9 Maggio Mag 2018 0735 09 maggio 2018

Liberato, levati il cappuccio: è ora di fare sul serio

Dopo il totoprovenienza su Liberato e le domande sulla sua identità, è arrivato il momento di andare oltre i singoli e tirare fuori finalmente un album serio

Liberato
(Immagine tratta dalla pagina Facebook di Liberato)

Lo confesso. Era un po’ che ignoravo le notifiche di molti dei miei contatti Facebook: perché il 2 maggio erano usciti un paio di nuovi video di Liberato e la cosa era diventata argomento di post e commenti che manco il concertone del primo maggio... quindi potete immaginare quanta noia mi metteva questa cosa. Poi pero’ il 7 maggio mi arriva questa telefonata da parte di questa prestigiosa rivista che state leggendo la quale mi chiede di… scrivere un articolo su Liberato! Cristo, mi dico… evidentemente è il contrappasso: tanto cerchi di evitare una cosa o gettarla fuori dalla porta che invece ti rientra dalla finestra. D’altronde avrei dovuto aspettarmelo, visto che il 9 maggio Liberato farà un concerto gratuito davanti al tramonto sul lungomare di Napoli, pubblicizzato da questa jpg qua, semplice ed efficace:

Liberato lo ascoltai per la prima volta proprio a ridosso dell’uscita del suo primo singolo, ovvero 9 maggio. Singolo che è diventato un caso e che credo abbia bisogno di poche presentazioni: il pezzo mi sembrava molto bello, musicalmente c’era aria di freschezza, di emozione. E c’era questa caratteristica interessante di proiettare Napoli in una zona contemporanea, al passo coi tempi. Il video correlato rappresentava uno spaccato popolare che sembrava sincero, e soprattutto giovane, con questa ragazzina che in qualche modo si vive la sua solitudine e correlati turbamenti adolescenziali in una città, Napoli, che comunque per quanto dura sembra proteggerla dal male. Liberato non aveva un’identità, poteva essere chiunque: sembrava essere contro l’immagine, contro l’individuazione, rifuggendo dai riflettori seguiva, nella mia testa, l’esempio residentsiano della “teoria dell’oscurità”: che poi fosse invece mutuata da contesti più pop che sperimentali, roba come Daft Punk o i Cani, comunque lì stavamo.

Nelle interviste si esprimeva per citazioni napoletane, un vero taglia e cuci (rammenti di canzoni di Pino Daniele, il soprannome di Maradona usato come risposta ecc.), che pare – a detta degli esperti – prosegua anche nelle sue canzoni, che sono un mix di dialetto contemporaneo e antico, anche con citazioni da cose tipo la tamurriata nera (quel “sò rimast’ sott’a botta impressiunat”) che indica una ricerca di vocaboli assolutamente non casuali.

Anche nelle comunicazioni social si esprimeva in caps lock come se parlasse per le strade dei mercati partenopei, il suo font era mutuato da quello della curva B perché il tifo per il Napoli non può prescindere dalla vita quotidiana in quella città, è come respirare. Poi uscì il secondo singolo, e anche lì mi piacque abbastanza, solo che nel video cominciavano a vedersi immagini sì... da cartolina. U vesuvie, la pizz, i ragazzini che impennano con la moto… u mare… come ammesso dal regista dei video, Francesco Lettieri, residente a Roma ma napoletano di nascita, si volevano usare i luoghi comuni su Napoli in maniera costruttiva inserendoli in un contesto moderno, perché il detto “vedi Napoli e poi muori” per quanto luogo comune in fondo è verità. Infatti tutto sommato, nonostante questo aspetto nazionalpopolare un po’ alla Arbore e l’orchestra italiana revisited, la cosa reggeva. Sembrava che Liberato stesse facendo lo stesso qualcosa di innovativo, come altri suoi compaesani d’altronde… poiché la scena di Napoli forse è la più forte musicalmente di tutta la penisola perché che sia trap, hip hop o neomelodia comunque è vera.

Eh si.. ma magari fosse un dato di fatto. Dopo un po’ infatti, rispetto a questa cosa della verità e della veracità, su Liberato si sono abbattuti dei dubbi amletici. Innanzitutto il fatto che il nostro non avesse un volto e la cura certosina dei dettagli nelle sue produzioni (non si scappa dalla napoletanite, come diceva ancora una volta Arbore) portava piano piano a pensare che fosse un progetto studiato a tavolino da più persone. Insomma Liberato come collettivo, in cui probabilmente Liberato fa un terzo di quello che dovrebbe fare e il resto lo finiscono i suoi collaboratori. Fin qui niente di nuovo, Madonna si vede in volto ma anche essa è circondata da gente che lavora per lei, magari neanche accreditata: in Liberato potrebbe essere visto come un atteggiamento da star più che da ragazzo di strada ma... tant’è.

L’improvviso interesse delle major così tanto strombazzato anche lì è abbastanza sospetto, come anche il fatto che lui abbia – pare – rifiutato grosse offerte nonostante abbia dietro un team solido che lo porta a fare una vera e propria guerrilla marketing virale senza quartiere, tanto da essere invitato a grosse manifestazioni già quando all’attivo aveva solo due singoli. Molti hanno addirittura ipotizzato che fosse un prodotto “colonialista”, cioè messo su da gente assolutamente estranea a Napoli pronta ad accalappiarsi la fetta del pubblico italiano che consuma più musica in assoluto, cioè appunto i napoletani.

Scattò così il “toto provenienza” di Liberato: il fatto che lui non avesse un volto andò subito in secondo piano, non interessava piu’ CHI FOSSE ma da DOVE VENISSE. Che pronuncia napoletana ha? Se è di Napoli davvero, di che zona potrebbe essere? È ricco o povero? Io in quanto romano ovviamente ne so quello che può saperne uno con amici partenopei: e infatti chiedendo a Dj Paloma, napoletano doc e grandissimo esperto di electrocumbia, ragguagli su questo interrogativo, lui mi rispose cosi: «L’accento è del centro, sicuro non è dei paesi vesuviani, le varie torri… e manco Pozzuoli: al centro storico è misto, c’è il popolo e la borghesia». Cosa che in un certo senso la dice lunga sul fatto che, anche a livello linguistico, Liberato debba unire le diverse anime di Napoli e anche qui si sospetta la progettualità. Però c’è un fattore ovviamente più importante, anzi il solo che abbia importanza; quello musicale. E lì il sopracciglio incomincia ad aggrottarsi inaspettatamente…

Sì, perché l’estate scorsa un altro mio caro amico emigrato a Londra, Luigi Lungarella, ex cantante dei seminali Res et Verba aka gli EMF italiani che una volta, nei lontani Novanta, scriveva per una fanzine indie (l’indie inglese attenzione, non l’indie farlocco italiano) intervistando gente come gli Echobelly, e comunque attentissimo frequentatore della scena clubbing inglese attuale, andò a trovare degli amici in zona partenope e, ovviamente ,fece serata con loro in alcuni locali. Una sera, mentre ascolta il dj, sente una cosa che …gli è familiare. Non capisce bene che cosa sta cantando, all’inizio è convinto che sia inglese stretto e invece… cazzo è napoletano. Eppure sembra un pezzo inedito di un certo… Holy Other ...

Per chi non sapesse chi sia costui, nel 2011 fece uscire un ep With U, che la critica inglese applaudì all’unisono per la sua miscela di r’n’b, uk garage e house music e associato spesso anche alla witch house, tanto che fu messo sotto contratto dalla Tri-angle, mica cazzi. Il mio amico comincia a indagare su questo fantomatico Liberato e trova delle analogie inquietanti con Holy Other. Analogie che sviscera senza mezzi termini cosiì: «Appena ho sentito 9 maggio pensavo fosse un outtake del suo primo ep: quando ho saputo che non era lui e che era un tizio di Napoli mi sono detto... cazzo ma in Italia la roba arriva dopo sei anni???? Sono rimasto un po’ shockato da questo. Ho visto che Liberato non voleva rivelare la sua immagine e nessuno sapeva chi fosse: bene anche Holy Other faceva la stessa cosa. Tutti credevano che fosse tedesco, e per un po’ sembrava davvero che lo fosse, come liberato sembra essere napoletano… quindi alla lunga uno ci crede comunque. Suonava (tra virgolette perché probabilmente spingeva play) sotto un telone nero o con un cappuccio largo in testa per non farsi riconoscere, si vedevano solo le manine. poi, si è scoperto, le manine non erano neanche le sue! Inoltre c’è una somiglianza in qualcuno dei primissimi video fan made: come in quelli di Liberato ci sono dei ragazzi giovani che si vogliono bene, con ampie vedute della città, fotografie e ambientazioni molto simili... ma la somiglianza principale è nelle basi».

Holy Other
Shlohmo

In effetti, dando un’occhiata anche distratta al progetto Holy Other si rimane certamente colpiti. Certo, le basi non sono proprio identiche, sono molto più down beat, rallentate, però se le acceleriamo ci andiamo vicino, con tutto l’accessorio di drum machine e vocine. Ispirazione o semplice “semi–ruberia” rimane il fatto che Liberato si rivolge ad un pubblico che non conosce determinati ambiti. Io stesso, che ascoltavo parecchie cose della Tri-Angle all’epoca, mi ero completamente dimenticato dell’esistenza di Holy Other, figuriamoci uno random che ascolta magari neomelodico e abita ai campi flegrei. Uno potrebbe dire vabbè, comunque Liberato fa una scelta internazionale e la ibrida… si ma sei anni dopo? Allora sicuramente è più internazionale il geniale Franco Ricciardi, che nel suo ibrido tra trap e neomelodico fa davvero qualcosa di peculiare, oppure Enzo Dong che ci mette la faccia e racconta storie di vita vissuta. Insomma gente che fa roba che si sente nasce da contesti realmente individuabili e popolari e non nell’ambiguità del “nascondismo”, con un altro spirito che non sia quello di ricalcare qualcosa che già ha funzionato altrove. Così pare più inglese che napoletano.

Riguardo a questa cosa, ci sono altri rimandi oltreoceano nella musica e nell’ immaginario di Liberato. E qui chiediamo alla mia amica sociologa Marta Rissa alcuni ragguagli su quest’ultimo punto: «Molti riferimenti di Liberato sono nascosti, è vero. Ma ce ne sono anche di aperti e non per questo notati dai più: principalemente a tutta quella scena con a monte Frank Ocean, con quel fare melodico/elettronico ma soprattutto Shlohmo che fa idm e che tutto sommato anche lui ha un certo approccio orecchiabile. Da lui Liberato prende di peso il logo, la rosa, e anche tutto sommato il font. Che certo, si rifà al font della curva del Napoli, ma è ibridato con il font stesso di Shlohmo. Così come l’abbigliamento: cappucci, bomberini e via discorrendo. Per il resto secondo il mio modesto parere oramai si è capito che è fuffa. Musicalmente non esiste, ahimè, già più».

Insomma, come avete visto, i miei amici, quindi un pubblico a caso magari più attento di altri ma sempre pubblico generico è, hanno fatto due più due, notando che il progetto Liberato rischia di scricchiolare. Costretto a vedere gli ultimi due singoli del nostro, mi sono accorto che musicalmente sono delle fotocopie (forse Intostreet è leggermente migliore ma di pochissimo) e mi aspettavo invece sul serio una rialzata di testa. Anche i video, per quanto a volte molto belli, dopo essere passati per l’ode a “o sarracin” di Gajola portafortuna e i “femminielli” di Me staje appennen’amo’, cominciano a gomorrizzarsi almeno a livello di fotografia, più che di look: anche se, nonostante l’evidenza che a Napoli va questa moda, non è l’unico aspetto da documentare della sua popolazione. Sì, magari c’è anche una storia che lega tutti i video, come sul web si ipotizza, e potrebbero uscirne altri magari capolavoro, ma non è questa la cosa importante. La cosa importante è avere in mano un album che possa dimostrare che Liberato regga MUSICALMENTE sulla lunga durata. La mossa di far uscire un singolo ogni tanto è intelligente, però è come quando prendi una strada e fai tante soste... prima o poi devi arrivare a destinazione.

E forse una prima destinazione è il live del nove maggio. Perché nel frattempo Liberato ha provato a trovare un sistema di presentarsi live: all’inizio al Miami ha coinvolto un po’ di gente a sostituirlo, come Calcutta che cantava i brani al suo posto: la stampa su questo ci ha ricamato credendo che il caso fosse chiuso, in realtà Edoardo (col quale molti di voi sanno ho un rapporto particolare) mi ha detto personalmente che lui con Liberato non c’entra un cazzo. Alla lunga il nostro eroe patenopeo ha dovuto esporsi: al Club to Club del novembre 2017, non con la faccia ma con il corpo. Poi che sia suo o meno, comunque è un corpo che dovrà portare anche al Sonar, con uno show: e quando c’è il corpo in teoria dovrebbe sparire l’interesse morboso per il gossip e si dovrebbe passare allo step successivo, quello della qualità musicale: ma se finisce l’interesse mediatico, la musica potrebbe venirne penalizzata per mille altri motivi. Non se ne esce quindi, forse la faccenda gli sta sfuggendo di mano. E tutto questo per sole sei tracce: a vederla da fuori sembra una tortura.

Onestamente non me ne fotte un cazzo di chi sia o meno Liberato, tanto non lo saprei comunque (potrebbe avere i fili o l’anello al naso come hanno tante star di oggi). E non è detto nemmeno che i testi li scriva il poeta Emanuele Cerullo, indicato anche lui come la persona dietro Liberato. Anzi... Potrebbe essere appropriazione indebita. Quello che mi interessa è che la musica italiana non cada nei soliti giochetti del pop che ultimamente rende merda anche tutto quello che davvero vale: per cui lancio un appello a Liberato, in romano lo dico senza timore di polemiche perché sono da sempre per il ritorno al gemellaggio Roma – Napoli stile era pre Bagni): Liberà, famme un favore…tojete quer cappuccio, fatte vedè in faccia e famme sognà con un album VERO, colla robba che stavi a fa prima... non co du singoli fatti pe distrarre li pischelli. Sennò ce tocca fa sta paruccata che fai tu pure qui a Roma…

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