28 Aprile Apr 2018 0730 28 aprile 2018

Quattro cose belle che sono successe in Italia negli ultimi dieci anni (alla faccia dei luoghi comuni)

Siamo un Paese più verde, più sicuro, più innovativo e sì, anche meno diseguale rispetto a dieci anni fa. Nonostante la crisi, e nonostante tutto il resto, qualche motivo per restare ottimisti sul futuro del nostro Paese c’è. Se ci fosse una strategia, ovviamente

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Immagine con licenza Pixabay.com

Siamo d’accordo: quattro dolcissime ciliegie mature servono a poco se tutte le altre fanno schifo. Ed è questo il rischio che si corre, di solito, a raccontare delle cose che in questo Paese funzionano, o stanno funzionando sempre meglio. Eppure, scorrendo i dati di ”Noi, Italia“, l’annuale pubblicazione dell’Istat che presenta cento indicatori sottoforma di serie storica per raccontare al meglio come sia cambiata l’Italia negli ultimi quindici anni circa, la sensazione di un Paese migliore di quello che ci raccontiamo rimane. Anche perché tra gli indicatori positivi ce ne sono alcuni che mai ci saremmo aspettati di trovare.

Ad esempio (prima ciliegia), tra scandali dei rifiuti, trivelle e gasdotti, mai avremmo pensato di raccontare di un Paese che sta davvero diventando sempre più verde. Tra il 1990 e il 2015 l’Italia ha ridotto le emissioni dei gas serra del 16,7%, passando da 520 milioni di tonnellate di Co2 equivalente a 433, nonostante l’aumento della popolazione di ben 7 punti percentuali. Ancora più consistente è stata la diminuzione dei rifiuti smaltiti in discarica passati da 320 kg a 120 kg per abitante. Contemporaneamente, è pure raddoppiato il consumo energetico da fonti di energia rinnovabili, dal 15% al 30%. Non male davvero.

E già che ci siamo, raccontiamo pure di un Paese che sta cominciando, lentamente, ma inesorabilmente, a scommettere sul sapere, sulla ricerca e sull’innovazione. Gli abbandoni scolastici sono diminuiti, ad esempio, dal 22% al 14% in poco meno di quindici anni, e più o meno nello stesso periodo di tempo, i laureati tra i 30 e i 34 anni sono aumentati di 10 punti percentuali, dal 17% al 27%. Anche l’apprendimento permanente, il cosiddetto lifelong learning, è cresciuto dal 5,9% del 2005 al 7,9% del 2017. Niente di trascendentale, in questo caso, ma comunque una buona notizia.

ll bello - o il brutto, fate voi - è che anche questi significativi risultati, nemmeno troppo piccoli o irrilevanti, sono stati raggiunti in condizioni piuttosto disperate. Più precisamente, col Pil in diminuzione, o in crescita molto lenta, con gli investimenti diminuiti di dieci punti in poco più di cinque anni e con un debito pubblico che è schizzato dal 100% al 132% del Pil nel giro di poco più di un decennio. Pensate cosa avremmo potuto fare, in un contesto diverso

Allo stesso modo, è un’ottima notizia quella di una spesa totale in ricerca e sviluppo che passa all’1,09% all’1,34% del Pil, che fa il paio con una crescita degli addetti impiegati in questo tipo di attività, da 3 a 4 ogni 1000 abitanti. Nel Paese delle discipline umanistiche, crescono anche i laureati in materie tecnico scientifiche, da 10 a 13 ogni mille residenti con età compresa tra i 20 e i 29 anni. E cresce pure -a un tasso finalmente fisiologico - anche l’alfabetizzazione digitale della popolazione. A volte, tocca accontentarsi, viste le premesse.

Cresce anche - e non si direbbe, visti i risultati elettorali - la percentuale di persone soddisfatte della propria condizione economica. Erano 40 su 100 nel 2013, oggi ce ne sono almeno 10 in più, sui livelli pre-crisi del 2007. E cresce pure il reddito medio delle famiglie italiane: rispetto al 2014 c'è stato un aumento dell'1,8% in termini nominali e dell'1,7% rispetto al potere di acquisto. Si tratta di una buona notizia a metà, purtroppo: parallelamente è anche aumentato il numero di persone in grave o relativa deprivazione, soprattutto negli ultimi anni. Tuttavia, anche questo allarme povertà merita di essere ridimensionato: nel 2017 l’indice di Gini, che misura il grado di disuguaglianza di un Paese su una scala da 0 a 1 si è fermato a 0,331. Un valore relativamente alto, per un Paese occidentale, ma inferiore tuttavia a quello che il nostro Paese aveva fatto registrare nel 2000, pari a 0,360. Esatto, l’Italia è un Paese meno diseguale rispetto a 17 anni fa.

ll bello - o il brutto, fate voi - è che anche questi significativi risultati, nemmeno troppo piccoli o irrilevanti, sono stati raggiunti in condizioni piuttosto disperate. Più precisamente, col Pil in diminuzione, o in crescita molto lenta, con gli investimenti diminuiti di dieci punti in poco più di cinque anni e con un debito pubblico che è schizzato dal 100% al 132% del Pil nel giro di poco più di un decennio. Tutto, insomma, è stato fatto in regime di coperta corta e risorse molto scarse e mal allocate. Pensate cosa avremmo potuto fare, in un contesto diverso. Pensate cosa potremmo fare, se riuscissimo a spendere meglio - non buttare via col più becero assistenzialismo elettorale - i pochi soldi che abbiamo. Pensate se queste quattro buone notizie - un Paese più verde, acculturato, innovativo, e meno diseguale - fossero figlie di una strategia, di un’ossessione programmatica, anziché del caso, o del buzzo buono della coscienza collettiva di questo Paese. Pensateci. E poi, magari, chiedetelo a chi di dovere.

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