23 Maggio Mag 2018 0750 23 maggio 2018

Non solo Conte: la patetica ossessione italiana per il pezzo di carta (e i curriculum “fuffa”)

I curriculum sono importanti, ma il valore di un professore come Conte si misura dal contributo che dà alla materia e da come insegna ai propri allievi. L'Italia, però, è il Paese in cui chi non esibisce cariche non può essere considerato: beati gli inglesi a cui basta un “sir”

Conte_Linkiesta
FILIPPO MONTEFORTE / AFP

Scriviamo attendendo smentite o precisazioni, da parte del prof. Giuseppe Conte o da chi per lui, dopo la pubblicazione della notizia, secondo cui del suo nome non vi sarebbe traccia negli archivi della New York University, e in diversi altre università in cui dice di aver perfezionato i suoi studi. L’ateneo americano è fra quelli citati nel chilometrico curriculum vitae di Conte, come una delle tappe della sua formazione giuridica, al pari di università del calibro di Yale o della Sorbona. Che all’ombra della Grande Mela non vi sarebbe memoria del suo passaggio alla NYU è di per sé imbarazzante, grave per chi aspiri alla poltrona di presidente del Consiglio. Non solo, però, perché un caso del genere è illuminante di un vizio tutto italico.

Non è necessario, infatti, scomodare anche recenti episodi di curriculum farlocchi, per riconoscere in questa pratica un filo patetica un qualcosa di profondamente italiano. Nel Paese che non nega un ‘dottore’ a nessuno (basta affidarsi a un qualsiasi parcheggiatore abusivo, per essere laureati sul campo, per meriti di circolazione urbana), paradossalmente sembra che senza esibire cariche, titoli e onori non si possa essere neppure considerati.

Che all’ombra della Grande Mela non vi sarebbe memoria del suo passaggio alla NYU è di per sé imbarazzante, gravissimo per chi aspiri alla poltrona di presidente del Consiglio. Non solo, però, perché un caso del genere è illuminante di un vizio tutto italico

E come se non bastasse mai aggiungere una pagina, una riga, qualcosa al tuo corposissimo CV, fosse l’unico modo per superare a destra il potenziale concorrente. Che sia, poi, tutto vero o almeno utile è un dettaglio. Siamo il Paese del fumo negli occhi e non è un problema di questo o quel candidato politico, è una tara nazionale, che si ritrova in ogni aspetto della nostra vita civile. L’ossessione della forma, il relativo interesse alla sostanza non sono appannaggio di una parte, ma un vulnus collettivo. Un tic.

Da noi, è normale che un intervistato ti corregga, se non si sente appellato nei modi corretti e con i dovuti fronzoli. Beati gli anglosassoni, con il loro sir molto più utile e rispettoso del dott. Soprattutto, nella terra della New York University e di Yale, non valgono tanto i curriculum, ma le pubblicazioni: la domanda che ci si pone, in ambienti accademici, è quale sia stato il tuo contributo agli studi e all’evoluzione di una materia e soprattutto quali risultati abbiano raggiunto i tuoi allievi. Perché, udite-udite, il fine ultimo di un prof sarebbe questo, non uno spasmodico onanismo autoreferenziale, che in Italia conosciamo bene da una vita. Mica da questa mattina.

Detto questo, i curriculum restano una cosa seria, prima che si arrivi a veder esibite come titoli di merito foto con la felpa di Stanford o Cambridge. Serissima, per chi pensi di guidare un Paese.

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