21 Maggio Mag 2018 0730 21 maggio 2018

Governo Salvini-Di Maio? Occhio, potremmo giocarci i fondi europei

Salvini in particolare sembra occhieggiare alle forze populiste dell’Europa Orientale, ma farlo non sembra affatto una buona idea. Ecco perché

Visegrad Linkiesta

Nel 1968 a Praga si svolgeva il ‘vero’ ’68. Infatti l’allora Cecoslovacchia aveva davvero un impero del male da combattere e un oppressore da sconfiggere. L’illusione di quella primavera con prove di democrazia finì schiacciata sotto i carri armati e tanti comunisti, anche in Italia, aprirono finalmente gli occhi. A parecchi ci sono voluti ancora decenni per farlo, e qualcuno ancora ha nostalgie. Comunque nel 1989 alla fine il muro di Berlino cadde.

Seguì la costituzione del Gruppo di Visegràd, del quale facevano parte Cecoslovacchia (poi Repubblica Ceca e Slovacchia), Polonia e Ungheria. Adesso questi Paesi vengono anche chiamati per comodità V4, appunto i 4 del gruppo di Visegràd. Il gruppo era stato costituito per facilitare l’entrata nell’UE e nella NATO, obiettivo ricercato e festeggiato a furor di popolo anche per evitare che i russi, una volta ripresisi dalla crisi politica, provassero a riappropriarsi della loro area d’influenza. Le istituzioni occidentali accolsero questi Paesi anche per sottrarli definitivamente alla sfera russa.

Col senno di poi, forse l’Unione Europea avrebbe dovuto dotarsi di regole condivise tra i suoi membri originali prima di aprire ad est, ma questo non era stato possibile anche per l’opposizione britannica, dato che Londra non ha mai voluto un’unione troppo stretta di cui non facesse parte. Si notano anche differenze importanti tra questi Paesi, pur vicini geograficamente e legati a doppio filo da tanta storia comune.

La Repubblica Ceca cresce con disoccupazione ed inflazione bassissime, anche se ci sono strati di popolazione che rimangono scontenti: insomma assomiglia alla Germania forse più di ogni atro Paese europeo esclusa l’Austria. L’Ungheria, invece, si ritrovava fino a poco fa con problemi di crescita, inflazione e disoccupazione che la facevano assomigliare più ai suoi vicini orientali.

Sia detto per inciso che la corona ceca è stata praticamente in cambio fisso contro euro in questo periodo, mentre il fiorino ungherese è uscito dal peg (termine tecnico per cambio controllato) nel 2008, anche se il cambio è essenzialmente stabile. Eppure entrambi i Paesi erano storicamente le aree più industrializzate del vecchio impero asburgico, senz’altro a causa dell’industriosità della loro popolazione, ma anche perché qui si trovava la materia prima allora necessaria per la produzione industriale: il carbone. Per questo motivo, anche sotto il comunismo, i due Paesi erano quelli oltrecortina in cui probabilmente si stava meno peggio, insieme alla DDR.

Chissà se il governo penderà verso Salvini: in quel caso le regole europee, compresa l’allocazione dei soldi che potrebbero spostarsi dal V4 al Mediterraneo, si dovranno riscrivere senza l’Italia

La situazione molto diversa in Ungheria e Repubblica Ceca deve quindi venire da qualcos’altro. Può essere una coincidenza, ma l’impressione è che Praga abbia fatto molto di più per liberarsi delle persone compromesse con il precedente regime di quanto abbia fatto Budapest. Uno studio della CIA (in inglese qui) sembra confermare quest’impressione almeno per quanto riguarda i servizi segreti: in sostanza i cechi avrebbero azzerato il campo, a costo di restare scoperti per alcuni anni, ma poi si sono trovati senza persone compromesse con la Russia.

In Ungheria questo non successe, con il vantaggio di restare protetti dalle spie estere immediatamente dopo il 1989 ma con lo svantaggio di avere adesso persone in posizioni delicate di cui non si sa se ci si può completamente fidare per quanto riguarda l’atteggiamento verso Mosca. Lo stesso sembra sia successo in molti altri servizi pubblici. Si inizia a capire anche in Italia che con una buona burocrazia le cose si fanno, con una pessima burocrazia è meno facile cambiare le cose anche se cambiano i politici. Ogni riferimento al sud Italia e a Roma non è casuale.

Se il governo che verrà non comprende questo passaggio finirà probabilmente ostaggio di una delle burocrazie peggiori del mondo occidentale, per come alloca risorse oggettivamente abbondanti (lo Stato spende 800 miliardi in spesa corrente) in modo inspiegabile con criteri di normale efficienza. Adesso l’Europa, che sembra essere uscita rafforzata dalla crisi ma soprattutto aver ritrovato slancio dopo la Brexit, ha chiarito che si va avanti con chi ci sta. Cercare di agganciarsi al V4 non pare la migliore delle idee, se non su singoli temi come l’immigrazione che comunque anche Berlino ha tutto l’interesse a risolvere.

Se invece l’idea è di avvicinarsi alla Russia anche militarmente sarà molto difficile trovare una sponda in Centro Europa per alcuni motivi: il primo è che soprattutto la Polonia ha un giustificato timore di Mosca, dovuto a brutti ricordi ancora recenti. Il secondo è che al momento pochi sono legati all’atlantismo quanto i Paesi del V4, che non a caso militarmente sono sempre più vicini a Bruxelles e lontani da Mosca da quando Trump ha iniziato a dare segni di minor volontà di proteggerci.

Infine c’è un motivo puramente logico, che anche Salvini farebbe bene a tenere a mente: le alleanze geopolitiche e militari non durano lo spazio di un’elezione. In uno Stato essenzialmente totalitario come la Russia, in cui la stessa persona controlla tutti o quasi i poteri, e in cui Putin non è più giovane e non sembra dare segni di indicare un successore, ci si potrà fidare di chi lo seguirà? Uno Stato con divisione dei poteri avrà da questo punto di vista sempre una maggiore stabilità e linearità nei comportamenti verso alleati ed avversari.

Ungheria e Polonia hanno dimostrato di averlo capito, e anche Di Maio dà segni di aver compreso questi passaggi.

C’è poi un’altra questione che è stata oggetto di un articolo del Financial Times.

Il giornale londinese ha ottenuto un memo riservato che proponeva di cambiare la distribuzione dei fondi europei di sviluppo. La cosa è necessaria perché, venendo a mancare i contributi britannici, il budget andrà innanzitutto con ogni probabilità ristretto.

In secondo luogo, i principali destinatari dei fondi europei finora sono stati i Paesi del V4 (Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Polonia). Questo aveva senso finché c’era bisogno di arrivare ad un livello di sviluppo simile ai Paesi dell’ovest. Adesso che queste economie viaggiano a piena occupazione e che il reddito pro capite è sempre più vicino ai loro vicini occidentali è giusto ripensare a come vengono allocati i fondi. Il memo propone punteggi a seconda del livello di democrazia e del livello di crisi dei migranti affrontata.

Praticamente è una pistola puntata a Polonia e Ungheria, senza ovviamente farne i nomi, che hanno sempre rifiutato la distribuzione dei migranti fino ad una loro effettiva identificazione come rifugiati e hanno virato verso un sistema in cui il Governo controlla il sistema giudiziario e il Parlamento conta sempre meno, come visto sopra. Chissà se il governo penderà verso Salvini: in quel caso le regole europee, compresa l’allocazione dei soldi che potrebbero spostarsi dal V4 al Mediterraneo, si dovranno riscrivere senza l’Italia.

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