20 Gennaio Gen 2018 0745 20 gennaio 2018

Il bottone rosso anti fake news di Minniti è più pericoloso delle fake news (e non serve a nulla)

Il 18 gennaio il ministro dell'Interno Marco Minniti ha presentato “il Primo protocollo operativo per il contrasto alla diffusione delle fake news attraverso il web”, predisposto dal Ministero in collaborazione con la Polizia, un servizio vuoto che crea un precedente pericolosissimo

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Nel film Le conseguenze dell'amore di Paolo Sorrentino, a un certo punto Titta Di Girolamo, il protagonista che lava i soldi per la mafia impersonato da Toni Servillo, si trova in una sala di una banca svizzera davanti a una decina di impiegati che devono contare l'ultima valigia di contanti che vuole depositare. Quando i conti non tornano — Titta ne ha sottratto un milioncino — il direttore propone di farli contare da una macchina, ma lui si impunta.

«Non bisogna mai smettere di avere fiducia negli uomini», dice Titta al direttore della banca con la sua solita voce lenta e scandita, «Il giorno che accadrà, sarà un giorno sbagliato». Lo dice perché bluffa, certo, e perché le macchine tanto odiate rivelerebbero la sua truffa nella truffa. Ma il significato profondo di quell'episodio è un altro: su alcune cose non si può mai dare l'ultima parola alle macchine, alle strutture, alle autorità terze, perché bisogna responsabilizzare gli uomini, certo, ma soprattutto perché una volta che si crea il precedente e ci si inchina alla procedura si imbocca una strada che non si sa dove porti.

Per un motivo simile, anche il 18 gennaio, per l'Italia, è stato un giorno sbagliato. Che cosa è successo? È successo che il ministro dell'Interno Marco Minniti ha presentato “il Primo protocollo operativo per il contrasto alla diffusione delle fake news attraverso il web”, predisposto dal Ministero del'Interno in collaborazione con la Polizia. E lo è stato per due motivi legati a doppio filo. Il primo è un motivo che fa paura, il secondo, invece, farebbe pure ridere se non ci fosse il primo, ma in realtà fa mettere ancora di più le mani nei capelli.

Questo progetto è per prima cosa un progetto pericoloso, perché, come le macchine contasoldi della banca svizzera del film di Sorrentino, pone nella realtà un precedente terrificante e minaccioso, con cui ora, per colpa del ministro e della polizia, dovremo fare i conti. Perché un precedente? E un precedente di cosa? Dare alla polizia il ruolo, seppur come vedremo più simbolico che effettivo, di tutelare l'esistenza della verità, oltre a riuscire a dimostrare con molta efficacia quanto sia malcompreso il fenomeno delle Fake News e della cosiddetta Post Verità, fa qualcosa di maldestramente terrificante: senza nemmeno accorgersene torna a dare alla verità uno statuto oggettivo, assoluto e soggiogato all'autorità. Insomma, robette da Santo Uffizio, da medioevo.

Il secondo motivo di inquietudine deriva proprio dalla palese malcomprensione di quale sia il reale problema che sta appena sotto la superficie di questa baracconata. Il pericolosissimo precedente è stato infatti promosso sul nulla, perché questo è quello che vale quel “Red Button”, come lo chiama grottescamente il ministro e la polizia: nulla. Perché di fatto, come le stesse autorità sagacemente puntualizzano, «non esiste nessun sistema tecnologico in grado di individuare in maniera assoluta le notizie false e la loro veridicità è dimostrabile solo attraverso la valutazione di esperti di settore».

Toh. Chi l'avrebbe mai detto? E guarda un po', la veridicità è dimostrabile solo dopo una valutazione degli esperti. Servono cervelli umani, anzi, di più, perché in realtà qui le cose non sono così semplici: serve ristabilire una comunità, perché è nel territorio dell'isolamento, dell'ignoranza e delle bolle autoconfermative che la disinformazione attecchisce e prospera.

Nella prima puntata del nuovo talk show di David Letterman, prodotto e distribuito da Netflix, l'anchor man (in pensione) più famoso d'America ha come ospite l'ex presidente Obama che, nei primi minuti della loro chiacchierata, centra il problema e lo descrive molto più lucidamente dei Minniti, dei Riotta e di tutti i giocolieri improvvisati che vogliono affrontare la diffusione di mala informazione ponendo l'autorità alla sua sorveglianza. Oggi, dice Obama, il problema macroscopico della democrazia statunitense è che il suo corpo sociale, gli elettori, vivono in due mondi paralleli, composti non soltanto, come un tempo, di ideologie avverse, ma addirittura da paradigmi di realtà costruiti su set di fatti completamente diversi. «Il mondo di uno che si informa su Fox News non ha praticamente nessun punto in comune con quello di uno che si informa ascoltando la NPR».

Questo è il vero problema. E non c'entra con il web, non c'entra coi troll russi e nemmeno con la falsità di un singolo fatto, ma con tutto il set di fatti che compongono la realtà della gente e su cui la gente si basa per costruire il proprio livello di realtà. Realtà che è dunque totalmente diversa e ribaltata a seconda dei flussi di informazione a cui si è soggetti. Per questo l'idea di mettere in piedi un protocollo di polizia non solo è una deviazione pericolosa che fa da precedente orribile e che ci immette su una strada che porta verso un mondo orwelliano, ma è anche idiota, perché ideata da qualcuno che evidentemente non sa nemmeno di cosa parla.

Viviamo in un mondo complicato. Un mondo in cui non esiste più la comunità, né l'autorevolezza, due elementi chiave per mantenere in funzione un ecosistema della informazione e della controinformazione bilanciato e salutare. Sarà difficile uscirne e ancora non sappiamo esattamente come, quando e se ce la faremo. Ma se su qualcosa possiamo essere certi, questa è che la verità non è uno stato, ma un processo, e che mai e poi mai una autorità di polizia dovrebbe avere la scusa per poterci mettere becco. Perché oggi è solo per far finta, è solo propaganda e per fortuna è un progetto talmente demenziale che non potrà far molti danni, ma è un precedente. E visto l'andazzo non c'è da star tranquilli.

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