10 Maggio Mag 2018 0745 10 maggio 2018

Zerocalcare: «I trenta-quarantenni hanno fallito, ora l'unica speranza sono i pischelli»

A sei mesi di distanza dal primo, esce il secondo e ultimo volume di “Macerie Prime”. L'ottavo fumetto di Zerocalcare, è in tutte le librerie e ancora una volta dal racconto emerge una generazione — quella nata negli Ottanta — annichilita. Ma non tutto è perduto. L'unica speranza? I pischelli

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Un dettaglio della cover variant di “Macerie Prime - sei mesi dopo”

Sono passati sei mesi dall'uscita del primo volume di Macerie Prime, l'ottavo fumetto di Zerocalcare (Bao Publishing), e anche dalla nostra ultima chiacchierata, su un treno sparato a trecento chilometri all'ora tra Milano e Torino. Quel giorno la conversazione si era concentrata sulle “cose feroci”, sulla politica, sull'attivismo e sui vecchi spettri che pensavamo di aver superato e che invece ci continuavano a ululare intorno.

Ora, a distanza di sei mesi, mentre intorno a noi non è cambiato quasi nulla e l'incertezza, la rabbia, la delusione e la paura sembrano ancora al loro posto, ci ritroviamo al secondo piano della Feltrinelli di piazza Piemonte, letteralmente stracolma di ragazzini — pischelli, come li chiama lui in romanesco — in attesa di avere una dedica e un disegnino autografo sulla loro copia di Macerie Prime sei mesi dopo.

È naturale, dunque, iniziare di nuovo da noi, dalla generazione perduta degli anni Ottanta, che ancora una volta, in quest'ultima graphic novel di Zerocalcare, appare bloccata, cristallizzata e impaurita. Ma questa volta dforse ancora di più, perché leggendo Macerie Prime emerge netta l'impressione che siamo una generazione di figli che rimangono tali anche quando diventano genitori, mentre al contrario, l'unico che ha il coraggio di affrontare le cose feroci faccia a faccia è un ragazzino di una decina d'anni, di un'altra generazione.

Impauriti, bloccati, eterni adolescenti. È il caso di iniziare a pensare che saremo sempre così?
Non lo so, non ho certo la palla di vetro, però devo ammettere che in questo periodo sono un po' di umore crepuscolare, quindi magari se me lo richiedi tra sei mesi sarò più positivo. In ogni caso, così come la vedo ora, ho come l'impressione che ci siamo già giocati tutte le cartucce. E senza riuscire a far quasi nulla. In questo periodo storico se hai 35, 37, anche 40 anni, non vuol dire certo che la tua vita è finita, però se sei rimasto al chiodo, allo stesso punto di quando ne avevi 20-25, significa probabilmente che non cambierai mai. Io questo senso di cristallizzazione lo sento molto forte intorno a me. Non so dirti se siamo una generazione ormai perduta o no, spero di no, però è proprio difficile togliersi quella sensazione che la Storia ci sia passata accanto senza nemmeno guardarci in faccia. Spero di essere smentito, ma questa sensazione ce l'ho. Esattamente come ho la sensazione che, quelli della nostra età che qualcosa son riusciti a fare, in realtà l'abbiano fatto di merda, senza aiutare nessuno, ma anzi al contrario, sgomitando, peggio di quelli che c'erano prima.

«Voi dite di essere cresciuti con gli insegnamenti degli anni 80», fai dire nel finale a un personaggio di Macerie Prime, «ma li avete traditi tutti». Quali sono i valori e gli insegnamenti che abbiamo tradito?
Potrebbe sembrare una mezza boutade, ma invece anche no, perché effettivamente se guardiamo il canone dei cartoni animati e della cultura pop in generale su cui ci siamo formati noi nati negli anni Ottanta troviamo un orizzonte di valori alti, legati all'amicizia, al sacrificio, all'abnegazione, alla solidarietà, alla generosità. Quasi tutta la cultura di cui ci siamo nutriti è piena di questi valori. Poi, però, se guardiamo in faccia sia i pochi della nostra generazione che sono entrati a far parte della classe dirigente, sia tutti gli altri, tra cui noi, che non lo sono, non troviamo nulla di tutto questo. I primi, quelli che si sono arrampicati e sono entrati a far parte della classe dirigente a me sembrano dei mostri, degli squali peggio di quelli vecchi che li hanno preceduto. E gli altri, noi, affogano. Abbiamo perso, e lo dico a me per primo, qualsiasi riconoscimento collettivo. Di quei valori non è rimasto quasi nulla, non se ne trova traccia nella nostra vita di tutti i giorni.

Dove ce li siamo persi?
Direi due cose, anche se premetto, come al solito, che non sono un sociologo: da un lato, a margine di tutta questa cultura pop anni Ottanta e Novanta c'è da ricordare che la nostra generazione è quella che è cresciuta con Berlusconi padre della patria. Da quando avevamo undici-dodici anni, ovvero all'epoca della “discesa in campo”, fino all'altro ieri, se non addirittura anche oggi, Berlusconi è onnipresente nella vita politica e, anche dall'altra parte, i leader dei partiti che si sono opposti a lui sostanzialmente si sono plasmati su di lui.

Quindi hanno avuto un effetto più duro vent'anni di vita politica berlusconiana che vent'anni di cultura pop?
Sì, decisamente, quella roba ha impostato il nostro paese in larga misura. Certo, e arrivo al secondo punto, è chiaro che uno può crescere con tutti i riferimenti culturali più alti e puri, ma quando poi vede la propria vita toccata direttamente, quando vive la paura di rimanere indietro, scatta una sorta di si salvi chi può.

Cosa comporta?
Che ognuno pensa prima di tutto a se stesso, terrorizzato da essere quello generoso che alla fine si ritrova il famoso cetriolo.

Prima parlavi di amicizia, sacrificio, solidarietà, generosità. Da che valori sono stati sostituiti?
Ti direi senz'altro come prima cosa la competizione. Poi aggiungerei l'egoismo, se solo non fosse connotato così male, mentre invece quello che stiamo vivendo è una questione di sorpavvivenza, di autotutela, un pensare a se stessi per stare a galla...

Solitudine?
Sì, esatto, siamo soli, ma anche frammentati.

Da questa seconda parte di Macerie Prime sembra che però tu la speranza non l'abbia del tutto persa, penso al ragazzino, il primo che reagisce...
A me sembra che i più giovani abbiano meno catene e meno legacci di noi. Chi come noi è nato e ha coscienza e ricordo del prima che iniziasse la retorica permanente della crisi ha un grande senso di delusione, tradimento, che quelli nati dopo il 2000 non hanno. Anzi, mi sembra proprio che questi pischelli siano molto più adatti a vivere nel mondo di oggi. Esattamente come, cambiando argomento e virando sulla politica, chi ha iniziato a fare politica dopo i primi anni del Duemila ha affrontato la piazza e la vita politica con molti meno traumi, meno paura, meno paranoie e meno polemiche di quelli che venivano prima, noi, che quella ferita l'abbiamo vissuta, inquinandoci per sempre l'approccio alla vita politica.

Fuori da qui ti aspettano decine e decine di ragazzi più vicini anagraficamente a quel pischello che a noi, che te ne sembra?
Devo dire che le sensazioni che ti dicevo prima io le ho avute soprattutto dai pischelli a cui facevo ripetizioni o dalle scuole in cui mi sono trovato a parlare, quindi tendenzialmente non i miei lettori, che invece devo dire che ci assomigliano, hanno una sensibilità e un grado di autoriflessione che permette loro di identificarsi nelle nostre ansie da 35enni anche se di anni ne hanno 20 o anche meno. Quando incontro qualcuno che non mi conosce proprio ho notato che sono più forti...

Cosa possiamo imparare noi da loro, e cosa possiamo insegnargli?
Così su due piedi risponderei niente a entrambe le domande. Forse però dalla natura di questi pischelli dovremmo imparare a liberarci di certi fardelli, di certi blocchi mentali, di certe preoccupazioni che ci bloccano, ma temo anche che non siamo più in tempo. Cosa possiamo insegnare noi a loro? Mah, ho paura dei vecchi che ti fanno le lezioncine...

Una autonarrazione che noi nati nei primi anni Ottanta ci facciamo spesso è quella di essere in qualche modo una microgenerazione unica: nativi digitali agli occhi di quelli più grandi, al contrario analogici per i nativi digitali. Per esempio: sappiamo quasi istintivamente avere a che fare con la tecnologia digitale, ma siamo cresciuti senza cellulari né Facebook, chiedendo alle ragazze che ci piacevano il numero di telefono di casa. Questa unicità, che è innegabile, non ha nessun valore?
Certo, me lo ricordo anche io quanto era uno scoglio che ci terrorizzava quella cosa che dici te, del numero di telefono. Ricordo che mi imparavo le frasi a memoria, nel caso rispondessero, come quasi sempre accadeva, i suoi genitori e dovevi sembrare contemporaneamente educato e sicuro di te. Sicuramente queste cose ci hanno plasmato, ma ora tutte ste cose a che servono? Non so, son pieno di dubbi. In ogni caso, come ti dicevo prima, se guardo a cosa stanno facendo i politici della nostra generazione ti dico senza ombra di dubbio che mi spaventano molto di più dei vecchi.

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