4 Maggio Mag 2018 0745 04 maggio 2018

Ian Goldin: “Più istruiti, più ricchi e connessi: è il periodo migliore di sempre ma rischiamo di rovinare tutto”

Lo studioso, professore di Globalizzazione e Sviluppo a Oxford, è convinto che il nostro periodo sia un nuovo Rinascimento: arti e tecniche che fioriscono, certo. Ma anche rischi di pandemie e di crisi di risorse globali

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immagine tratta da Youtube

Se la conoscenza crea ancora più conoscenza, tante conoscenze connesse possono cambiare il mondo. È il terreno giusto e il momento storico perfetto per aprire al genio, fenomeno sempre individuale e collettivo che darà via al nuovo Rinascimento, quello del futuro. Anzi, ci siamo già dentro: lo dice Ian Goldin (account Twitter: ian_goldin), professore a Oxford di Globalizzazione e Sviluppo, ex vicepresidente della Banca Mondiale e autore, insieme al ricercatore della Oxford Martin Scholl Chris Kutarna, di Nuova età dell’oro: guida a un secondo Rinascimento economico e culturale, edito da il Saggiatore. Nel volume il parallelismo è chiaro: le innovazioni, le scoperte, la fioritura artistica e scientifica del XV secolo trovano una corrispondenza, sotto forme nuove e nuove interpretazioni anche nel mondo di oggi. La rivoluzione della comunicazione dovuta alla stampa si rivede nella iperconnettività della rete (l’autore parla di groviglio), le scoperte di nuovi mondi (e mercati) avvenute via nave ricordano l’abbattimento dei muri e l’espansione democratica.

Si può essere fiduciosi nel futuro. Anzi, si deve. Ma con una certa attenzione: tutto può saltare e insieme al progresso crescono anche i rischi che lo accompagnano.
Il libro è ottimista. Ma anche realista e, in un certo senso, pessimista. Parlare di nuovo Rinascimento è un’idea ottimista: si pensa al fiorire della creatività, delle arti, della scienza. E i fatti lo dimostrano. È cresciuta l’aspettativa di vita. La povertà è in diminuzione. Altri 65 Paesi sono passati alla democrazia. Hanno legalizzato i matrimoni gay in tante parti del mondo. Molte cose buone accadono, dalla connettività in crescita che porta a conoscenza in più che crea altra conoscienza, il genio si sta scatenando. Ma c’è un problema.

Quale?
Parlare di Rinascimento significa anche ricordare i disastri che colpirono quell’epoca: le malattie, per esempio, che si diffusero in regioni più ampie di prima e con più rapidità di prima, proprio a causa delle nuove reti globali. O le invettive politiche nate con i pamphlet, un tipo di scritto impensabile prima che esistesse la stampa e che portò a repressioni religiose, come quelle di Savonarola. Per restare in tema, non vanno dimenticate le guerre di religione, l’inquisizione, la disuguaglianza che divenne sempre più forte. Le analogie, insomma, si vedono. Io invito tutti, quando si parla di futuro, a essere sempre cauti.

Che rischi corriamo noi oggi?
Rischi e problemi. Non bisogna dimenticare che questo è, per molti aspetti, il secolo migliore della storia. Ma potrebbe essere anche l’ultimo.

In che senso?
Il rischio sistemico, in un mondo iperconnesso, è ancora più grande. Le malattie diventano pandemie. Il crollo di una borsa ha ripercussioni anche in altri Paesi. Le tecnologie sono innovative, ma l’uso che se ne può fare può essere distruttivo: ad esempio, penso ai droni. Nel frattempo, ci sono migliaia di persone tenute fuori dalla crescita economica: il livello di diseguaglianza globale è enorme. Insomma, adesso occorre che tutti siano consapevoli che questo nuovo mondo, con tutti i nuovi vantaggi che concede, richiede più responsabilità. La nostra abilità di fare più scelte può essere distruttiva.

Ormai siamo interdipendenti. Dipendiamo ognuno dall’altro e tutti noi dipendiamo dal pianeta. Siamo parte di un sistema complesso e per capirlo occorre avere una prospettiva storica: dove ci troviamo nel corso della storia? Dove siamo? Di sicuro, nel periodo migliore di sempre

Un’epoca altrettanto disruptive, però, è stato il XIX secolo. Anche lì l’innovazione ha creato cambiamenti mai visti, ha accorciato le distanze e inventato nuovi modi di comunicare.
Non trovo utile il confronto con il XIX secolo. Poi, certo, chiunque può scegliere l’epoca che preferisce. Steven Pinker, ad esempio, trova parallelismi del mondo moderno con l’Illuminismo, che considera il periodo più importanti della storia (e per me sbaglia). Ma è un approccio relativo: i cinesi ne sceglierebbero un altro, gli indiani anche. Il Rinascimento, per me, è il periodo giusto. È quello della globalizzazione 1.0. La storia non si ripete, ma ogni tanto fa rima con se stessa e ci aiuta ad avere la giusta prospettiva.

Quale prospettiva?
L’idea chiave è proprio quella che siamo interdipendenti. Dipendiamo ognuno dall’altro e tutti noi dipendiamo dal pianeta. Siamo parte di un sistema complesso e per capirlo occorre avere una prospettiva storica: dove ci troviamo nel corso della storia? Dove siamo? Di sicuro, nel periodo migliore di sempre. Siamo più sani, più ricchi e più connessi. Questa condizione comporta una forte responsabilità. Purtroppo gli Stati e gli individui non lo capiscono e si comportano come insiemi chiusi. È sbagliato e controproducente. Non ci sarà mai un muro alto abbastanza per tenere fuori il cambiamento climatico, o le pandemie, o che creerà nuove tecnologie e darà nuovi posti di lavoro.

Il muro, appunto: ci porta a parlare di Trump e dei partiti definiti populisti che reagiscono alla globalizzazione. È un movimento temporaneo? Un ultimo colpo di coda del passato?
È un populismo temporaneo. Non durerà poco, certo, ci vorranno 10, 15, 20 anni per esaurirlo. Ma è una reazione, soprattutto quella americana, contro lo spostamento di potere globale – gli Usa non sono più G1, e ne soffrono. È un tentativo di rallentare, se non fermare, il cambiamento globale. Ed è anche una reazione alla crisi finanziaria. È espressione di rifiuto nei confronti dell’autorità e degli esperti. E hanno ottime ragioni per farlo.

Quali?
I migliori esperti sulla piazza, quelli più pagati, quelli più importanti, cioè quelli della finanza e le banche centrali, si sono dimostrati del tutto incapaci di gestire della crisi del 2008. Le persone sono state deluse da loro e continuano a esserlo. In più, a guardare i flussi elettorali, si nota che è anche una reazione alla diseguaglianza: chi hanno votato i partiti populisti non abita nelle città, in realtà cioè in rapido cambiamento, dinamiche e connesse. Sono e si sentono esclusi dai luoghi più innovativi, dove la vita costa sempre più cara.

La storia non si ripete, ma ogni tanto fa rima con se stessa

Anche l’Europa traballa. Quale sarà il suo ruolo nel futuro?
A dire il vero sono abbastanza ottimista sull’Europa. L’Asia crescerà, certo, ma con molti problemi. L’Africa invece rimarrà, almeno dal punto di vista economico, ancora piuttosto ridotta. L’America Latina resterà indietro. Secondo me ci saranno tre grandi blocchi di potere: Usa, Europa e Asia, in particolare Cina e India. In quel mondo l’Europa sarà una forza progressista e dinamica: del resto è democratica è la più attenta ai diritti umani ed è riuscita a creare alleanze tra i suoi Paesi. Ha un’identità condivisa, ha creato interdipendenza, ha abbattuto i suoi muri interni – anche se mantiene quelli esterni.

E qui entra in scena l’immigrazione, un grande problema per i Paesi dell’Ue.
Per quanto riguarda i rifugiati, la questione va posta sul piano etico: vogliamo soccorrerli o lasciarli morire? – anche se, certo, non si può salvare il mondo intero. In questo senso il contributo dato da Italia e Germania è stato enorme, soprattutto in confronto alla scarsa collaborazione degli altri Paesi, che non hanno voluto condividere il peso del problema. Qui la Ue non ha funzionato. Per i migranti economici, il discorso è diverso. L’Europa, per questioni di natalità, ne ha bisogno. Ne occorrono di più, certo, ma meglio regolati: devono rispettare le leggi, pagare le tasse, imparare la lingua, in cambio della possibilità di vivere in un altro Paese.

Le regole chi le scriverà nel futuro? Saranno ancora gli Stati o si imporranno nuovi soggetti, nuove istituzioni?
Gli Stati hanno già rinunciato a molti poteri, come si vede ad esempio nella Ue. Una forma di condivisione delle decisioni che è già in atto e che è più adatta per affrontare problemi enormi e comuni. Ma non sono più gli unici soggetti: ora vediamo crescere le città o le grandi multinazionali, a volte più ricche e potenti di interi Paesi, soprattutto quelle digitali. Come regolarle? Come proteggere i cittadini su questioni come la sicurezza dei dati, o le fake news? Serviranno gli sforzi coordinati dei governi dei Paesi del mondo. Nessuno, ormai, è in grado di farlo da solo.

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