23 Maggio Mag 2018 0755 23 maggio 2018

«La scuola italiana è ferma al Medioevo, serve una rivoluzione tecnologica»

«Perché insegniamo tecniche di calcolo per 13 anni? I libri che coprono il 30-50% di mercato non portano a un’Italia che conosce la fisica o la matematica». Parla Chiara Burberi, ceo della piattaforma digitale Redooc, che offre esercizi e materiali alternativi per la didattica nelle scuole

Digital School Linkiesta
(PATRICK HERTZOG / AFP)

«Come puoi pretendere che ogni mattina i ragazzi andando a scuola tornino al Medioevo?». Se lo domanda Chiara Burberi, creatrice e ceo di Redooc (Rethink Education), piattaforma di didattica digitale dedicata alle materie scientifiche. «I libri sono ormai una realtà lontana dalla quotidianità dei nostri giovani, che utilizzano ogni giorno Internet, computer e smartphone», dice. «Dobbiamo coinvolgerli online e offline. E alcuni professori finalmente cominciano a rendersene conto».

Con un passato da docente universitario, e un background professionale all’estero tra consulenza e banche, tornando in Italia nel 2013, Chiara si è accorta che «la didattica offerta dalla scuola italiana era come l’avevo lasciata quarant’anni prima», racconta. «I libri erano come i miei, solo con più immagini, e quindi più pesanti». E poi «i risultati dei test Pisa Ocse dicevano che i nostri studenti erano sempre sotto la media. In particolare in matematica, mentre le materie scientifiche sono il driver per la crescita di un Paese. Mi sono chiesta: allora anche l’Italia è destinata a essere sotto la media Ocse? Ma oltre a snocciolare i dati statistici, non si facevano proposte».

Così nasce Redooc, che fornisce a scuole, docenti e genitori videolezioni ed esercizi interattivi organizzati come un grande videogame online. C’è proprio tutto: punteggi, competizioni e avatar. E da poco è partita anche una Maratona per preparsi agli esami e ai compiti per le vacanze. Con un focus sulle materie scientifiche, dalla fisica alla chimica, e in particolare sulla matematica. «Una materia ardua e noiosa, che a molti ragazzi sembra inutile e lontana dal mondo». E invece? «Il problema è che per esempio si insegnano le equazioni solo con il compitino di cercare la “x”, senza spiegare che in realtà il bello delle equazioni è impostarle, tradurre un pensiero in equazione».

I risultati dei test Pisa Ocse dicono che i nostri studenti sono sempre sotto la media. In particolare in matematica, mentre le materie scientifiche sono il driver per la crescita di un Paese. Allora anche l’Italia è destinata a essere come Paese sotto la media Ocse? Ma oltre a snocciolare i dati statistici, non si fanno proposte

Chiara Burberi, creatrice e ceo di Redooc

Redooc segue i programmi e le indicazioni del ministero dell’Istruzione, e fornisce esercizi e materiali adeguati a prof, studenti e genitori. «Una cosa che la Buona Scuola non ha avuto il coraggio di fare è stato proprio aggiornare i programmi, che invece andrebbero rivisti eccome», commenta Chiara. Prendiamo come esempio la matematica: «Perché continuiamo a insegnare tecniche di calcolo per 13 anni di scuola? Dovremmo insegnare storia della matematica, non solo matematica. Del teorema di Pitagora, spieghiamo come ci si è arrivati, altrimenti è solo una litania da ripetere. Se alleni i ragazzi solo a fare i calcoli, non lavori per il futuro. Ci sono già i computer farlo. I libri di testo che oggi hanno il 30-50% di mercato non portano certo a un’Italia che conosce la fisica o la matematica». E i risultati dei test Pisa-Ocse lo dimostrano.

I materiali didattici offerti dalla piattaforma possono essere usati come integrazione ai classici libri, per i ripassi o le ripetizioni a casa. Ma anche per la cosiddetta classe capovolta – i ragazzi leggono la lezione già il giorno prima – e le verifiche in classe. Si fa il compito su uno schermo con le domande presenti nel sistema; una volta scaduto il tempo, il sistema si blocca e poco dopo viene fuori il voto. Non devi aspettare una settimana che il professore riporti il compito in classe; e il professore smette di correggere i compiti e usa meglio il suo tempo. Mentre per i compiti a casa, con un profilo utente online per ciascuno studente, è facile capire chi li fa e chi no.

Le scuole che hanno acquistato il pacchetto in tutta Italia sono 100, da Nord a Sud. «Certo, in Italia le scuole sono 8.300», dice Burberi. «Ma se penso a quattro anni fa, quando mi consideravano pazza, ore molte cose sono cambiate. La scuola sta cambiando. Ovviamente, come tutti i mercati iper-regolamentati, cambia molto lentamente. Pensiamo al mercato dei libri di testo scolastici: ci sono quattro case editrici che da sole detengono il 70% del mercato. O al giro d’affari delle ripetizioni private: si spende 1 miliardo l’anno e tutto in nero».

Dovremmo insegnare storia della matematica, non solo matematica. Del teorema di Pitagora, spieghiamo come ci si è arrivati, altrimenti è solo una litania da ripetere. Se alleni i ragazzi solo a fare i calcoli, non lavori per il futuro

Chiara Burberi, creatrice e ceo di Redooc

Il trucco, dice, «è trovare nel corpo docente quello che noi chiamiamo “l’evangelist”, un professore innovatore che ha voglia di provarci e ne parla con i colleghi», spiega Burberi. «Dopo grande scetticismo, oggi anche i prof un po’ restii alla tecnologia si stanno aprendo. Le lavagne multimediali sono sempre più usate. E sulla didattica c’è molto fermento nei corsi di aggiornamento, oltre a esserci diversi investimenti e bandi del Miur». Certo, molto dipende dalle scuole e dai professori. «Ci sono scuole brave, presidi e professori che hanno voglia di fare, altri no. In Italia ci sono 850mila professori e non sono tutti interessati a innovare. Il problema è che il lavoro del professore non può essere valutato né premiato, né punito. È come se fosse un’azienda ingestibile».

A conti fatti, le scuole che si stanno aggiornando davvero, secondo i dati del Miur, sono circa un migliaio. C’è un’Italia a due velocità anche per la scuola, «che non coincide con la divisione Nord-Sud», precisa Burberi. «Le scuole che usano la nostra piattaforma sono sparse su tutte il territorio. E le più attive non sono quelle delle grandi città, ma quelle della provincia. Magari perché i docenti incontrano con più facilità genitori e studenti e conoscono meglio le loro esigenze?».

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