12 Maggio Mag 2018 0745 12 maggio 2018

Usa e Cina combattono per la supremazia tecnologica, ma all’Europa non importa nulla

La Cina vuole rubare agli Usa il primato tecnologico. Una minaccia che l'amministrazione Trump sta combattendo con dazi e più investimenti. In questa cruciale battaglia per il futuro c'è però una grande assente: l'Europa. Che se continua a rimanere alla finestra, sarà destinata all'irrilevanza

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John MACDOUGALL / AFP

“Lo sviluppo delle nuove tecnologie informatiche rappresenta per i cinesi un’opportunità che capita una volta ogni mille anni. Non possiamo lasciarcela sfuggire”. Il premier cinese Xi Jinping, riguardo il futuro della tecnologia, ha le idee chiare da un po’ di tempo, e in un discorso tenuto a fine aprile riportato dall’agenzia ufficiale Xinhua, non ha mancato di ricordarlo. Oltreoceano, invece, c’è stato un tempo in cui l’amministrazione Trump non sembrava sensibile ai bisogni delle grandi aziende tecnologiche. “L’intelligenza artificiale? Non è nel mio radar, per il vero uso e le implicazioni di questi strumenti bisognerà aspettare 50-100 anni”. Così Steven Mnuchin, il ministro del Tesoro Usa, un anno fa liquidava la questione. La Casa bianca sembrava volersi concentrare sulla difesa dei posti di lavoro della classe media impoverita, determinante per la sua elezione. Ora, però, la musica sembra cambiata. Donald Trump, giovedì, ha incontrato i dirigenti di Amazon, Google, Facebook e altre 35 grandi aziende per parlare di robot, algoritmi e, più in generale, del vasto campo dell’intelligenza artificiale, una tecnologia il cui impatto, secondo molti, sarà paragonabile a quello avuto dalla rivoluzione industriale. La prospettiva dell’amministrazione Trump, dunque, sembra essersi rovesciata: non più fermare l’emorragia di posti di lavoro, ma formare i lavoratori per le nuove professioni al alto contenuto tecnologico. “Che tu sia un contadino, un produttore di energia, o un’azienda farmaceutica, nei prossimi anni avrai a che fare con queste nuove tecnologie”, ha dichiarato Michael Kratsios, il vice capo della tecnologia alla Casa Bianca.

Secondo le stime dell’amministrazione il governo Usa nel 2017 ha speso più di 2 miliardi in programmi per ricerca e sviluppo sull’intelligenza artificiale. Una cifra da cui sono escluse le spese del Pentagono e altri uffici di sicurezza. “La spesa per l’intelligenza artificiale è salita del 40% dal 2015”, ha confermato Kratsios. La visione della Casa Bianca appare oramai molto simile a quella di Dean Garfield, il presidente dell’Information technology industry council che rappresenta compagnie come Apple, Facebook, e Google: “Quando si parla di intelligenza artificiale non parliamo di distruzioni di posti di lavoro, ma di movimento di lavoro. La Casa Bianca è il posto in cui preparare un cambiamento che necessariamente avverrà nei prossimi 20 anni”.

“Lo sviluppo delle nuove tecnologie informatiche rappresenta per i cinesi un’opportunità che capita una volta ogni mille anni. Non possiamo lasciarcela sfuggire”. Il premier cinese Xi Jinping, riguardo il futuro della tecnologia, ha le idee chiare da un po’ di tempo, e in un discorso tenuto a fine aprile riportato dall’agenzia ufficiale Xinhua, non ha mancato di ricordarlo

La svolta Usa è legata a doppio filo alle parole di Xi Jinping e alla strategia cinese per la conquista della supremazia tecnologica. Alcuni numeri parlano chiaro: dei 15,2 miliardi investiti in startup sull’Ai a livello globale nel 2017, il 48% è andato alla Cina e il 38% agli Usa. Nel settore dell’e-commerce e in quello dei pagamenti mobile, secondo quanto riporta l’Economist, nel 2017 il gigante asiatico ha superato gli Stati Uniti. “A questo ritmo di crescita, la Cina è ancora a 10-15 anni dall’essere pari agli Stati Uniti. Ma per le aziende americane, il momento per andare in paranoia è ora”, concludeva il giornale britannico. Anche perché gli obiettivi dichiarati della Cina sono più ambiziosi di queste stime. Nel campo dell’intelligenza artificiale punta a essere alla pari degli Usa nel 2020, arrivare per prima alla scoperta di innovative tecnologie nel 2025 e, infine, diventare leader nel settore nel 2030, anno in cui il comparto nazionale varrà 150 miliardi di dollari. Con il piano Made in China 2025, invece, il Paese ha individuato dieci settori, dalle telecomunicazioni alla robotica, in cui diventare autosufficiente - senza dunque doversi più affidare alle importazioni estere - per il 70% nel giro di sette anni.

La Cina minaccia la supremazia americana, e tutti i timori degli Usa sono venuti a galla quando Trump, a inizio aprile, ha proposto di imporre 50 miliardi di dollari di nuovi dazi per Pechino. Secondo alcune stime, il 70% dei prodotti finiti nel mirino di queste tariffe colpiscono i settori individuati dal programma Made in China 2025. La giustificazione con cui Trump ha proposto i dazi è l’accusa di furto di proprietà intellettuale. Un’accusa che include la contraffazione di famosi brand così come le pressioni per condividere le conoscenze tecnologiche con la Cina in cambio dell’accesso al vasto mercato sotto il controllo di Pechino. Le preoccupazioni Usa sono rafforzate dal fatto che la Cina, secondo i dati dell’organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale, genera già il 20% dei brevetti internazionali. L’Onu stima che il sorpasso sugli Usa - a cui ora si devono il 23% dei brevetti a livello globale - avverrà in 3 anni.

In questa guerra per il controllo del futuro, per il momento, c’è una grande assente: l’Europa, che sulla questione sembra essere rimasta indietro. Lo dimostra una lettera aperta firmata da scienziati francesi, inglesi e tedeschi pubblicata a fine aprile, in cui denunciano come “tutte le migliori menti nel campo dell’Intelligenza artificiale stanno scappando”

L’azienda cinese leader nel deposito di brevetti è la Huawei, terza produttrice al mondo di smartphone, società già finita più volte nel mirino degli Usa. A febbraio Cia e Fbi sconsigliavano di usare prodotti dell’azienda cinese in quanto “poco sicuri” per via di presunti legami con il governo cinese. Nei giorni scorsi il dipartimento di giustizia Usa ha comunicato che è in corso un’indagine per accertare se Huawei abbia violato le sanzioni americane contro l’Iran. Ma la guerra tecnologica che stanno combattendo Usa e Cina non si ferma a queste battaglie: il 13 marzo Trump ha bloccato l’acquisizione di Qualcomm, società di ricerca e sviluppo nel settore telecomunicazioni, da parte del gruppo di Singapore Broadcom. Un’operazione da 117 miliardi, fermata per questioni di “sicurezza nazionale”. Il timore, secondo molti analisti, era che possibili tagli agli investimenti in ricerca e sviluppo avrebbero avvantaggiato la Cina nella costruzione di reti 5G. Il 16 aprile, invece, il dipartimento di commercio ha comunicato che la Zte, la seconda produttrice di apparecchiature per telecomunicazioni cinese, non avrebbe potuto usare per 7 anni componenti made in Usa. L’accusa? Non aver punito i dipendenti che hanno violato le sanzioni americane contro Iran e Nord Corea. Lo sviluppo del settore tecnologico e la crescente preoccupazione da parte dei governi Usa e Cina nel controllarlo e aiutarlo sembra, in fin dei conti, ben riassunto nelle parole di Peter Navarro, consulente della Casa Bianca per le politiche commerciali: “Se la Cina conquisterà settori che spaziano dall’intelligenza artificiale alla robotica, dai computer quantistici ai veicoli senza autista, gli Stati Uniti non avranno futuro. La proprietà intellettuale che la Cina sta cercando di acquisire è fondamentale per preservare la supremazia militare degli Stati Uniti».

In questa guerra per il controllo del futuro, per il momento, c’è una grande assente: l’Europa, che sulla questione sembra essere rimasta indietro. Lo dimostra una lettera aperta firmata da scienziati francesi, inglesi e tedeschi pubblicata a fine aprile, in cui denunciano come “tutte le migliori menti nel campo dell’Intelligenza artificiale stanno scappando”. Per fermare la fuga di cervelli, hanno messo a punto una proposta: la costituzione di un grande istituto di ricerca europeo sull’intelligenza artificale, chiamato Ellis (European lab for learning and intelligent systems). “Se non agiamo in questo ambito”, ha dichiarato il professore di ingegneria informatica di Oxford Zoubin Ghahramani, “sia le università europee che le sue industrie andranno alla deriva”. Nelle ultime settimane, qualcosa ha iniziato a muoversi: la Commissione europea ha fatto appello a governi e aziende private per impegnarsi a investire 20 miliardi in ricerca e sviluppo nell’AI, mentre Macron ha comunicato l’intenzione di investire 1,5 miliardi nel settore entro il 2022. “L’Europa ha una tradizione accademica unica e finora, in qualche modo, siamo riusciti a stare al passo”, ha dichiarato Bernard Schölkopf, direttore dell’istituto Max Planck, “ma adesso che Usa e Cina hanno capito l’importanza strategica del settore, non c’è un singolo paese europeo che può reggere il confronto”. Se l’Europa continua a stare alla finestra senza investire in questi settori, corre il rischio più grande: non contare nulla nel dar forma al mondo del futuro.

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