5 Marzo Mar 2018 0720 05 marzo 2018

La sinistra ha rinunciato a essere sinistra, e ora ne paga le conseguenze

Con l’ambizione di rivolgersi a un cosiddetto “paese normale”, la sinistra si è dimenticata dei problemi economici, e ha battuto solo sul tasto dei problemi etici. Ecco perché gli elettori hanno finito per abbandonarla. Clamorosamente

Bandiera_Rossa_Linkiesta

La tesi più condivisa durante le settimane precedenti alle elezioni era che l’unico partito in grado di esprimere una classe dirigente “da Paese normale” fosse il Partito Democratico; ma nel giorno in cui tale Partito Democratico sparisce dalla cartina della politica italiana che conta bisogna domandarsi quale sia questo fantomatico “Paese normale” cui si continua a fare riferimento per descrivere le nostre miserie.
Forse gli Stati Uniti d’America, governati da un certo Donald Trump?
O forse l’Inghilterra, dove un premier indice un referendum sulla Brexit sicuro di stravincere e poi lo perde, e come se non bastasse il leader dell’opposizione invece di festeggiare si dimette, terrorizzato dall’esito? Oppure il Paese normale è la Francia, dove i due partiti che per decenni si sono alternati al potere scompaiono dalla mappa politica a vantaggio di un indecifrabile partito start up? O magari quell’Austria dove l’estrema destra è al governo, con tutto quello che “estrema destra” significa nel Paese natio di un certo Adolf Hitler?
La verità è che il “Paese normale” del Ventunesimo secolo non è il “Paese normale” del secolo scorso, che ormai sopravvive solo nella testa di chi i giornali li scrive ma non in quella dei cittadini, che peraltro i giornali hanno quasi smesso di comprarli. E allora, lungi dal rappresentare un’anomalia, il voto di ieri sancisce il definitivo ingresso dell’Italia nel gruppo dei “Paesi normali” del nuovo secolo, e può stupire solo chi ha fatto di tutto, ma veramente di tutto, per non vedere.
Per esempio, chi non ha fatto altro che raccontare di un Paese col fez in testa e il fascio littorio al braccio, pronto a marciare compatto al passo dell’oca verso il baratro di un nuovo totalitarismo. Bastava guardare la faccia del candidato premier Simone Di Stefano in diretta da Mentana per rendersi conto che le cose, come volevasi dimostrare, non stavano esattamente in quei termini: dal basso dello 0.8-0.9% racimolato da Casa Pound, Di Stefano aveva una faccia che nemmeno i milanisti dopo la finale di Istanbul.

Così, la ragione sociale della sinistra nell’ultimo decennio è cambiata, e l’obiettivo non è più stato il miglioramento delle condizioni di vita degli ultimi ma il renderci tutti degli esseri umani più Buoni

Ogni novità è insieme innovazione e tradizione: e anche l’Italia versione Ventunesimo secolo, così come tutti i “paesi normali” sopracitati, non fa eccezione.
L’innovazione sta nel fatto che 50 anni dopo il ‘68 l’elettorato italiano ha completato una liberazione dei costumi anche in ambito politico, e ormai è disposto a concedersi a chiunque, senza pregiudizi di sorta.
Prima, per fare politica e sperare di vincere , bisognava stare attenti a non sporcarsi, a insaponarsi per bene per non puzzare, trovandosi una sfilza di padri nobili o padrini meno nobili, di appoggi e sponde nei giornali, nelle Università, nella società civile da cui farsi rilasciare una patente di agibilità politica.
Oggi non solo l’elettorato delle patenti se ne frega, ma ha acquisito la consapevolezza di essere più preparato a leggere la realtà rispetto a buona parte degli opinionisti.


Molti elettori hanno capito che oggi i leader politici vanno presi seriamente ma non letteralmente. Davanti agli eccessi verbali di Salvini o Grillo (o di Trump o degli altri populisti) i commentatori politici si scandalizzano; al contrario, la gente interpreta gli eccessi come provocazioni, magari discutibili, ma mirate a rispondere alle esagerazioni di segno opposto promosse dai media. Se un’inchiesta-bomba come quella di Fanpage entra nel dibattito ufficiale marginalmente, specie se paragonata all’isteria mediatica seguita al caso dei mancati rimborsi dei Cinque Stelle, gli elettori percepiscono una distonia, un’ingiustizia nel sistema, e accordano ai populisti un credito di tolleranza. E nello stesso tempo, invece che considerarli dei pagliacci come fanno gli opinionisti, valutano la loro offerta politica seriamente, sulla base di un denominatore vecchio come il proletariato: quello economico.


Che siano i dazi di Trump o la tutela dei posti di lavoro della Brexit o la flat tax o il reddito di cittadinanza, l’ossessione di ogni movimento populista, a qualunque lattitudine, è l’economia, quella che in un’altra epoca si chiamava struttura ed era considerata il fondamento della società. Che questa ossessione si traduca in una serie di promesse irresponsabili o irrealizzabili, è un discorso che interessa relativamente a chi ha poco o nulla da perdere, e che soprattutto non vede da anni nessuna alternativa.
Già, perché a sinistra, di temi come gli aumenti salariali, la lotta al precariato, il tentativo di contenere la grande speculazione finanziaria ormai non parla nessuno, almeno seriamente. Gli squilibri economici e sociali sempre più evidenti - specie per quanto riguarda la differenza tra città e provincia e tra centro e periferia - sono stati dati per acquisiti e se ancora negli anni ’90 capitava di sentire qualcuno dire la parola “capitalismo”, oggi nel Partito Democratico di Matteo Renzi e della sua classe dirigente in maniche di camicia da “Paese normale”, il solo pronunciare quella parola genererebbe scalpore: figurarsi se fosse seguita da un tentativo di critica.


Così, la ragione sociale della sinistra nell’ultimo decennio è cambiata, e l’obiettivo non è più stato il miglioramento delle condizioni di vita degli ultimi ma il renderci tutti degli esseri umani più Buoni.
Invece di occuparsi delle condizioni economiche dei lavoratori, la sinistra si è trasformata in una specie di pro-loco, impegnata ad organizzare cortei, manifestazioni e kermesse incentrate su una generica rivendicazione di diritti per tutti, senza però avere la più pallida idea di come tali diritti potessero essere sostenuti a livello economico.
Non serve a nulla sventolare il tema dell’accoglienza fine a se stessa se manca un piano per evitare che i migranti finiscano ad essere sfruttati nei campi o abbandonati a loro stessi nelle piazze, con la prospettiva di passare il resto della loro esistenza vivendo della nostra pietà. Non serve alla sinistra e non serve soprattutto ai migranti, perché l’unico a trarre vantaggio finisce per essere chi i migranti li odia, ovvero Salvini, che sull’acutizzarsi delle tensioni esplosive dovute all’immigrazione ha sfiorato uno sbalorditivo sorpasso nei confronti del PD.
La gente che vive in periferia non vuole essere educata sui rischi legati all’uso dell’auto per l’ambiente e sull’importanza di usare il bike-sharing: vuole avere abbastanza soldi per accendere un mutuo a tassi accettabili e andarsene dagli inferni di cemento che circondano le nostre città.

Il voto italiano dimostra che in questo nuovo secolo l’unica sinistra che ad avere diritto di cittadinanza è quella di Bernie Sanders, di Jeremy Corbyn, di Jean-Luc Melenchon. La sinistra che ha ben presente il tema dei diritti ma sa anche che tali diritti sono una conseguenza dell’emancipazione economica e non vice-versa

Ma a gente del genere, che un tempo rappresentava il proprio elettorato di riferimento, la sinistra italiana di oggi, mediazione di una mediazione, non è nelle condizioni di offrire niente. Come diceva Viola Carofalo di Potere al Popolo (che non a caso ottiene un risultato più che dignitoso, superando in alcuni collegi gli Uomini Buoni e le Donne Buone di Liberi e Uguali) “sembriamo radicali perché vi siete abituati a tutto”.
Aveva ragione: il voto italiano dimostra che in questo nuovo secolo l’unica sinistra che ad avere diritto di cittadinanza è quella di Bernie Sanders, di Jeremy Corbyn, di Jean-Luc Melenchon. La sinistra che ha ben presente il tema dei diritti ma sa anche che tali diritti sono una conseguenza dell’emancipazione economica e non vice-versa.
E’ la sinistra, insomma, che prima di parlare di etica parla di soldi, e che può farlo perché non è ricattabile dalle banche o dalla speculazione edilizia o dall’alta finanza.
Per questo, oggi, è un grande giorno per la sinistra italiana.
Con questa monumentale Caporetto finiscono gli alibi, crollano le scuse tipo le fake news di Putin o il ritorno del fascismo, spacciate come emergenze da giornali compiacenti per mobilitare un’elettorato stremato, che a furia di tapparsi il naso ha perso definitivamente il senso dell’olfatto.
Da oggi o si entra nel futuro o si muore: per farlo, la sinistra non deve fare altro che tornare alle origini.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook