20 Marzo Mar 2018 0730 20 marzo 2018

La caduta di Afrin? È la prova che del terrorismo (e dei morti) non ce ne frega nulla

È caduta la capitale del Kurdistan siriano. L’Occidente consegna tutto in mano a Erdogan, tra irresponsabilità Usa e impotenza dell’Europa. Una manna per Al Qaeda (che non è morta) e per l’Isis, pronto a riformarsi

Afrin_Linkiesta

A dispetto di quello che la propaganda vuole far credere di volta in volta, in politica estera non si dà mai la scelta tra buoni e i cattivi. O almeno, quasi mai. Lo Stato Islamico negli ultimi anni ha incarnato alla perfezione il ruolo del cattivo privo di sfaccettature come non accadeva dai tempi dei nazisti. E i combattenti curdo-siriani sono stati a lungo gli “eroi”. Laici, democratici, progressisti. Con unità combattenti femminili e donne nei posti chiave del potere. Con brigate internazionali di giovani idealisti partiti volontari da Europa, Americhe, Asia e Oceania a combattere al loro fianco. Con una costituzione avanzata, democratica e federalista, che predica la convivenza tra etnie e fedi diverse. La cui resistenza a Kobane è diventata un simbolo della lotta senza quartiere a un fanatismo islamico che all’epoca sembrava inarrestabile in Medio Oriente, e la cui riscossa nel nord della Siria ha contribuito in modo fondamentale alla definitiva sconfitta dell’Isis. Ce l’eravamo bevuta, per l’ennesima volta: i curdi-siriani erano i nostri “buoni”, la loro guerra era anche la nostra, li avevamo armati e addestrati, li avremmo anche difesi. Invece li abbiamo abbandonati, tutti li hanno abbandonati e la data del 17 marzo, per chi lo conserverà, sarà un amaro ricordo.

Il 17 marzo è caduta Afrin, la cittadina curdo-siriana nel nord-ovest del Paese, “capitale” del cantone occidentale del Rojava, il Kurdistan siriano. Le bandiere delle milizie curdo-siriane, Ypg gli uomini e Ypj le donne, sono state stracciate e rimpiazzate da quelle della mezzaluna turca e delle milizie siriane sue alleate. La statua del fabbro Kawa, eroe del popolo curdo che uccise il tiranno assiro Dehok, è stata abbattuta da guerriglieri barbuti al grido di “Allah è grande”.
Le donne che non sono fuggite sanno che il loro ruolo, nella mente degli invasori, non sarà lo stesso di prima. Ci sarà Ankara a vigilare che la situazione non degeneri eccessivamente, un rischio alto in una zona dove la maggioranza etnica è curda e gli invasori sono arabi e turchi, e la Turchia non è lo Stato Islamico. Tuttavia quella stessa Turchia che ha scatenato una violenta offensiva militare ad Afrin contro i “terroristi” curdo-siriani, colpevoli di essere avere legami col Pkk curdo-turco (ritenuto anche da Europa e Stati Uniti un’organizzazione terroristica), pochi chilometri più in là ha schierato i propri osservatori per tutelare la provincia di Idlib dalle aggressioni del regime siriano di Assad. In questa provincia si trovano centinaia di migliaia di civili innocenti, persone non diverse da quelle che stanno morendo in questi giorni nella sacca ribelle di Ghouta, vicino Damasco. Ma tra loro operano in piena luce del giorno anche i jihadisti di Tahrir al Sham - già al Nousra, branca siriana di Al Qaeda -, i più fanatici e violenti di una serie di gruppi islamisti che predicano la sharia e che controllano porzioni dell’area. Islamisti, questi, che la Turchia protegge e utilizza per le proprie mire espansionistiche nel nord della Siria.

Anche gli Usa, che hanno armato e tutt’ora collaborano coi curdi-siriani dei cantoni orientali del Rojava (Kobane e Cizre), non hanno mosso un dito per impedire che tutto questo accadesse. Anzi. Washington pare intenzionata, secondo indiscrezioni, a non permettere al regime di Assad di terminare le “pulizie” delle sacche ribelli in Siria

Tutto questo – l’invasione turca di Afrin e il cordone di sicurezza turco intorno ad Idlib – avviene col placet di Mosca, che ha tutto l’interesse a tenere Ankara al tavolo delle trattative e dalla propria parte, sfruttando le frizioni tra Turchia e Occidente (alleati nella Nato) proprio dovute alla questione curda. Mosca, che finora aveva garantito la sicurezza dei curdi di Afrin e che invece li ha barattati in uno scambio dai contorni ancora indefiniti con Erdogan. Ma non solo. Anche gli Usa, che hanno armato e tutt’ora collaborano coi curdi-siriani dei cantoni orientali del Rojava (Kobane e Cizre), non hanno mosso un dito per impedire che tutto questo accadesse.

Anzi. Washington pare intenzionata, secondo indiscrezioni, a non permettere al regime di Assad di terminare le “pulizie” delle sacche ribelli in Siria – siano queste infiltrate da ex combattenti dell’Isis o meno – pur di impedire la stabilizzazione di un regime alleato dell’Iran e della Russia. Su questa direttrice potrebbe tornare ad avvicinarsi ad Ankara, sostenendo gli stessi ribelli islamisti anti-Assad, sperando così di allontanarla da Mosca. E poco importa se la destabilizzazione a stelle e strisce creerà – per l’ennesima volta, nell’ennesimo scenario – un brodo di coltura fertile per cellule terroristiche e reclutatori di jihadisti. In fondo il prezzo degli attentati dello Stato Islamico sul suolo occidentale l’ha pagato quasi interamente l’Europa.

E l’Europa, che ha appunto interessi in termini di sicurezza, immigrazione e geopolitica nell’area mediorientale, non ha ancora i mezzi per intervenire ed è dunque rimasta sostanzialmente alla finestra. Preoccupata che le conseguenze di un’eventuale dura presa di posizione, in assenza di mezzi adeguati, possano essere peggiori delle conseguenze di quanto le altre potenze stanno combinando nel vicino Oriente, l’Europa ha visto prevalere l’interesse di breve periodo dei vari Stati nazionali, tutti troppo legati in un modo o nell’altro alla Turchia. Interscambio economico, immigrati, giacimenti, gasdotti, altri teatri di crisi regionali: tutti hanno qualcosa da perdere in un duro scontro con Ankara. E per cosa poi? Per i curdi di Afrin?

L’Europa ha visto prevalere l’interesse di breve periodo dei vari Stati nazionali, tutti troppo legati in un modo o nell’altro alla Turchia

Voltare lo sguardo altrove è stato facile. La guerra al Califfato è finita e vinta. La guerra al terrorismo, voluta dagli americani, è stata dichiarata di fatto finita dagli americani stessi. Nella nuova strategia nazionale americana il focus è sulla competizione con la Cina e la Russia, non sull’eradicare il terrorismo. L’Iran sciita – che ha combattuto contro l’Isis – è il vecchio nuovo nemico. Gli alleati tradizionali – Israele, Arabia Saudita, Turchia – vanno ri-avvicinati per impedire che i successi di breve termine del Cremlino diventino posizioni di forza nel lungo. Non è più il momento di soffiare sull’idealismo. Nessun telegiornale ha bombardato le opinioni pubbliche occidentali con l’invasione turca del cantone di Afrin. L’indignazione collettiva contro il tradimento dei nostri più preziosi alleati sul terreno nella guerra al Califfato (quel Califfato che quando bruciava viva la gente, la faceva esplodere, annegare, decapitare etc. era sempre sulle nostre prime pagine) non è stata solleticata. Semplicemente, non sono abbastanza importanti per noi. La guerra allo Stato Islamico è finita. Il Grande Gioco degli equilibri strategici in Medio Oriente no. Il sipario su quell’angolo di mondo doveva calare.

Adesso ai curdi-siriani restano i cantoni orientali, dove hanno anche il supporto militare degli Usa e una ragionevole sicurezza di non essere abbandonati nel breve periodo. Per indebolire Assad, per contrastare l’Iran, per tenere gli scarponi (e tecnologie annesse) sul terreno, al momento sono troppo utili agli americani per essere sacrificati. Ma in qualsiasi trattativa di lungo periodo sul futuro assetto della Siria ai curdi-siriani abbiamo lasciato un messaggio fin troppo chiaro: non fidatevi dell’Occidente, non fidatevi della Russia, non fidatevi di nessuno. Gli unici vostri amici – da proverbio – sono le montagne.

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