9 Maggio Mag 2018 0915 09 maggio 2018

Salvini e Di Maio? Buoni solo a fare campagna elettorale. Ecco perché vogliono tornare al voto

Tanto pimpanti quando si tratta di urlare a favore di telecamera, tanto goffi e impacciati nelle trattative: ecco perché i leader di Lega e Cinque Stelle puntano al ritorno alle urne, in spregio a ogni responsabilità sulla situazione del Paese. Ed ecco perché rischiano di farsi molto male

Politica Caravaggio Linkiesta
FANNY CARRIER / AFP

Le elezioni con il solleone sembrano già sbiadire al primo caldo di maggio. Sono durate, più o meno, lo spazio di una serata e una nottata di sbornia collettiva (inteso di Lega e Movimento 5 Stelle. Per carità, tutto può ancora accadere, anche che si precipiti realmente alle urne con le infradito, il 22 luglio, ma la sensazione è che il risveglio sia stato piuttosto duro, dalle parti di via Bellerio e del Movimento.

La sostanza, però, non cambia e della sostanza vogliamo occuparci. Il modo frettoloso, sgarbato, con cui i due presunti vincitori del 4 marzo hanno archiviato l’accorato appello del presidente della Repubblica – un uomo d’altri tempi e altra tempra, come Emanuele Macaluso, ha parlato di Lega e M5S “indecenti”, verso Mattarella – è sintomo di un’ansia pericolosa. E neppure troppo comprensibile. Molti osservatori, infatti, sembrano essere finiti nello stesso cono d’ombra psicologico di Di Maio e Salvini: danno tutto per scontato, esito delle elezioni e gestione del dopo compresi.

Urlare "elezioni, elezioni" è facile, ma di semplice, nel momento storico italiano, non c’è proprio nulla. Eppure, si insiste a ripetere gli stessi slogan, le stesse azioni, gli stessi tic

Come se questi due mesi non abbiano insegnato nulla, anche della psicologia degli attori in campo. Urlare "elezioni, elezioni" è facile, ma di semplice, nel momento storico italiano, non c’è proprio nulla. Eppure, si insiste a ripetere gli stessi slogan, le stesse azioni, gli stessi tic. Come se ci fossimo tutti così abituati a un’eterna campagna elettorale, da non distinguere più propaganda e realtà. Tanto goffi e indecisi, quando si è trattato di trovare una soluzione politica, quanto belli pimpanti e scattanti, non appena si è potuto tornare ai confortanti toni elettorali.

Non ci siamo proprio, il tempo può passare invano, ma non passa in modo indolore. Tuttavia, neanche un richiamo di rara drammaticità, come quello di ieri del Capo dello Stato, ha smosso i nostri dal loro torpore. Il problema, ora, è far finta di litigare un po’, indicarsi come i veri e unici responsabili di questa situazione, contando di capitalizzare gli imbarazzanti errori altrui e la stanchezza dell’elettorato. Passare alla cassa, insomma, facendo la minor fatica possibile, contestando e non proponendo.

Del resto, tutti sanno che il grado di attenzione della pubblica opinione, in una campagna elettorale fotocopia, al caldo dell’estate, non potrebbe che essere poca cosa. Una classe politica degna di questo nome scapperebbe inorridita, davanti a un’ipotesi del genere. Almeno per un sussulto di decenza. Qui, si fa finta di nulla. Come di litigare e governare.

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