11 Agosto Ago 2016 1703 11 agosto 2016

Mark Spitz, l'irresistibile icona sbruffona del nuoto

Bello, arrogante, implacabilmente vincente, recordman insuperato. Il ritratto del trionfatore delle olimpiadi di Monaco 1972

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Tony Duffy/Getty Images

Con lui, nei primi anni ’70, arrivò sulle spiagge lo slippino. Il costume da bagno da uomo, in tessuto "tecnico", che si asciugava in tre minuti, coi laccetti bianchi che a slacciarsi ce ne mettevano due. Anche sulle spiagge più popolari e familiari, quelle con le madri che estraevano da grossi cesti posate, tovaglioli e lasagne, quelle col chiosco delle granatine, col calciobalilla, col pattino, cominciarono ad aggirarsi, tra lo sconcerto delle nonne in costume intero fiorato, giovani uomini con lo slippino. Nero o colorato, di solito nero. Gran botta di marketing per una marca di intimo mare che non menzioneremo, ma che aveva la fortuna di essere quella indossata da Mark Spitz. Quel certo costume era il “costume di Mark Spitz”. Un bisillabo facile, perentorio, inappellabile: Mark. Spitz. Il nuoto, quindi la spiaggia, quindi (anche) lo slippino, era lui.

Riflessi balneari-vintage di una grande icona pop. Perché Mark Spitz, nato nel 1950 a Modesto, California, è stato la più grande icona pop del nuoto. I suoi sbalorditivi risultati parlano per lui. Sette medaglie d'oro conquistate a 22 anni, ai Giochi Olimpici di Monaco del 1972: 100, 200 e 400 metri stile libero, 100 e 200 metri a farfalla, staffetta 4 x 100 e 4 per 200.
E sette record mondiali, in tutte le gare vinte. Il secondo risultato è ancora insuperato. Il primo è stato battuto solo nel 2008, da Michael Phelps. Ecco. Phelps è il campione inarrivabile, probabilmente, come ha detto Spitz per sedare ogni ipotesi di rivalità, «il più grande nuotatore di tutti i tempi». Tutto vero. Ma Spitz è stato l'icona. Suoi suoi baffetti così anni '70 si sono costruite iconologie e sono state inventate clamorose prese in giro, da parte dello stesso Spitz. Agli atleti russi disse che i suoi baffi servivano a deviare l'acqua dalla bocca, e gli permettevano maggiore idrodinamicità. Alla competizione successiva, pochi mesi dopo, tutti i nuotatori Urss si presentarono in vasca coi baffi.

Sui capelli di Spitz, lunghi in modo inusuale, in un'era in cui cuffiette e silicone non erano ancora in voga, e sul suo sorriso, venne costruito il mito del playboy hollywoodiano, che lui stesso contribuì ad alimentare con dichiarazioni ad hoc. «Non mi va di avere una ragazza fissa, voglio conoscerne parecchie». Almeno finché, nel 1973, non si sposò e si mise tranquillo.

Michael Phelps. Ecco. Phelps è un campione inarrivabile, probabilmente, come ha detto Spitz per sedare ogni ipotesi di rivalità, «il più grande nuotatore di tutti i tempi». Tutto vero. Ma Spitz è stato l'icona

È che per diventare davvero icone pop, cioè per penetrare in modo capillare e sufficientemente durevole tutti gli strati della cultura contemporanea – in questo caso da quello degli intenditori del gesto atletico a quello del gossip e del costume (da bagno, anche) – ci vogliono almeno un paio di fortunate caratteristiche. Prima: interpretare lo spirito del tempo, del cambiamento, della moda. Seconda: incarnare un qualche archetipo, qualche forma che indica un'intemporalità. Un elemento rivoluzionario, transeunte, e uno mitico, sempre potente. Che Guevara è il rivoluzionario comunista, ma anche il cavaliere errante trobadorico, cervantino. Marilyn Monroe è il simbolo della pin-up, inaugura la rivoluzione sessuale; ma è anche la “tigre assonnata” l'archetipo dell'animal magnetism. Jimi Hendrix è il massacratore dell'inno americano nel fango di Woodstock; e anche il bluesman girovago tradizionale.

Mark Spitz è il playboy strafottente, il bel ragazzo anni ’70, lo sdoganatore dello slippino (quindi ancora, rivoluzione sessuale) sulla spiaggia delle nonne e delle lasagne. Ma anche un atleta dai gesti che richiamano qualcosa di antico. Innanzitutto l'agonismo feroce, assoluto, in un certo senso antisportivo.
L'idea alle De Coubertin secondo cui non è importante vincere ma partecipare è perfettamente moderna. L'idea originale, greca, è quella secondo cui l'agonismo è rappresentazione bellica. Il poeta Pindaro chiama le vittorie alle Olimpiadi "le grandi azioni dei migliori".
Spitz sportivo nel senso moderno del fair play non lo era granché. Il padre aveva trasferito la famiglia da Sacramento a Santa Clara solo per farlo nuotare quando il piccolo Mark aveva 14 anni. Il motto di Arnold Spitz era: "È importante vincere, non partecipare". Il ragazzino venne su vincente e arrogante. Considerava il secondo posto un affronto alla propria bravura. E infatti non era simpatico ai suoi compagni di squadra. Quando, nel 1968, alle olimpiadi di Città del Messico, perse clamorosamente la finale dei 100 metri a farfalla (suo stile preferito), tutta la sua squadra esultò. Prima dell'Olimpiade messicana aveva detto a un compagno: «La mia borsa da viaggio non basterà per portare a casa le medaglie che vincerò». Sbruffonata.

Spitz era arrogante, non sportivo. Per lui, come per gli antichi greci, contava vincere, non partecipare

Il diciottenne, già recordman e plurimedagliato Spitz ebbe un periodo di crisi. Che durò, a fasi alterne (compresa la tentazione di appendere lo slippino al chiodo, e l'affidamento al guru del nuoto James “Doc” Counsilman), praticamente fino al 1972. Ma già durante le selezioni americane per le olimpiadi di Monaco Spitz si qualificò per le quattro gare individuali stabilendo tre record mondiali.
Era tornato. Col il capello lungo e i baffetti («a me piace apparire come voglio io»), e non aveva perso il vizio di annunciare al mondo che avrebbe vinto tutto. Era già icona, prima di mettere un dito nell'acqua.

Ci riuscì. Guardare i filmati è impressionante, dominò dalla prima all'ultima bracciata. Tra il 29 agosto e il 3 settembre 1972 vinse tutto quello che c'era da vincere. Fece segnare i record mondiali di tutto. Il 5 e 6 settembre ci fu il terrificante episodio del massacro. Spitz (di origine ebrea) venne prelevato di nascosto dalla polizia tedesca, e rimpatriato.
Appena finite le olimpiadi si ritirò, per sempre, dalle competizioni. «Ho 22 anni e ne ho passati 14 in una vasca. Ho fatto segnare il record e mondiale dei 100 metri stile libero: sono l'uomo più veloce del mondo in acqua. Cosa posso fare di più?» dichiarò alla stampa. Gli si preparava un futuro da commentatore televisivo e businessman di successo. Ma anche il ritiro immediato e all'apice del trionfo fa parte di una modalità antica, e appunto archetipica. Fiorire/sparire. Il resto sono baffetti, capelli lunghi e slippino.

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