11 Maggio Mag 2018 0810 11 maggio 2018

«La sharing economy? O è davvero condivisione o è economia della miseria»

Fabio Sdogati, professore di economia internazionale al Politecnico di Milano, fa chiarezza: «Il punto è capire se stanno cambiando i consumi o si sta contraendo la domanda. In questo secondo caso, vanno prese delle contromisure»

Sharing Linkiesta
(Pixabay)

Accesso alle risorse senza i vincoli del possesso: è questo che offre l’ampia galassia di attività che sommariamente etichettiamo come Sharing o Peer2Peer economy. All’acquisizione si sostituisce l’utilizzo, al possesso si sostituisce l’accesso. Ed è proprio “Sharing Economy: dal possesso all’accesso” il titolo del secondo dei Digital Innovation Talks promossi dagli Osservatori Digital Innovation della School of Managenment del Politecnico di Milano, svoltosi nel mese di marzo, che ha provato a riflettere sull’impatto socioeconomico di questo nuovo modello di business.

La riflessione è d’obbligo, perché negli ultimi dieci anni circa, grossomodo dal periodo della crisi, l’economia della condivisione (o, come alcuni preferiscono, “di accesso”) è andata crescendo un po’ ovunque. A generare dibattito non è certo la quantità di imprese sharing (ancora ridotta) o l’impatto sul Pil, per ora assai modesto, ma il modo in cui questo tipo di business viene letto e presentato: una modalità di consumo alternativa. Addirittura, un nuovo modello di capitalismo.

Arun Sundararajan della New York University parla per esempio di crowd-based capitalism, “capitalismo basato sulle folle” per indicare un fenomeno di progressiva distribuzione dell’attività imprenditoriale tra la popolazione. Non tutti però condividono la sua fiducia e il suo entusiasmo. Durante il convegno, Fabio Sdogati, professore di economia internazionale al Politecnico di Milano, ha messo l’accento sul ruolo preponderante che la crisi economica ha avuto nel generare questo tipo di economia.

«Il punto - osserva Sdogati - è capire se siamo di fronte a un cambiamento di bisogni e abitudini dei consumatori, in particolare i giovani, o se il ruolo dominante è la caduta del reddito presente e futuro». I dati dell’indagine presentata durante l’incontro sembrano sostenere il suo punto di vista. Il 40% delle start up lavora infatti con beni tangibili (veicoli, alloggi…) che per l’acquisto tradizionale richiederebbero un capitale difficilmente a portata di millenial. Tra i beni intangibili, invece, si distingue il know how, cioè le competenze offerte on-demand alle aziende; seguono i servizi di consegna e trasporto. In pratica: soluzioni per ritagliarsi un reddito al di fuori del lavoro dipendente e delle imprese tradizionali.

Il punto è capire se siamo di fronte a un cambiamento di bisogni e abitudini dei consumatori, in particolare i giovani, o se il ruolo dominante è la caduta del reddito presente e futuro

Fabio Sdogati, professore di economia internazionale al Politecnico di Milano

Riprendendo i temi del convegno, abbiamo approfondito con Fabio Sdogati le conseguenze socioeconomiche della sharing, partendo innanzitutto dalla questione terminologica.

Il punto di partenza delle sue riflessioni sta tutto nello smascheramento di un equivoco nominale. La parola sharing evoca una relazione di parità tra i soggetti che però, di fatto, non c’è quasi mai, perché la pretesa condivisione è mediata dal mercato.
Darle questo nome è stata un’operazione in malafede. I risultati della ricerca presentata durante il convengo hanno dimostrato che queste realtà sono di vario tipo e la componente di condivisione può essere più o meno presente. Per me la componente di parità, di dono è però indispensabile per parlare di economia della condivisione, altrimenti si tratta di altro. Nello specifico, di un tipo di impresa che non produce, ma mette in contatto tramite piattaforme la domanda e l’offerta. Potremmo chiamarla, per essere più onesti, “economia delle piattaforme”.

Un’espressione che comprenderebbe anche la gig economy, “l’economia del lavoretto”, con cui la sharing è spesso messa in relazione. Possiamo dire che se una è sostanzialmente una riproposta del concetto di “affitto”, l’altra riprende la vecchia arte di arrangiarsi, soltanto diffusa, nobilitata e organizzata tramite le piattaforme?
Condivido pienamente. A questo proposito cito spesso Bruce Springsteen, la canzone Jack of all trades [ne cita i versi: “I’ll hammer the nails, I’ll set the stone, I’ll harvest your crops, when they’re ripe and grown, I’ll pull that engine apart, and patch’er up ’til she’s running right, I’m a jack of all trades, we’ll be all right; ce la faremo”]. Di questo si tratta, fondamentalmente: di un’economia della miseria. Anche quando riguarda il lavoro qualificato, come i programmatori che lavorano a ore tramite piattaforme. Non è un’economia che produce, si limita a trasferire denaro.

La parola sharing ha una forte connotazione emotiva e questo tipo di imprese viene spesso associato a una riscoperta della socialità, a un valore esperienziale che trascende quello monetario. È questa la ragione del suo successo?
La ragione principale è il risparmio. Si tratta di operazioni for profit. Diverso sarebbe se i giovani di un condomino si mettessero d’accordo per fare a turno la spesa anche per altri condomini, magari anziani. Oppure la pratica dei viaggi condivisi dei pendolari statunitensi negli anni ’70, durante la crisi del petrolio. Certo, si dividevano il costo della benzina, ma non si trattava di una pratica di mercato e l’operazione non veniva industrializzata.

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