17 Gennaio Gen 2018 0800 17 gennaio 2018

Guardate “The Post” e capirete come il giornalismo viene massacrato dal capitalismo

L'ultimo film di Spielberg è dedicato alla storia dei Pentagon Papers, uno scandalo che nel 1971 investì il governo Nixon (e i precedenti 3) e che segnò una grande vittoria del giornalismo sugli affari e la politica. Un film importante soprattutto oggi, che quel giornalismo è un ricordo lontano

The Post Tom Hanks Meryl Streep Image

Febbraio 1971. Internet è ancora un piccolo esperimento di un gruppo di scienziati visionari, Richard Nixon è il 37esimo Presidente degli Stati Uniti d'America, in Vietnam continuano a sbarcare soldati americani e, mentre i vertici della Washington Post Company hanno la testa solo alla prossima quotazione in borsa del giornale, l'ex militare Daniel Ellsberg contatta Neil Sheehan, uno dei reporter di punta del New York Times.

Ellseberg ha dei documenti: un dossier di circa 7000 pagine commissionato qualche anno prima da Robert McNamara, segretario della Difesa sotto Lyndon Johnson, dedicato al Vietnam, che Ellseberg ha impiegato qualche anno a fotocopiare. In calce ad ogni pagina, una scritta avverte che il contenuto di quel dossier è classificato come segreto nazionale. Il motivo? Quelle 7000 pagine raccontano quello che nessun politico americano avrebbe mai avuto il coraggio di dire in pubblico: se quella guerra va avanti e se decine di migliaia di soldati statunitensi vengono ancora inviati in Vietnam non è per salvare un paese, ma solo per non perdere la faccia.

Preciso, ma non pedante. Strutturato, ma non didascalico. Denso, ma non noioso

Poco più di tre mesi dopo, nel giugno del 1971, la realtà che emerge da quei documenti viene sbattuta in prima pagina dal New York Times, scatenando la reazione immediata e potentissima del governo Nixon, che ottiene dalla corte federale l'ingiunzione di pubblicazione del contenuto del dossier al New York Times. È in quel momento che alla redazione del Washington Post arriva la stessa soffiata, dalla stessa fonte, con gli stessi documenti. Davanti al direttore Ben Bradlee e alla editrice Katharine Graham si para un problemino niente male: pubblicare, venire incriminati e giocarsi la sopravvivenza del giornale o tacere, e sopravvivere, almeno per un po'?

Apparentemente The Post, diretto da Steven Spielberg e scritto da Liz Hannah e Josh Singer (già sceneggiatore di Spotlight), è un film che racconta l'eterna lotta tra il giornalismo e il potere. Né il primo, né tantomeno l'ultimo. Ma in realtà, come fa notare Jon Schwarz con un articolo pubblicato da The Intercept, “The Post non è un film sul conflitto tra giornalismo e potere, ma su quello tra giornalismo e capitalismo”. E, oggi, che di anni da quell'estate del '71 ne sono passati quasi 50, risulta abbastanza palese che quella battaglia il giornalismo la sta perdendo.

Ma qua non di giornalismo si sta parlando, almeno non ancora, ma di cinema. E se The Post può avere dei difetti sotto il profilo del realismo, lasciando nello spettatore, a colpi di machete nel cuore, un sentimento di giustizia e di eroismo un po' immotivato alla luce dei successivi 50 anni, dal punto di vista cinematografico è l'ennesima dimostrazione — se qualcuno ne avesse ancora bisogno — che un compitino fatto da Steven Spielberg vale una tesi di laurea del 90 per cento dei registi al mondo.

Preciso, ma non pedante. Strutturato, ma non didascalico. Denso, ma non noioso. Perché se c'è una cosa su cui Spielberg può dare lezioni a tutti è come non sbulaccare mai, come scegliere la giusta distanza, riuscendo a rendere una storia decisamente complessa e articolata fruibile a anche al grande pubblico. Una specie di Re Mida del mainstream. Già perché è quello il pubblico che deve andare a vedere questo film, siete voi lettori. E dovete andarlo a vedere perché ne uscirete emozionati, ispirati, galvanizzati dalla scoperta di quanto può essere potente il giornalismo.

Ma non basta. Perché in quel momento, quando sentirete quell'emozione scorrervi nelle ossa e il senso di ingiustizia legarvi a doppio nodo lo stomaco, dovrete ricordarvi invece di cosa è ora il giornalismo, a 50 anni di distanza, di come quella battaglia con il capitalismo la stia perdendo e di come abbia smesso di essere il famoso cane da guardia del potere al servizio dei cittadini. Ecco, e quando ve lo sarete ricordato, ricordatevi anche che il giornalismo per continuare ad avere la forza di sfidare il potere, il capitale e gli interessi delle classi dominanti, ha bisogno anche di voi.

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