dopo circa 2 mesi che ero tornato a Innoshima, mentre urinavo dentro ad un campo, ho visto che l’urina, circa 2 litri, era di colore marrone. Mi sono spaventato moltissimo. Questo problema è persistito per molto tempo, l’anno successivo sonostato ricoverato per disturbi gastrointestinali. In seguito sono stato colpito da malattie epatiche ed ho dovuto essere ricoverato per un certo periodo.

Nel 1998 ho avuto un tumore alla vescica, sono stato ricoverato e, tuttora, vengo sottoposto a continue cure. A settembre del 1960 ho ottenuto il libretto sanitario per le vittime della bomba atomica. Prima di averlo ero titubante, per vari motivi, non sapevo se fosse meglio prenderlo o meno, ma alla fine l’ho ricevuto anche grazie ai consigli ricevuti dal Comune. Solo più tardi, quando ho contratto delle malattie, le cui cause erano probabilmente da addebitare alle radiazioni della bomba atomico, mi sono reso finalmente conto che avevo fatto bene a richiederlo.

La vita dopo la guerra
Dopo la guerra ho aperto ad Innoshima un piccolo negozio di generi vari. Essendo un negozio di una zona di provincia, oltre a vendere alimenti, ci occupavamo anche della brillatura del riso, svecciatura del grano e produzione di olio, e più tardi abbiamo introdotto anche la vendita di elettrodomestici. La vita non era molto facile ma in qualche modo abbiamo tirato avanti e siamo riusciti a mandare i nostri figli sino all’università. Nel 1946 è nata la mia prima figlia ma, purtroppo, sono morte subito sia mia moglie che la bambina. Nel 1947 mi sono risposato con l’attuale moglie e sono nati prima due maschi e poi una femmina. I miei figli, nati dopo la guerra, erano tutti cagionevoli di salute e io ero preoccupato per gli effetti che avevo tramandato loro della mia esposizione alla bomba atomica.

Mia moglie diceva a nostra figlia di non dire in giro della sua nascita, cioè di non dire che faceva parte della seconda generazione delle vittime della bomba atomica, perché questo poteva essere d’intralcio al suo matrimonio.

Il mio superiore morto a causa del bombardamento atomico
Se fosse continuata la guerra si sarebbero create delle condizioni terribili. Penso che lo dobbiamo al sacrificio di tante vittime umane se stiamo vivendo in pace. Se sono tuttora vivo, dato che non ho subito l’esposizione diretta alla bomba atomico, lo devo al sergente Okada che, in quel momento, è stato tanto gentile da procurarmi la licenza per uscire. Dall’ultima volta che l’ho visto, il 6 agosto, quando mi ha detto “Miyachi, tiè andata bene, vero!” non ho avuto nessuna sua notizia, e mi premeva molto riceverne. Pensavo: “Mi piacerebbe esternargli il mio senso di gratitudine!”.

I miei figli percepivano il mio desiderio e hanno fatto delle ricerche tramite internet, hanno telefonato a tutti i templi della zona e, alla fine, sono riusciti a trovare dove si trovava la tomba del sergente Okada. Nel 2007, con tutta la mia famiglia, abbiamo fatto visita alla tomba del sergente Okada. Recandomi sulla sua tomba e trasmettendo il mio ringraziamento al sergente Okada sono riuscito a togliermi quel senso di angoscia che mi attanagliava da tempo il petto.

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