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13 Agosto Ago 2016 0700 13 agosto 2016

Dorando Pietri, lo sconfitto più celebre del Novecento

Nato da una famiglia contadina in provincia di Reggio Emilia, la sua carriera fu tanto fulgida quanto rapida e lo portò dal rincorrere, in abiti da lavoro, un corridore professionista durante una corsa nella sua città, fino alla clamorosa squalifica alla maratona di Londra 1908

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Nella storia delle Olimpiadi c'è un atleta la cui memoria ha resistito ai decenni nonostante quell'atleta, la sua gara, non l'abbia mai vinta. Il giorno in cui entrò nella Storia fu il 23 luglio del 1908, il luogo Londra, la specialità che non vinse mai la Maratona e il suo nome, ormai leggendario, Dorando Pietri.

Nato a metà degli anni Ottanta dell'Ottocento nella provincia di Correggio, in una frazione chiamata Mandrio, Dorando Pietri era un piccoletto, alto meno di 1,60 e già da bambino si divertiva un sacco a correre. Senza meta, solo correre. Come tutti i ragazzini nati poveri, nei campi, anche Dorando iniziò a lavorare molto presto, probabilmente prima dei 10 anni, nella bottega di un pasticciere a Carpi, cittadina dove il padre aveva portato la famiglia e aperto una attività commerciale, per emanciparsi, o almeno provarci, dal lavoro della terra.

La storia di Dorando ha il sapore delle leggende, e quel che si dice della sua vita da ragazzo ha pochissime fonti. Tra le storie che si raccontano della giovinezza di Dorando ce n'è uno particolarmente bella e interessante, soprattutto per quello che sarebbe stato il suo futuro.

Era il 1904, e a Carpi si tenne una gara podistica a cui partecipò il più celebre corridore dell'epoca, tal Pericle Pagliani. La leggenda racconta che, durante la gara, Dorando — che all'epoca di anni ne aveva 19, due in meno del suo eroe — aveva talmente voglia di correre che, pur essendo in bottega, quando passò Pagliani si mise a correr dietro all'atleta laziale senza nemmeno togliersi il grembiule da pasticciere e riuscendo, nonostante ciò, a stargli dietro fino alla fine della gara.

Il ragazzo aveva talento, e in pochi anni diventò chiaro a tutti che, se in Italia c'era qualcuno da battere su distanze dai 5 ai 40 chilometri, quello era Pietri. Non ci fu tanto da aspettare. Nel 1905 vinse la 30km di Parigi con un distacco di 6 minuti dal secondo; nel 1906 vinse la maratona che lo qualificò ai giochi olimpici intermedi di Atene, dove però al ventiquattresimo chilometro, con 5 minuti di vantaggio sui suoi colleghi, si dovette ritirare per colpa di un virus intestinale. Proseguì da gran campione anche nel 1907, anno in cui stabilì il primato nazionale italiano dei 5mila metri e vinse il titolo nazionale anche sui 20 chilometri.

Poi venne il 1908, l'anno olimpico. E Pietri si qualificò per la gara del 24 luglio nella sua Carpi, dove corse una maratona in 2 ore e 38 minuti. Così in fretta, in Italia, non ce l'aveva mai fatta nessuno.

Quel giorno a Londra faceva molto caldo, anche per un italiano. La corsa partì alle due e mezza del pomeriggio e all'inizio Dorando — pettorina numero 19, maglietta bianca e calzoncini rossi che le foto in bianco e nero non mostrano — ci andò cauto, senza forzare. Aspettava la seconda metà e, appena superati i 20 chilometri, cominciò la progressione che lo portò a riprendere il primo, l'atleta sudafricano Charles Hefferon, quando mancavano meno di tre chilometri all'arrivo.

Il momento peggiore però, non era ancora arrivato. Pietri era distrutto, stanchissimo, disidratato. Entrò allo stadio che quasi non riusciva a correre dritto. Barcollava, tanto da sbagliare strada. Il pubblico nello stadio rumoreggiò preoccupato per l'atleta. I giudici gli fecero notare l'errore e lo fecero tornare indietro. In quel momento Pietri non resse più lo sforzo e svenne. Si rialzò con l'aiuto dei giudici. Una, due, tre, quattro volte. Cadde quattro volte in 200 metri prima di tagliare il traguardo, e ogni volta i giudici gli diedero una mano per rialzarsi.

Tagliò il traguardo, in 2 ore e 54 secondi abbondanti. Svenne per la quinta volta e se lo portarono via in barella. Nello stesso momento entrò allo stadio il secondo atleta, l'americano Johnny Hayes, che si piazzò secondo.

La storia di Pietri è epica, e come tutte le storie epiche finisce in dramma. Appena saputo quel che era successo all'interno dello stadio, con i giudici che avevano aiutato Pietri, la squadra statunitense fece appello alla giuria per chiedere l'eliminazione dell'italiano, colpevole di essere stato aiutato dai giudici. La richiesta fu accolta, e fu così che nessun registro olimpico, né nessun albo dei vincitori, registrò il suo nome, Dorando Pietri da Mandrio, il più grande corridore della sua epoca.

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