5 Marzo Mar 2018 1330 05 marzo 2018

Gli Oscar sono l'ultima retroguardia di un pensiero liberal che non ha nulla da dire

Mentre sul palco del Dolby Theatre di Los Angeles la cultura liberal assegnava i suoi premi a un cinema attento ai diritti e alle minoranze, nei parlamenti di tutto il mondo — da oggi anche quello italiano — sono dominati dalla paura, dalla xenofobia e dal populismo

Quinten De Graaf 434266 Unsplash

Diciamoci la verità: quando all'alba di questa mattina abbiamo letto i nomi dei vincitori degli oscar abbiamo pensato in tanti, almeno per un attimo, che se il mondo somigliasse a quello che raccontano gli Oscar, questo lunedì sarebbe molto meno amaro di quello che sembra, quanto meno per noi italiani che, mentre a Los Angeles annunciavano i premi, fissavamo increduli il nuovo volto di un parlamento che queste elezioni ci hanno ridato sostanzialmente di destra, dominato dal Movimento 5 Stelle e attraversato da fortissime tensioni populiste.

Ancora una volta, al Dolby Theatre di Los Angeles è andata in scena la sfilata della nostra piccola grande bolla culturale, una bolla strana, diametralmente opposta a quello che invece raccontano le realtà politiche in giro per il mondo. È una bolla progressista e liberal in un mondo populista e reazionario, una bolla in cui il miglior film racconta la favola d'amore di un mostro acquatico e di una immigrata muta che, aiutati da un vecchio artista omosessuale, la fanno in barba all'uomo bianco etero tutto lavoro, hamburger e famiglia, violento e trumpiano.

E ancora, una bolla fermamente statunitense in cui però il miglior regista è un messicano espatriato, appassionato di horror e fantasy, regista di colossal come Pacific Rim e di perle del cinema fantastico; in cui la miglior attrice è una passionaria intellettuale anarco-liberale, protagonista di un film amaro, difficile e asciutto che dipinge le piccolezze della provincia dell'Impero e in cui il miglior attore è un raffinato londinese che incarna epicamente tutta la maldestrezza e l'antifascismo di un personaggio come Winston Churchill.

Battaglie cinematografiche contro la xenofobia, l'omofobia e il sessismo emergono anche dalle uniche statuette che sanno un pochino di italianità — solo un pochino — se le sono aggiudicate la sceneggiatura di una storia di amore omosessuale nella campagna padana — tranquilli, non si è sposato nessuno — e il cortometraggio animato dell'addio al basket di un famosissimo giocatore afro-americano cresciuto in Italia — tranquilli, non gliela abbiamo mai data la cittadinanza — trasformato per l'occasione in cartone animato. Ma fuori dal cinema, queste battaglie dove sono?

Insomma, dopo otto ore di maratona Mentana in cui abbiamo assistito al crollo della Seconda Repubblica e al rialzarsi di una Italia incattivita, retrograda e chiusa, vedere questi Oscar, ostinatamente aperti e liberali anche dopo il terremoto degli harassement e l'America di Trump, ci fa apparire ancora più lampante di quanto non dimostri l'1 per cento a Potere al Popolo e il 2,5 della Bonino, che la nostra bolla, quella che si è guardata negli occhi con responsabilità e anche quella che se li sarebbe cavati, quegli occhi, sia orami totalmente ininfluente, quanto ormai sia lontana e sconosciuta al mondo vero, quello fuori dai nostri salotti, dalle nostre bacheche e dai nostri film, quello che da oggi è dentro in parlamento e ci governerà.

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