16 Aprile Apr 2018 0730 16 aprile 2018

L’attacco in Siria? Un’utile commedia per evitare il peggio

Nonostante il discusso e discutibile attacco non è iniziata la terza guerra mondiale. Trump porta a casa intatto (più o meno) l’onore. I russi pure. E perfino Assad esce legittimato dallo “strike” di Usa, Inghilterra e Francia

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Lo strike missilistico americano in Siria con partecipazione anglo-francese, è stato teatro. Uno show che ha permesso sia al presidente americano Trump sia al presidente russo Putin di salvare la faccia, senza rischiare di scatenare la terza guerra mondiale.

La situazione era precipitata quando, settimana scorsa, erano circolate le prime notizie dell’ennesimo attacco chimico contro la popolazione civile da parte del regime di Bashar al Assad, a Duma, roccaforte ribelle a nord-est di Damasco che allora stava trattando le condizioni per la resa (giunta poi il giorno dopo l’attacco chimico). Ancora non è chiaro come sia andata veramente la vicenda: Washington incolpa Damasco mentre Mosca nega ogni responsabilità del regime, e i due fronti si accusano reciprocamente di diffondere notizie false. Secondo le fonti più autorevoli, ci sarebbe stato un attacco da parte del regime col gas cloro, un agente che non è vitato di per sé dalle convenzioni internazionali - è dual use, cioè ha anche scopi civili – e che normalmente non riesce a causare molti morti, poiché si disperde rapidamente nell’aria. Stavolta avrebbe causato una strage – circa 40 morti - per una casualità, essendo penetrato nei rifugi dove si nascondeva la popolazione civile, in fuga in quelle stesse ore dai bombardamenti tradizionali del regime contro gli insorti.

In ogni caso, dopo quell’attacco Trump ha promesso vendetta contro “Animal Assad”, e se non avesse mantenuto la parola avrebbe perso la faccia. Subito dopo è stata la Russia a far sapere che avrebbe risposto a un eventuale attacco contro strutture nevralgiche del regime, o proprie, prendendo di mira i punti di origine dei missili. Cioè le navi americane nel Mediterraneo. Mentre la flotta Usa iniziava a muoversi verso la costa siriana – perché non c’era in zona nemmeno una portaerei quando Trump ha deciso che Assad andava punito –, i tamburi di guerra si facevano più intensi. Si prospettava una situazione da incubo in cui missili americani avrebbero potuto colpire basi e installazioni russe, che avrebbero reagito sparando a loro volta contro navi americane nel Mediterraneo. Una crisi dalle conseguenze inimmaginabili.

Difficile non sospettare che Mosca e Washington si siano parlate prima di quanto accaduto. Ora i Paesi coinvolti si accusano in sede Onu e non solo, ma intanto il peggio è stato evitato. Non è iniziata la terza guerra mondiale

Per fortuna mentre l’apparato bellico americano si dispiegava, e quello russo-iraniano-siriano si preparava, la diplomazia deve aver svolto il suo lavoro di mediazione: quando alla fine l’attacco è arrivato, pare non abbia causato morti e abbia colpito installazioni secondarie probabilmente già evacuate, la contraerea russa non ha nemmeno provato a intercettare lo strike e, tirata la prima salva di missili, i leader occidentali si sono affrettati a dichiarare che la questione per loro era finita lì.

Difficile non sospettare che Mosca e Washington si siano parlate prima di quanto accaduto. Ora i Paesi coinvolti si accusano in sede Onu e non solo, ma intanto il peggio è stato evitato. Non è iniziata la terza guerra mondiale, Trump porta a casa intatto l’onore (più o meno), Francia e Inghilterra mettono uno zampino nella partita, Putin incassa il riconoscimento della sua posizione di forza (l’Occidente chiaramente non è disposto a rischiare uno scontro frontale con Mosca per la Siria) e Assad ne esce rafforzato (niente porta consenso a un leader arabo come essere bombardato dagli Usa) e paradossalmente legittimato: lo strike “punitivo” di Trump, alla fine, è stato spacciato come un monito per il futuro. Un “futuro” di cui, sembra si stia ammettendo, Assad e il suo regime continueranno a far parte.

Ha aumentato la confusione intorno alla partita siriana, ma sembra una questione distinta, l’esplosione di un’installazione iraniana – forse un deposito usato da Hezbollah – a sud di Aleppo, il giorno dopo lo strike americano-franco-inglese. Secondo i media di regime si sarebbe trattato di un incidente, ma secondo alcune fonti sarebbe stato un attacco aereo. Il principale sospettato, in questo caso, sarebbe Israele, che già settimana scorsa – il giorno dopo l’attacco chimico del regime a Duma - aveva attaccato delle installazioni nella Siria centrale, a Homs, causando la morte di quattro militari di Teheran. Questa, molto più che non quella tra Russia e Usa, è probabile che sarà la linea di frattura degli equilibri tattici che i vincitori sciiti della guerra civile siriana (regime, Hezbollah e Iran) stanno andando a creare nel Paese: il confronto aperto tra Israele e le forze sciite che operano in Siria, con la Russia sullo sfondo (Mosca da un lato non vuole rischiare di perdere Damasco, ma dall’altro non è dispiaciuta se il ruolo dell’Iran – suo alleato ma anche rivale – viene contenuto).

Tel Aviv è infatti sempre più preoccupata della profondità strategica che l’Iran ha guadagnato in Siria, grazie all’appoggio al regime suo alleato di Assad durante la guerra. Israele teme che le basi, i depositi di armi, i mezzi e gli uomini oramai veterani che sono presenti oggi in Siria (di Hezbollah, delle forze speciali iraniane, delle varie milizie irregolari sciite irachene, afghane etc.) possano venire usati un domani, non troppo lontano, per muovere guerra allo Stato ebraico. Per questo cerca di limitare il più possibile, per ora senza aprire un fronte, il rafforzamento sciita ai suoi confini nord-orientali. In questo è sostenuta dall’Arabia Saudita, che ha sofferto molto in questi ultimi anni l’ascesa dell’Iran nello scacchiere mediorientale e vuole invertire la tendenza in tutti i modi. Riad è molto attiva, in Occidente e in Oriente, nel tentativo di far colpire e isolare Teheran. Finora con risultati piuttosto scarsi: il sostegno occidentale non le sta permettendo di sconfiggere gli insorti sciiti in Yemen, né di frenare l’espansione di Teheran in Iraq o, via Hezbollah, in Libano. Né tale sostengo, come è appena divenuto palese, si è poi spinto al punto da trascinare gli Usa in un pericolosissimo confronto diretto con la Russia in Siria.

La situazione siriana sembra dunque ora destinata a ri-stabilizzarsi sul precedente canovaccio di un conflitto molto complicato ma a medio-bassa intensità

La situazione siriana sembra dunque ora destinata a ri-stabilizzarsi sul precedente canovaccio di un conflitto molto complicato ma a medio-bassa intensità. Il regime ha ancora alcune sacche ribelli da eliminare, la Russia può occupare lo spazio centrale delle trattative e cercare di incassare i dividendi geopolitici della vittoria, l’Iran e le fazioni sue alleate continueranno a cercare di espandersi e rafforzarsi nel “corridoio sciita” che ora va dal Centro Asia fino al Mediterraneo, Israele continuerà a cercare di contrastare l’Iran, la Turchia cercherà di espandere la propria influenza nel nord della Siria e di prevenire la nascita di un’entità curda autonoma. Il tutto senza che la situazione degeneri in guerra aperta tra Stati.

L’Occidente in questo scenario ha un ruolo secondario. Può intervenire sporadicamente, magari con iniziative “punitive” come il recente strike, e può dare il proprio sostegno ad alcuni attori locali, per garantirsi un minimo di spazio di manovra. I curdi in particolare finora sono stati gli alleati sul terreno degli Usa ma pochi giorni fa, proprio prima dell’improvvisa crisi per l’utilizzo di armi chimiche, Trump aveva detto di voler ritirare i propri uomini di stanza nel Kurdistan siriano. Poi aveva cambiato idea. Non è chiaro che cosa pensi ora il presidente americano, né cosa penserà domani. Ma un intervento diretto, armato e in grande stile in Siria – come dimostrano proprio le modalità del recente strike – non sembra possibile. Il prossimo atto delle violenze in Medio Oriente è più probabile che sia un ennesimo scontro tra “proxy” sunnite e sciite, o una “guerra lampo” tra Israele e Hezbollah.

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