18 Maggio Mag 2018 0740 18 maggio 2018

Lasciate perdere Paolo Giordano: quello di Gianluca Barbera è il vero romanzo pop

Il bastone e la carota. Un libro stroncato e uno elogiato alla settimana. “Divorare il cielo” di Paolo Giordano è capace di annullare ogni libido perfino con le scene piccanti. “Magellano” di Barbera, al contrario, è un vero libro d’avventura

Paolo Giordano Linkiesta

Il bastone. Di lui ricordiamo. Il nome evangelico e il cognome da idrografia mistica. Un libro dal successo storico, storicizzato, e dal titolo riuscito. Altri due libri. Inconsistenti. Da oggi, di Paolo Giordano ricorderemo la placida nenia del fallimento. Divorare il cielo ha troppi difetti. Quattro – almeno – sono sostanziali e sostanziosi. Primo: è troppo lungo (430 pagine sono un Everest se non hai i polmoni narrativi di Lev Tolstoj o di Philip Roth). Secondo: la trama squaglia la pazienza di un lettore-bue, è noiosa (una Teresa, a forza di far le vacanze in Puglia, si fa ingroppare da un Bern, il quale ha la rapacità di mettersi sempre nei guai; adornate il quadretto con masseria, utopismo, ecologismo ecolalico e viaggio in Islanda), si riassume nello schema comune alla maggior parte degli scrittori italiani tra i 35 e i 50 anni. Vicenda molto provinciale di uomini di paglia che permangono, da adulti, in era puberale. Terzo: lo stile, la scrittura, il genio estetico. C’è più sapienza in una canzone qualsiasi dei Thegiornalisti che in una pagina qualunque di Paolo Giordano. Esempio. A pagina 10 c’è una buona trovata. Biblica. “Invasione di rane” nella piscina di casa. Uno scrittore qualsiasi, immagino, anche se non ha visto Magnolia e non è un fan di Paul Thomas Anderson, comincia ad accelerare la facoltà immaginativa, va avanti per un paio di pagine a descriverci, con sommi particolari, l’incursione degli anfibi nella tundra quotidiana. Invece, a Giordano s’affloscia la penna, risolve il tutto con “le trovavamo intrappolate negli skimmer oppure stritolate dalle ruote del robottino”. Secondo esempio. A pagina 225 si parla degli “angeli vigilanti”. Buona trovata anche questa. Ci si riferisce al più noto apocrifo dell’Antico Testamento, dove sono raccontati i viaggi celesti di Enoch e l’unione, bestiale, tra angeli e umani. Anche qui, uno scrittore con microscopica capacità lisergica avrebbe tessuto volute narrative. Giordano – che cita a casaccio, probabilmente per dare atmosfera a un romanzo vigorosamente anonimo – risolve tutto in mezza pagina, con piroetta morale buona per la Smemoranda, «ogni unione tra gli esseri umani è un’unione di luce e di tenebra”. Già che siamo in tema, lasciamo perdere le unioni carnali. Giordano, scrittore dalla retorica barbara, è eroticamente un imberbe, non eccita il sesto senso estetico ma neppure il resto, è la pace dei sensi in pappa letteraria. Esempi vari. «Strinsi la sua erezione calda e all’inizio dovetti aiutarlo a spingerla tra le mie gambe» o «Prima eravamo selvaggi, mentre adesso Bern spingeva con una regolarità marziale» sono frasi che rinnovano la cintura di castità in una effervescenza pornografica (perché, tra l’altro, usare sempre il verbo “spingere”? Fare l’amore, scopare, chiavare non è per forza un esercizio meccanico, autistico, è anche sevizia, vizio e godimento vivvaddio). D’altronde, pure la descrizione di una gang bang sembra affare da suore in un negozio di giocattoli: «A turno ci attaccammo con la bocca ai capezzoli di Violalibera, come bevendo da una fontana… ero terrorizzato quando strinsi quella parte proibita di lui». La frase, all’apparenza innocua, semplicemente brutta, è emblematica: un serio lavoro editoriale avrebbe censurato la similitudine, tautologica (i capezzoli come fontana), e la formula parte proibita di lui, tragicomica, per dire quello che bisogna dire, minchia, cazzo, verga, pisello… Il quarto errore, madornale, è la domanda. Uno scrittore non si domanda perché scrivo?, ma per chi scrivo? Il perché è implicito nel gesto dello scrivere, il per chi è a fondamento dell’anima della scrittura. Può non esserci una ragione per scrivere; ci dev’essere un destinatario. Lo scrittore può scrivere per sé o per Dio o per i morti o per chi vivrà tra diecimila anni. Può scrivere per uccidere tutti gli scrittori che ha intorno, può scrivere per l’amante, per la moglie, per il figlio. Divorare il cielo è un libro scritto per la comunità degli scrittori salottieri, d’altronde potrebbe essere scritto da Paolo Di Paolo o da Giuseppe Catozzella, da Marco Missiroli o da Valeria Parrella, sono tutti uguali, scrivono tutti le stesse cose. Poi ingaggiano una mefistofelica discussione sui quotidiani intorno al futuro della narrativa e si fingono Jonathan Franzen, Dave Eggers, Jonathan Littell o Michel Houellebecq, mentre sono quello che sono, l’emblema del tradimento e del fallimento. Divorare il cielo è il fallimento del giovane scrittore che scrive dei giovani; è il tradimento della scrittura, perché un valzer di frasi di Ernest Hemingway – ho in mano Verdi colline d’Africa, che non è certo un buon libro – è più fresco, giovane, rapido e ripido di un paragrafo di Giordano, autore vintage, nato vecchio e cresciuto decrepito. Non è più il tempo dell’indulgenza, ecco. Datemi una ragione per cui dovrei leggere Divorare il cielo al posto di divorare La montagna incantata di Thomas Mann per l’ennesima volta. Appunto.

Paolo Giordano, Divorare il cielo, Einaudi 2018, pp.430, euro 22,00.

La carota. Viso volitivo, corpo prepotente, risata tonante, ha inventato case editrici, ha fatto risorgere gloriosi marchi editoriali sepolti nell’oblio, ha intervistato i massimi filosofi di oggi – l’esito è un libro stampato da Mimesis, s’intitola Idee viventi. Il pensiero filosofico in Italia oggi –, ha un debole per Milan Kundera e ha scritto la biografia di Muammar Gheddafi, ha pubblicato un romanzo dal titolo bellissimo, che mima quello di De Quincey (La truffa come una delle belle arti), e a differenza di Paolo Giordano lui, Gianluca Barbera, la domanda capitale se l’è fatta. Determinato a far risorgere il “romanzo popolare”, Barbera si è deciso a scrivere per tutti, sognando di diventare il Salgari dei tempi telematici. Per due ragioni: dei presunti bisnipoti di Gadda ne abbiamo piene le palle. Secondo: quelli convinti di scrivere romanzi ‘di cassetta’ (Paolo Giordano) sono più pallosi del succitato Gadda. In realtà, le cose sono – evviva – più complicate. Magellano è, certo, un libro ‘d’avventure’, in cui si rinarra la vicenda del sommo navigatore per voce di Juan Sebastián del Cano, che ebbe «la ventura (o chiamatela come vi pare) di essere uno dei diciotto uomini cui fu concesso di fare ritorno, dopo tre anni intorno al globo e avventure e tragedie al di là di ogni umana sopportazione», il quale, dopo «tradimento, così abilmente e vilmente occultato, mi sono appropriato degli onori, della gloria e delle ricchezze che a lui solo, Ferdinando Magellano, sarebbero spettati per diritto terreno e divino». Eppure, Magellano è circunnavigazione negli abissi che portano l’uomo a fecondare l’ignoto e a fare il male: insomma, è più Conrad che Dumas, è più William Golding che Stevenson. Detto questo. La lettura vi lascia grumi di sale sulle palpebre e memorie oceaniche nel petto; il romanzo è pieno di frasi da segnare sulle pareti di casa («Ogni cosa diventa vera a furia di ripeterla. La verità è solo una questione di volontà. Non appena si crede fermamente in qualche cosa, essa diventa vera»; «Separiamo il bene dal male, ma dentro di noi sappiamo che sono una cosa sola. Non si dovrebbe mai aver paura di guardarsi allo specchio, nemmeno dopo aver toccato il fondo»); soprattutto, c’è un uomo, Magellano, intriso di onori e di errori, grande nel sognare l’epoca aurea oltre la coltre di nubi, geniale nell’ambizione («Come abbiamo imparato, il male che gli uomini fanno sopravvive loro. Il bene è spesso sepolto con le loro ossa. E così sarà anche per Magellano», dice Barbosa, traballando sulla Trinidad, in un sommario discorso funebre). Quando gli chiedo ragione del suo personale Magellano, Barbera mi fa: «È​ tratteggiato su un mio ex datore di lavoro, tirannico e folle: così si entra nel cuore del personaggio a cui vuoi dare la vita». Risposta rotonda. Si scrive, pure, dissanguando la propria vita, dissezionando il prossimo, da cannibali, evviva. Impugnate questo romanzo scagliandovi contro i biliosi narratori italiani di oggi. Vi nascerà un veliero sul costato.

Gianluca Barbera, Magellano, Castelvecchi 2018, pp.240, euro 17,50

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