18 Maggio Mag 2018 0755 18 maggio 2018

Salvini-Di Maio è il governo più di destra che l’Italia abbia mai avuto

Un governo nazionalista, securitario, amico dei ricchi, e con tendenze autoritarie. Salvini e Di Maio hanno dato un magnifico esempio di quanto a destra può andare l’Italia post ideologica. Siete contenti?

Salvini_Di_Maio

Di destra. C’è un solo modo, questo, per definire il governo Lega - Cinque Stelle che nascerà, sulla base dell’accordo - pardon, contratto - appena ratificato tra i due partiti - pardon, partito e Movimento - dell’alleanza. Anzi, esageriamo: è il governo più di destra che questo Paese abbia mai avuto dal 1945 a oggi. Dentro, infatti, c’è tutto l’armamentario culturale e ideologico del perfetto conservatore. Ed è sintomatica e rivelatrice, quest’evidenza, del peso preponderante di Salvini & co negli equilibri dell’esecutivo, a dispetto dei voti presi, che sono circa la metà di quelli dei Cinque Stelle. Per questi ultimi, soprattutto, è un segnale forte e chiaro lanciato ai propri elettori: il Movimento, almeno a questo giro, ha fatto una scelta di campo abbastanza chiara. Freccia a destra e avanti tutta.

Andiamo con ordine: il governo giallo-verde è innanzitutto nazionalista, nella sua critica ai meccanismi che regolano l’Unione Europea, in relazione alla quale non prevede, com’era più che fisiologico attendersi, alcuna evoluzione verso una maggior integrazione, bensì un suo alleggerimento per tornare a dare centralità e ruolo agli Stati nazionali nella definizione delle proprie politiche fiscali e monetarie (almeno in prima bozza), in spregio a ogni principio di convergenza. La diciamo più facile: se sognavate gli Stati Uniti d’Europa, dite loro ciao ciao, almeno fino a che Lega e Cinque Stelle staranno al governo.

Numero due: è un governo estremamente securitario con la sua enfasi verso la legittima difesa e l’uso delle armi private, cui si accompagna un rafforzamento delle forze dell’ordine, la costruzione di nuove carceri, l’inasprimento di alcune pene per scippo, furto, rapine e violenze, la ri-penalizzazione di alcuni reati che i precedenti governi avevano declassato a illeciti amministrativi. A questo cocktail aggiungente pure il giustizialismo del Movimento Cinque Stelle - carcere per gli evasori fiscali, inasprimento delle pene per i reati contro la pubblica amministrazione e l’interdizione ai pubblici uffici per chi si sia macchiati di reati di corruzione, anche dopo aver scontato la sua condanna.

Tre: è un governo amico della fascia più ricca della popolazione italiana. Non sappiamo come dirla meglio di fronte ad un’aliquota massima del 20% a persone fisiche e imprese, in piena continuità con la dottrina Trump. Uno shock fiscale enorme, questo, cui si assomma l’idea di un saldo e stralcio dei contenziosi fiscali aperti dallo Stato, che i giallo-verdi ben si guardano dal chiamare condono fiscale, pur somigliandogli molto. Se è vero che una riforma del fisco e una riduzione delle tasse fossero indifferibili, per un Paese come l’Italia, è vero anche che c’erano modi un bel po' più progressivi per realizzarla.

È un governo identitario - potremmo pure dire di peggio, in realtà - nel ribadire la discriminazione tra residenti italiani e non nell’erogazione di servizi di welfare e sostegno al reddito

Quattro: è un governo identitario - potremmo pure dire di peggio, in realtà - nel ribadire la discriminazione tra residenti italiani e non, nell’erogazione di servizi di welfare e sostegno al reddito e nelle politiche sull’immigrazione, sulle procedure d’accoglienza dei richiedenti asilo da rinegoziare con l’Unione Europea, sui rimpatri forzati, previa apertura di centri dove ammassare gli stranieri in attesa di esplusione in ogni regione. Aggiungete, se volete, pure la chicca della fratesca evidenziata in rosso - quindi necessaria di ulteriori negoziazioni - sul rispetto dei diritti umani dei migranti rimpatriati. Il fatto che sia rimasta nel programma è una buona notizia. Il fatto che dovesse essere negoziata, rivelatrice di tante cose.

Cinque: è un governo autoritario, nel togliere ai parlamentari la possibilità di votare secondo coscienza, attraverso l’introduzione del vincolo di mandato. Di fatto, con questa norma, si introduce il concetto che l’eletto rappresenta il pensiero del leader di partito, quand’anche esso - come nel caso di specie del governo giallo-verde - decida di derogare al programma presentato agli elettori per sottoscriverne uno nuovo. L’esempio più ovvio: come voteranno i Cinque Stelle quando si tratterà di ratificare la flat tax? E come i leghisti quando in parlamento arriverà il reddito di cittadinanza? Quale dovrebbe essere il vincolo di mandato cui dovrebbero sottostare? Quello del programma presentato agli elettori o quello del programma negoziato dai leader? Un governo di destra come si deve, darebbe la precedenza al Capo. E infatti.

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