5 Maggio Mag 2018 0745 05 maggio 2018

I libri che dovete assolutamente leggere per imparare... a leggere i libri!

I libri ci insegnano che per esprimere un giudizio bisogna confrontarsi con gli altri. Quali sono i testi base per un buon bagaglio culturale? Da Harold Bloom a Mario Vargas Llosa, da Alberto Arbasino a Oriana Fallaci, Garboli e Indro Montanelli. Ecco le opere di cui non possiamo fare a meno

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Di seguito si riporta un estratto del libro "Book blogger" di Giulia Ciarapica.

Giulia Ciarapica, Book blogger. Scrivere di libri in Rete: come, dove, perché, Franco Cesati Editore, pp. 144, 12 euro.

Di improvvisazione non si muore, ma quando si tratta di libri e di letteratura, e soprattutto quando dobbiamo consigliare dei testi analizzandoli in modo critico, è sempre bene affidarsi al proprio bagaglio culturale, che si arricchirà col tempo e con l’esperienza. Approfondire, fare ricerca, studiare, leggere, infatti, sono i primi verbi dell’aspirante critico letterario; i ferri del mestiere, i libri da consultare quando ci si accinge ad analizzare un testo, sia esso un romanzo, un saggio o una raccolta di poesie o di racconti.

Ci sono dei testi base, libri di studio che diventeranno, col tempo, strumenti da riprendere in mano ogni volta si pensi a una recensione. Nel corso di questo capitolo daremo via via dei consigli di lettura; per farlo, sbirceremo nella nostra “libreria personale”, tra scelte libresche – testi di critica letteraria, romanzi, raccolte di poesie o di racconti – che rappresentano un percorso di studio individuale, parziale; e in continua evoluzione – altrimenti probabilmente non lo definiremmo “percorso” –, un cammino ancora lungo e denso di novità e di continue scoperte.

Un itinerario culturale in costante “addizione”, dunque: davanti a noi una grande libreria in cui abbiamo sistemato i titoli a cui siamo affezionati, su cui abbiamo studiato e che hanno contribuito alla nostra formazione, avendo cura di lasciare il giusto spazio per accogliere quelli che verranno, che ancora non conosciamo, e magari ci verranno consigliati; per esempio dai blogger letterari di cui ci fidiamo.

Infatti, anche la lettura di alcune recensioni può incuriosirci, “convincerci” ad aggiungere un libro al nostro scaffale, come a me è successo con Propizio è ove recarsi di Emmanuel Carrère (Adelphi), definito da Carlo Mazza Galanti (su Linus e minima&moralia) «non [...] solo una raccolta di pezzi brillanti ma [...] una frammentaria e preterintenzionale opera di poetica»; o con Perché lo diciamo noi (Piano B Editore), il saggio politico firmato dal linguista e teorico della comunicazione Noam Chomsky di cui Giulio Papadia ha scritto su Mangialibri.

Insomma, la lista dei titoli “imprescindibili” – o comunque importanti, per varie ragioni – cresce, si arricchisce (dopotutto, come si dice, non si smette mai di imparare e di studiare), ma rimane comunque e sempre personale, dettata dalla sensibilità individuale: è anch’essa in perenne evoluzione. Queste le premesse, dovute, ma adesso è tempo di tirare fuori dallo scaffale il primo libro da tenere sulla scrivania.

Per esprimere un’opinione o un giudizio, di qualunque tipo, è importante affinare lo spirito critico partendo dal confronto con gli altri, e i libri altro non sono che identità cartacee con cui avere uno scambio silenzioso di idee

Come si legge un libro e perché di Harold Bloom

Per imparare a scrivere occorre leggere, ma cosa significa “leggere” nel vero senso della parola e in tutte le sue sfaccettature? E perché è così essenziale? Per esprimere un’opinione o un giudizio, di qualunque tipo, è importante affinare lo spirito critico partendo dal confronto con gli altri, e i libri altro non sono che identità cartacee con cui avere uno scambio silenzioso di idee.

Lo scambio di idee prevede un percorso che porta, quasi sempre, a un cambiamento – di prospettiva o di valutazione. Ci si prepara all’incontro col diverso partendo da se stessi e affilando le armi intellettive. Appropriandoci di un pensiero di Sir Francis Bacon, ripreso più volte anche da Bloom, non si deve «leggere per contraddire o confutare, né per credere o dare per scontato, e nemmeno per trovare parole o discorsi, bensì per ponderare e riflettere».

Ogni libro è veicolo di novità e noi, liberi dalla tirannia del pregiudizio e della fretta, dobbiamo imparare a leggere per rafforzare il nostro essere. È ciò che insegna Harold Bloom in questa raccolta di brevi saggi divisa in sezioni, ognuna dedicata a un genere: racconti, poesie, romanzi (I e II), teatro. Leggendo Bloom ci si imbatte spesso nel nome di Shakespeare, a cui il più influente critico letterario anglosassone ha dedicato un intero volume (Shakespeare. L’invenzione dell’uomo).

Ebbene, fra Cervantes e Shakespeare – i due punti di riferimento di Bloom – l’autore tratteggia i profili, brevi ma puntuali, di grandi scrittori e intellettuali della storia internazionale (Čechov, Flannery O’Connor, Borges, Calvino, Landolfi, per citarne alcuni); delinea la parabola della buona e bella scrittura, ed è dal suo resoconto, personale ma accademicamente e letterariamente oggettivo, che possiamo ricomporre un vasto mosaico culturale.

Un capitolo fondamentale della raccolta è dedicato ai racconti. Un genere poco frequentato, sia dallo scrittore che dal lettore, di cui grazie a Bloom riscopriamo la bellezza, l’essenzialità, attraverso le opere di Čechov e Turgenev, della O’Connor, di Nabokov, nel suo gioco di richiami letterari.

La malattia dell’infinito. La letteratura del Novecento di Pietro Citati

Contiene ritratti memorabili di Giorgio Manganelli, Cristina Campo, Tomasi di Lampedusa o Attilio Bertolucci, tutti “ammalati” del mestiere di scrivere, perché forse proprio di malattia si potrebbe parlare quando ci riferiamo a quel desiderio insaziabile, quando non diventa ossessivo, dell’infinito: un infinito popolato di ampie vedute, che valicano il confine umano, l’orizzonte imposto.

La grandezza di Citati – che si palesa ogni volta ne recuperiamo le opere per confrontare un testo contemporaneo con uno classico − sta nel riuscire a stupire il lettore con il suo sguardo innocente e al contempo malizioso, due occhi acuti e pungenti con cui tratteggia il profilo dei grandi intellettuali del Novecento; con una semplicità e una delicatezza tali da restituirci un’immagine di questi illustri scrittori quasi amichevole, quasi fossero compagni di vecchia data con cui bere un bicchiere ogni tanto.

Troviamo la medesima operazione anche in libri come Il tè del Cappellaio matto – magnifico il ritratto di Gozzano – o come Leopardi, biografia del recanatese. «La felicità di Leopardi ragazzo era fragilissima: un battito di ali, subito perduto» (p. 24), scrive Pietro Citati, svelando al lettore un Leopardi quasi inedito: il “Giacomo” che viene prima del poeta, un ragazzo alle prese con un’inquietudine umana nata tra le mura domestiche, a cui con il suo genio riuscirà a dare voce, raggiungendo vette altissime.

Racconta il Novecento. Modelli e storie della narrativa italiana del XX secolo di Walter Pedullà

Professore emerito de “La Sapienza” di Roma, Walter Pedullà è stato critico letterario dell’Avanti! (dal 1961 al 1993) e direttore dal 2001 delle riviste «L’illuminista» e «Caffè illustrato». «Che ne sarà del secolo appena finito? Come sarà considerato? Sarà il Novecento grande quanto l’abbiamo lasciato? Sarà un secolo come gli altri?» (p. 63), scrive nel suo originale itinerario attraverso la narrativa italiana del Novecento.

Da Bontempelli a Palazzeschi, da Fenoglio a Pasolini, da Malerba a Elsa Morante, Pedullà esplora la letteratura e la lingua italiane degli ultimi cento anni, e lo fa in modo innovativo, partendo dall’idea di “crisi permanente” (titolo dell’introduzione dell’opera): quella del verismo in narrativa e del simbolismo in poesia, del meccanicismo nella scienza e del positivismo in filosofia che caratterizzano l’inizio del secolo scorso.

Pedullà ci offre un quadro dettagliato della situazione storica e culturale dell’Italia degli anni Trenta. Oltre a un esaustivo elenco di autori che hanno esordito in quegli anni, il critico fotografa il problema della narrativa italiana in rapporto alla dittatura fascista

Qual è stata la migliore scuola di narrativa del Novecento, è forse quella espressionista? E che tipo di lingua è quella dell’espressionismo? Ciò che di Pedullà colpisce è anzitutto l’approccio allo studio della lingua e dello stile, in linea con l’analisi del momento storico in cui le opere si inseriscono. Prendiamo, ad esempio, il capitolo “Luci ed ombre del decennio nero”, con le relative appendici (sesta e settima) su Landolfi e Brancati: prima di addentrarsi nei meandri della scrittura del primo − «che non si fa scrupolo di mettere tutto al proprio servizio di scrittore che non sa chi è veramente» (p. 371) − e del secondo − «Brancati prende tutti questi materiali e li butta nel pentolone in cui bolle la vita come è veramente.

È una realtà tremenda, laida e maleodorante [...]» (p. 376) −, Pedullà ci offre un quadro dettagliato della situazione storica e culturale dell’Italia degli anni Trenta. Oltre a un esaustivo elenco di autori – e relative opere – che hanno esordito in quegli anni (Moravia, Alvaro, Gadda, Zavattini, Buzzati, e altri a seguire), il critico fotografa il problema della narrativa italiana in rapporto alla dittatura fascista. Si chiede quanto l’autocensura della narrativa sia stata una via di fuga dalla realtà o, invece, un vero e proprio sintomo di repulsione. «Si scappa dalla realtà con la lingua di Vittorini e con il pensiero di Brancati, oltre che con la fantasia di Landolfi» (p. 359), ma avverte: «Si fa politica anche con la narrativa che ne è priva» (ibid.).

La forma e la vita: il romanzo del Novecento di Giorgio Bàrberi Squarotti

È un libro nel quale il critico e saggista mette in atto un’operazione atipica, quantomeno nelle intenzioni; non mancano le linee guida della storia letteraria del Novecento, ma la particolarità del testo di Bàrberi Squarotti sta nel non presentarsi come un “catalogo” di autori e opere da consultare ogni tanto, semmai come una selezione personale di «voci e testi che hanno fatto di vita e letteratura quel connubio indissolubile che tende alla “totalità”» (p. 6).

Il giardino delle Esperidi di Giuseppe Pontiggia

Veniamo quindi a un milanese d’azione scomparso, proprio nella sua città, nel 2003, e che, fra le altre cose, prese parte (dal 1956) alla redazione del «Verri», rivista di avanguardia diretta da Anceschi, in cui venne pubblicato per la prima volta nel ’59 il suo romanzo (più sedici racconti) La morte in banca.

Nella raccolta di saggi Il giardino delle Esperidi Pontiggia dà voce, forma, colore e calore ai suoi autori più cari – tra i quali Baudelaire, Gozzano, Pessoa, Gadda – e lo fa destreggiandosi sapientemente tra le storie di Nero Wolfe, i versi sorprendenti e “rovesciati” di Palazzeschi, fino a risalire alla tematica tragica della guerra civile nella Farsaglia di Lucano, opera ostica nella sua conclamata bellezza.

La verità delle menzogne di Mario Vargas Llosa

Leggiamo, analizziamo, svisceriamo romanzi, racconti, testi teatrali e poesie, ma ci siamo mai chiesti in che misura siano sinceri? I romanzi, la letteratura, mentono o sono piuttosto lo specchio della verità? A tal proposito, un punto di vista interessante e condivisibile è quello di Mario Vargas Llosa.

Nella sua Verità delle menzogne lo scrittore sostiene che tutti i romanzi mentono, ma solo nella misura in cui raccontano una verità che è possibile manifestare attraverso l’occultamento e la dissimulazione: «Gli uomini non sono contenti del loro destino e quasi tutti [...] vorrebbero una vita diversa da quella che vivono. Per placare – fallacemente – questo appetito sono nate le finzioni.

Le si scrive e le si legge affinché gli esseri umani abbiano vite che non si rassegnano a non avere» (p. 8). Partendo da questa premessa generale, Vargas Llosa sintetizza l’evoluzione della narrativa contemporanea, offrendo uno strumento utile per ricostruire il retroscena di alcuni tipi di scrittura, spingendosi a fotografare l’uomo che si nasconde (a volte neanche troppo) dietro lo scrittore.

Leggiamo, analizziamo, svisceriamo romanzi, racconti, testi teatrali e poesie, ma ci siamo mai chiesti in che misura siano sinceri? I romanzi, la letteratura, mentono o sono piuttosto lo specchio della verità?

Ritratti italiani di Alberto Arbasino

Uno degli aspetti più interessanti quando ci si affida a un critico letterario è farsi trascinare dalla sua capacità di insinuarsi fra le pieghe dei pensieri dello scrittore, visto prima di tutto come uomo, oltre che come autore; i ritratti di cui abbiamo parlato finora ne sono un chiaro esempio.

Si inseriscono in questa atmosfera i ritratti presenti in questo testo di Arbasino: il critico si diverte qui a tratteggiare i profili letterari, cinematografici, intellettuali di alcuni illustri suoi contemporanei, in molti casi veri e propri amici: Mario Soldati, Luchino Visconti, Sofia Loren, Fellini, Pasolini, Parise, Testori, Berio, e molti altri. Raccolta, questa, che potremmo definire “lussuosa”, tanta è la ricercatezza stilistica che ha contribuito, senza dubbio, alla grandezza di Arbasino.

La stanza separata di Cesare Garboli

È un libro che ci riporta nel cuore dei miti del Novecento, riunendo opere grandi e minori, riuscite o meno, in una raccolta di saggi e articoli scritti in momenti diversi. «Fra le tante, spicca nella Stanza separata una dote che oserei definire suprema: la capacità di cogliere, d’istinto, la distanza giusta tra sé e il libro, in modo che questo, rispetto all’atto che lo svela, stia né troppo vicino, né troppo lontano dall’interprete», scrive Giuseppe Leonelli nella prefazione (p. 18).

Ed è forse uno degli insegnamenti più importanti per un aspirante critico letterario: riuscire a mantenere salda la propria personalità, osservando con il giusto distacco la materia letteraria, addentrandosi quel tanto che basta per analizzarla in profondità, soppesando tutti gli elementi che il testo e l’autore offrono. Potremmo aggiungere alla lista di testi di studio anche:

Letteratura e salti mortali di Raffele La Capria, che aiuta il lettore e potenziale critico a indagare la natura di quella materia vasta, misteriosa e splendida che è la letteratura – oltre a tentare di coglierne l’urgenza, la necessità che lega l’uomo ad essa; i saggi di Giacomo Debenedetti, sotto la cui penna sono passati opere e autori di ogni tempo e nazione: da Svevo a Proust, dall’Alfieri a Saba.

Nel caso volessimo tentare una recensione “doppia” romanzo/ film, potremmo consultare Cinema e letteratura di Giacomo Manzoli. Questo prezioso li bretto offre elementi utili al confronto, con interessanti inserti sulla storia del cinema arricchiti da esempi illustri (a scrittori minori ma di enorme successo per l’epoca, come Carolina Invernizio, si affiancano i più prestigiosi Gozzano, Pirandello e soprattutto D’Annunzio).

Per un attento studio del genere poliziesco che, insieme al giallo classico, al noir e al thriller, sta spopolando in termini di vendite e di interesse editoriale, potremmo invece affidarci alle teorie filosofico sociologiche di Il romanzo poliziesco di Siegfried Kracauer. Nel suo saggio l’autore tedesco, naturalizzato statunitense, ha individuato le cause – e gli sviluppi, nel tempo e nei vari Paesi – del successo del poliziesco: psicologia del criminale e del detective, chi è colui che indaga, che ruolo sociale ha, come si rapporta alle vittime e ai carnefici; e ancora, il processo, la scelta dell’ambientazione, il focus sull’immancabile hall d’albergo e il percorso che dal caos riporta all’ordine. Infine non possono mancare due colossi del giornalismo italiano: Indro Montanelli e Oriana Fallaci.

Con lo spirito battagliero che l’ha sempre contraddistinta, Oriana Fallaci ha messo a nudo un imprendibile Federico Fellini, una sorniona Ingrid Bergman, un’autentica e verace Anna Magnani, e poi Gianni Rivera, Catherine Spaak, Nilde Iotti, e via fino a Menotti

Gli antipatici di Oriana Fallaci

È una raccolta di diciotto interviste a personaggi del mondo dello spettacolo, pubblicata per la prima volta nel 1963, da cui si possono trarre parecchi spunti. «Ovunque si parla di loro, ovunque si discute di loro, delle loro gesta, dei loro amori, delle loro corride, delle loro poesie, dei loro gol, della loro musica, dei loro comizi, dei loro film, dei loro miliardi, della loro miseria, e la loro celebrità così vasta, così rumorosa, così esasperante che ci ossessiona, ci tormenta, ci soffoca al punto di farci esclamare “Dio che rompiscatole! Dio che antipatico!”» (p. 5).

Con lo spirito battagliero che l’ha sempre contraddistinta, Oriana Fallaci ha messo a nudo un imprendibile Federico Fellini, una sorniona Ingrid Bergman, un’autentica e verace Anna Magnani, e poi Gianni Rivera, Catherine Spaak, Nilde Iotti, e via fino a Menotti. Sono interviste scottanti, spesso scomode, le domande taglienti, insistenti, il ritmo incalzante. Faccia a faccia implacabili, sottili, ironici e pungenti, con una giornalista a cui non sarebbe sfuggita neppure la più impercettibile smorfia delle labbra.

Ritratti di Indro Montanelli

Ai fini del nostro percorso può essere utile tenere a portata di lettura questa galleria di grandi personaggi della Storia e della letteratura di tutti i tempi. Si parte dalla lontana Roma di Silla e di Giulio Cesare, passando per Dante, Cosimo de’ Medici e Niccolò Machiavelli, fino ad arrivare a Carlo Goldoni, Crispi, Giolitti, De Gasperi, Enrico Mattei.

Un totale di quaranta ritratti, istantanee capaci di cogliere elementi, dettagli e curiosità che hanno reso grandi questi uomini e queste donne: dalla freddezza di Isabella Gonzaga come madre, dalla sensualità di ghiaccio con cui ammaliava gli uomini alla passionalità di Masaniello, figlio della strada, senza istruzione, vissuto di «patacche e furtarelli» (p. 167).

Ciò che definisce – ognuno a suo modo e in misura diversa – l’identità di Montanelli e della Fallaci è senza dubbio la semplicità, di stile e di scrittura, nonché la chiarezza di intenti e di contenuti che consente loro di arrivare a tutti, al pubblico più ampio e variegato possibile. Che si scriva su un quotidiano, su un blog o su un qualsiasi altro mezzo di comunicazione di massa, questo aspetto viene prima di tutto: non parliamo o scriviamo rivolgendoci a un ristretto gruppo di persone o di esperti del settore, ma guardando a un lettore/pubblico potenzialmente vasto e dalle caratteristiche e competenze diversissime, che deve poter essere messo in condizione di apprezzare le qualità di un’opera d’arte, di un libro, di un film, da chi lo recensisce.

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