25 Ottobre Ott 2016 1105 25 ottobre 2016

Barricate contro i profughi: quando la cattiva accoglienza fa più danni del razzismo

Il disastro nasce da pessime politiche d'accoglienza: si offrono soldi ai comuni pur di prendersi i migranti, eppure nessuno li vuole per non inimicarsi i cittadini. E allora intervengono le prefetture, con i risultati che vediamo

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YARA NARDI/AFP/Getty Images

Quante storie ancora dovremmo sentire, come quella di Goro? Quante barricate ancora, contro l’arrivo di profughi in un piccolo paese di provincia? Quante righe di indignazione tra chi è lontano dall’emergenza e parla di razzismo e xenofobia, rifiutandosi anche solo di provare a capire quanto sta accadendo?

Lo abbiamo scritto quando qualche mese fa un caso simile è accaduto a San Colombiano al Lambro - settemila abitanti in provincia di Milano, un centinaio di profughi in arrivo - lo ribadiamo oggi di fronte alle undici donne (e otto bambini) respinti dalla popolazione del piccolo comune ferrarese e dislocati altrove: non è la cattiveria delle persone, ma la cattiva gestione, che sta trasformando in emergenza una questione che in un Paese normale non dovrebbe esserlo. E che rischia di farci precipitare in una pericolosa spirale di diffidenza e odio, quella sì dagli esiti potenzialmente catastrofici.

Primo, perché secondo le direttive del Viminale ai comuni spetta un profugo ogni duemila abitanti e in questo caso, come spesso accade, ce ne sono diciotto di troppo. Può sembrare una quisquilia di fronte a dodici donne e otto bambini che scappano da una guerra, ma non lo è, evidentemente. Soprattutto se, come sembra accadere a Goro, il loro arrivo prelude a una seconda, e terza, e quarta, ondata di persone da accogliere.

Su ottomila comuni italiani, seimila non hanno mai visto un profugo e duemila devono gestirne più di quanti possono sopportarne. La metà dei bandi Sprar, che offrono soldi in cambio di accoglienza, vanno deserti. E così tocca alle prefetture intervenire, generando emergenze, barricate e criticità varie

Questo accade perché la distribuzione dei profughi è figlia delle politiche di accoglienza straordinaria - la prefettura requisisce una struttura, d’arbitrio, e la popolazione locale deve accettare di gestire questa decisione - inique e disomogenee. Su ottomila comuni italiani, seimila non hanno mai visto un profugo e duemila devono gestirne più di quanti possono sopportarne. La metà dei bandi Sprar, che offrono soldi in cambio di accoglienza, vanno deserti. E così tocca alle prefetture intervenire. Generando emergenze, barricate e criticità varie che si riverberano sui media e diffondono nel resto del Paese - anche quelli che non accolgono nessuno - un senso di emergenza che aumenta la paura, la rabbia, il rancore.

Basta un cerino, in queste condizioni, a incendiare la foresta. E basterebbe una burocrazia e una gestione statale del problema decente, né ignava né demagogica, a spegnere sul nascere l’incendio. Finché non accadrà, dodici donne e otto bambini continueranno a essere un problema. E tante piccole comunità, che mai si erano anche solo di farlo, alzeranno le barricate. Come continua la storia, immaginatelo da soli.

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