8 Maggio Mag 2018 0955 08 maggio 2018

Dopo Cambridge Analytica, tocca alle fake news: ma Zuckerberg se ne è già dimenticato

Dopo i problemi relativi alla privacy e alla gestione dei dati, Facebook deve ancora risolvere la questione delle fake news. Il rapporto tra il social network e il giornalismo è in continuo mutamento e da ciò dipende anche la credibilità di un dibattito politico

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JIM WATSON / AFP

È immediato associare Facebook alla gestione dei dati degli utenti ma c’è anche un’altra questione che la piattaforma di Menlo Park deve affrontare e riguarda il suo rapporto con il giornalismo. I social network infatti non vengono usati solo per interagire ma anche per leggere gli ultimi aggiornamenti o per informarsi sugli eventi più importanti. Distinguere tra fatti e opinioni non sempre è facile, la percezione stessa delle notizie non lo è, perché talvolta ne leggiamo prima osservazioni e commenti, da cui veniamo inevitabilmente condizionati.

Sul web notizie vere e false, informazioni corrette e incomplete viaggiano con la stessa velocità e la popolarità sembra essere un criterio prevalente rispetto all’attendibilità. Con i nuovi media non solo la comunicazione ma l’informazione stessa ha subito un processo di disintermediazione. La stampa e i giornalisti non gestiscono più i flussi informativi, o almeno non da soli, spesso sono gli utenti stessi a produrre notizie o a veicolarne altre senza verificare veridicità e correttezza. Eppure è anche sul Web che le persone si informano, compresi i social network e le app. Negli Stati Uniti il fenomeno è evidente, come dimostra un’indagine condotta lo scorso agosto dal Pew Research Center.

Il 43% degli americani si informa online e il 50% dalla tv ma la differenza tra i due valori solo nel 2016 era di 19 punti percentuali. In Usa coloro che leggono notizie su siti web, app o social media sono passati dal 38% di due anni fa al 43% del 2017, mentre la televisione sembra perdere terreno, dal momento che nel 2016 era il 57% delle persone a non poterne fare a meno. In Italia alla domanda: quali mezzi ha usato negli ultimi sette giorni per informarsi, il 60,6% degli intervistati ha risposto i telegiornali ma subito dopo, il 35% e addirittura il 48,8% di chi ha tra 14 e 29 anni, ha chiamato in causa proprio Facebook, come riportato dal quattordicesimo rapporto Censis sulla comunicazione.

L'eventualità che gran parte dei contatti la pensi allo stesso modo su qualcosa, non fa di quella opinione un fatto e non crea una base comune su cui confrontarsi ma magari fa assurgere a notizia la considerazione più popolare tra i nostri amici di Facebook

Lo scorso anno era stato annunciato il Facebook Journalism Project, per collaborare con le organizzazioni di notizie, offrire corsi, strumenti e prodotti ai giornalisti in più lingue, studiare i format migliori per gli utenti e aiutare questi ultimi ad acquisire maggiore consapevolezza di ciò che leggono in rete. Da tempo infatti la piattaforma si interroga sul suo rapporto col mondo dell’informazione ma non sempre le risposte sono soddisfacenti. Quando durante l’audizione davanti alle Commissioni del Congresso americano, il Senatore Sullivan ha chiesto al suo interlocutore se reputa la sua, una società tecnologica o un editore, Mark Zuckerberg ha risposto che Facebook nasce per creare prodotti tecnologici e che in un certo senso è responsabile dei contenuti che però non produce, alimentando di fatto molte perplessità. Queste ultime non sono state fugate nemmeno la settimana scorsa quando Zuckerberg ha incontrato alcuni rappresentanti del mondo del giornalismo al convegno “Off the Record.”

Come riporta tra gli altri il Time, quest’ultimo ritiene che la responsabilità del social network nei confronti dell’informazione sia da un lato, garantire notizie affidabili e dall’altro, costruire una sorta di base comune per permettere alla collettività di confrontarsi. Per rispondere a queste esigenze a Menlo Park hanno iniziato a usare dei sondaggi, in altre parole si è deciso di interpellare direttamente i propri utenti per testare l’attendibilià e il carattere informativo di ciò che leggono in News Feed. I dubbi tuttavia sono molteplici. Come ha infatti notato Adrienne Lafrance su The Atlantic: «decidere cosa credere in base alle opinioni di altre persone non solo non è giornalistico, ma è probabilmente in disaccordo con la stampa intesa come istituzione democratica».

Detto in altri termini, l'eventualità che gran parte dei contatti la pensi allo stesso modo su qualcosa, non fa di quella opinione un fatto e non crea una base comune su cui confrontarsi ma magari fa assurgere a notizia la considerazione più popolare tra i nostri amici di Facebook. Non solo privacy e gestione dei dati degli utenti dunque, il social network più diffuso al mondo deve dipanare un’altra questione urgente, il suo rapporto con l’informazione e il giornalismo da cui dipende più o meno direttamente la qualità del dibattito pubblico.

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