6 Luglio Lug 2017 1324 06 luglio 2017

Accogliere i migranti costa, e la sinistra non sa coniugare solidarietà e capitalismo

Da un lato c'è la sinistra radicale, quella pro-immigrazione, che tradisce i suoi valori incoraggiando lo sfruttamento dei poveri. La sinistra riformista, invece, vuole governare le liberalizzazioni e, fallendo, lascia il problema immigrazione alle periferie

000 MU81M
Giovanni ISOLINO / AFP

La sinistra e i migranti, una relazione complessa. Divisi fra il mantra dell’accoglienza e il pugno duro di Minniti. Dall’innamoramento per Macron, durato meno dell’infatuazione per la fidanzitina francese conosciuta a sedici anni al mare, all’Austria, bastione rosso-verde contro i neofascisti. Ricordate quando si tirò un sospiro di sollievo per aver bloccato gli eredi di Haider? Bene, oggi la realpolitik di Vienna vira a destra. Per questo, la complessa dinamica sinistra-migranti è essenzialmente una delle linee di faglia più significative fra la sinistra radicale e quella riformista, ma anche un effetto della complessa sintesi fra sinistra e liberalismo, che le “terze vie” hanno incominciato, anni fa.

La sinistra radicale, che non conosce le contingenze del governare qui ed ora, che preferisce perdere che perdersi e testimoniare la sua diversità antropologica, è pro migranti, senza se e senza ma. Perché lo scontro è fra capitale e lavoro, non proletari autoctoni e stranieri. Anzi, secondo vari terzomondisti, è dal IV mondo che può provenire la rivoluzione, non dal molle e debosciato Occidente. Largo, dunque, a tutte le migrazioni, marxianamente un prodotto del capitale, attraverso il quale, lo stesso capitale, pone le condizioni per un suo superamento in senso rivoluzionario e comunista. Si tratta di un approccio tributario del positivismo, per il quale i comunisti devono accelerare le contraddizioni del capitalismo, tanto bandiera rossa trionferà. Dall’altra parte, c’è la sinistra riformista: quella che ha elaborato il lutto del Sol dell’Avvenir, che cerca di conciliare solidarietà e capitalismo e che, anzi, crede che le liberalizzazioni, governando i costi sociali che producono, possano portare un aumento generalizzato della ricchezza perché “socialismo è ridistribuire ricchezza, non povertà”, come diceva Olof Palme. È una sinistra che vuole governare per migliorare il reale; una sinistra che non vuole pedagogizzare, ma che deve fare i conti con gli elettori e che, in generale, sono allarmati dai migranti e dal multiculturalismo. Da Macron all’Austria, leader riformisti ma realisti fanno i conti con il dato che le maggioranza dei loro elettorati è preoccupata da questi fenomeni.

È una sinistra che vuole governare per migliorare il reale; una sinistra che non vuole pedagogizzare, ma che deve fare i conti con gli elettori e che, in generale, sono allarmati dai migranti e dal multiculturalismo

Ecco che alla sinistra riformista si palesano davanti nuove sfide: non quelle del materialismo storico, ma quelle del liberalismo di cui essa è diventata alfiere. Le migrazioni, infatti, non sono solo un fenomeno da approcciare in nome di valori ed idealità inclusive e cosmopolite - l’obbligo morale di accogliere gli sfortunati o il diritto alla libera circolazione delle persone, corollario alla libera circolazione di capitale -, ma una precisa politica di liberalizzazione del mercato del lavoro che, come tutte le deregulation, ha dei costi sociali che la politica dovrebbe indennizzare. I migranti economici (ma anche quelli che fuggono dai conflitti) sono infatti frutto di processi di globalizzazione di una economia che è sempre più transnazionale e che, anzi, travolge l’angustia degli Stati nazione, sorti con la Pace di Westfalia e, probabilmente, oggi, giunti al capolinea. Dare risposte locali a problemi globali sarebbe un errore. Le migrazioni, allora, lungi dall’essere “i mille colori delle diversità e dell’arcobaleno”, come nella retorica di chi estetizza fenomeni economici complessi, corrispondono, da un lato, a un processo di periferizzazione di alcune parti del pianeta - che vale per intere nazioni, ma anche per le nostre campagne -, dall’altro, ad un aumento della competizione al ribasso, in Europa, dove i lavoratori bianchi competono con lavoratori stranieri a basso costo: compressione salariale e costituzione di ciò che Marx definiva “esercito di manodopera di riserva”. Se è vero che le liberalizzazioni possono avere un saldo netto positivo, allora, è innegabile che l’allocazione dei costi e benefici sia iniqua. Le élites che lodano le virtù del multiculturalismo hanno modo di conoscere solo gli aspetti positivi delle migrazioni: cibo etnico ai Navigli e badanti straniere. Saranno i poveri delle nostre periferie a pagare i costi della convivenza e dalla competizione al ribasso, dato che le élites formate in Bocconi o Luiss hanno solo benefici da trarre dalla competizione globale. Per non parlare dei costi che toccano ai Paesi di provenienza, lasciati al sottosviluppo totale. Fa bene Tito Boeri, allora, a ricordare che i migranti servono e ci portano soldi. Ma la ricchezza che portano qui, è ricchezza che avrebbero potuto creare altrove e che mai si creerà.

Mentre la destra reazionaria punta a difendere un capitalismo relazionale e anti concorrenziale ed è, dunque, coerentemente anti migranti, perché esprime un patto fra le élites economiche antiliberali e i ceti più umili - il patto trumpiano fra il mercantilismo e la “rust belt” (le ex aree industriali) che lo ha votato -, la sinistra moderata ha deciso di difendere le virtù delle liberalizzazioni. Ma se la sua funzione storica è trovare una quadra fra libertà e solidarietà , crescita e ridistribuzione, la sinistra non può non porsi il tema dei costi delle liberalizzazioni che, riguardo ai migranti, pagano i colletti blu nazionali, ma anche i Paesi di provenienza, colpiti da saldi migratori insostenibili. Governare le liberalizzazioni rischia di essere più insidioso di testimoniare le virtù del cosmopolitismo. Su questo punto, i riformisti, accusati di essere ora mondialisti, ora fautori della “fortezza Europa”, si giocano la partita elettorale decisiva.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook