14 Aprile Apr 2018 0745 14 aprile 2018

Altro che “cheese”: per far sorridere i tedeschi bisogna far dire loro “käsekuchen”

Paese che vai modo di sorridere davanti alla macchina fotografica che trovi: ogni popolo ha sviluppato dei sistemi per obbligarsi ad assumere un volto allegro dicendo parole strane e curiose

Female Photographer Taking Photo 800

La formula per far sorridere la gente nelle fotografie? È semplice: basta far dire loro “cheese”. È un trucco piuttosto recente, visto che la sua prima attestazione risale a un articolo del 1943 comparso nel Mansfield News, un giornale dell’Ohio, che raccontava la storia di un ex ambasciatore Usa nell’Unione Sovietica. “Come fare sorridere i russi? Era semplice, bastava far dire loro cheese ed era un sorriso automatico”.

La spiegazione è semplice: il suono allungato “e” in genere piega all’insù i lati della bocca, riproducendo un sorriso. Si aggiunga anche la voluta stupidità della parola (cosa c’entra il formaggio con la fotografia?) che regala quel minimo di buonumore che rende tutto più autentico.

Ebbene, dire “cheese” è un’abitudine di americani e inglesi. E, visto che siamo dei copioni patentati, anche di noi italiani. In altri Paesi, invece, preferiscono utilizzare altri trucchi.

In Germania, ad esempio, si può scegliere tra “käsekuchen” (cioè “torta al formaggio”) o un meno forbito “ameisenscheisse” o ancora un più amichevole “spaghetti”, preso di peso dai tanto disprezzati/invidiati italiani. In Francia vanno pazzi per “ouistiti”, che è il nome di una piccola scimmietta. Gli spagnoli, invece, dicono “patata”, ma visto che non sortisce l’effetto sperato (come si fa del resto a sorridere dicendo “a”?), alcuni di loro ripiegano su “pis” (i loro cugini catalani usano “Lluis”, che è un nome e funziona benissimo, mentre i sudamericani, più svegli, passano direttamente a dire “whiskey”, con tanto di ordine “diga whiskey”).

Nel Far East: se in Cina, si dice “melanzana”, cioè qiézi(茄子), che ha un suono allungato molto simile a quello di “cheese”, i koreani dicono “kimchi”, che non è formaggio ma solo il loro cavolo stufato. I giapponesi, invece, preferiscono cimentarsi con le addizioni, e allora il fotografo chiede sempre “uno più uno”, e tutti rispondono “due”, che in giapponese si dice “ni” (二). E sorridono.

La cosa più difficile, si sa, è far sorridere i russi. Però davanti a una macchina fotografica si sciolgono in poco tempo, dicendo сыр, cioè formaggio. I danesi invece pensano all’arancia, che si dice “appelsin”, gli islandesi si accontentano di dire “sis”, che nella loro lingua non ha significato e gli svedesi preferiscono dire “omelette”. Il motivo non si sa, ma ognuno ride e sorride per i fatti propri.

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