31 Maggio Mag 2018 1114 31 maggio 2018

Italia sotto attacco: ecco cosa succederebbe in caso di “tempesta perfetta” sui mercati

L’Italia è bloccata da una palla al piede: il debito pubblico. Ma da dove nasce? E quali sono le ricette per far ripartire il Paese? Alan Friedman nel suo ultimo libro affronta le domande che interessano i cittadini e individua alcune soluzioni: Europa, crescita ma soprattutto un governo stabile

Friedman Linkiesta
Immagine da Youtube

Avrò mai una pensione? L'Europa ci aiuta o ci danneggia? Chi paga il salvataggio delle banche? Se vogliamo prendere buone decisioni, bisogna capire l'economia. A spiegarcela ci pensa il giornalista Alan Friedman nel suo ultimo libro: Dieci cose da sapere sull'economia italiana prima che sia troppo tardi, in cui l'autore attraverso l'esempio dell'immaginaria famiglia Giorgetti, affronta le stringenti questioni che interessano i cittadini italiani: il lavoro, le pensioni, i mercati, le banche.

Una guida all'economia italiana in dieci domande che tramite numeri, fatti e statistiche risponde a chi promette facili soluzioni e in cui Friedman, oltre ad analizzare i problemi, propone le sue soluzioni per risollevarsi.

Di seguito, pubblichiamo un estratto del libro che la cronaca di questi ultimi giorni rende estreamente attuale. Un estratto che parte da un finto articolo di giornale, in cui si racconta la tempesta perfetta sul debito pubblico italiano. Uno scenario che Alan Friedman data marzo 2020, pochi mesi dopo la fine del mandato di Mario Draghi da Presidente della Banca Centrale Europea. Uno scenario che dovremmo leggere con attenzione, così come le soluzioni volte a evitarlo. Sempre che siamo ancora in tempo.

Alan Friedman, Dieci cose da sapere sull'economia italiana prima che sia troppo tardi, Newton Compton Libri, 2018, pp. 256 (Prezzo 10€, Ebook 4,99€)

ITALIA SOTTO ATTACCO!
Schizza lo spread, crollano i titoli. Milano -10%. Italia di nuovo nel mirino degli speculatori. Il governo invita alla calma
di Danilo Gentile

Roma (17 marzo 2020) – È esplosa la bomba del debito. Si stima che solo nella giornata di ieri siano stati offerti in vendita sui mercati finanziari oltre 9 miliardi di titoli di Stato italiani da parte di tre tra i maggiori hedge fund e banche in Europa, in quella che sembra un’azione coordinata.

«Gli avvoltoi tornano a volteggiare sopra l’Italia. Stanno aggredendo il Paese con operazioni spregiudicate nei mercati finanziari», spiega il capoeconomista di J.P. Morgan a Milano. «Gli speculatori stanno prendendo di mira il bersaglio più facile, il nostro debito pubblico, le obbligazioni del Tesoro e tutti gli italiani che le possiedono».

Una dichiarazione di guerra a tutti gli effetti: l’onda di speculazioni al ribasso si abbatte come uno tsunami sulla zona euro. C’è chi grida al complotto, ma stavolta la crisi appare unicamente legata al nostro debito. La situazione è precipitata dopo l’aumento dei tassi d’interesse di mezzo punto percentuale deciso dalla bce la settimana scorsa. Il Tesoro ha calcolato che questa mossa farà aumentare di altri 12 miliardi all’anno il costo degli interessi che l’Italia paga sul suo debito pubblico che ammonta a 2300 miliardi di euro. Se consideriamo che l’anno scorso i tassi d’interesse sono già aumentati di mezzo punto la nuova stretta farà sì che il costo annuo degli interessi sul debito pubblico arriverà a ben 24 miliardi in totale.

Nonostante la ripresa in corso, gli operatori si dicono preoccupati dalla fatica che il Paese sta facendo per finanziare gli interessi sul debito. «Con un governo che stenta da quasi due anni a portare avanti le riforme, e che non ha fatto né privatizzazioni né altre mosse per ridurre il debito, i mercati finanziari non ci credono più», commenta l’analista di J.P. Morgan, «e quindi hanno deciso di sfidare l’Italia».

La Consob ha ordinato la chiusura del mercato borsistico a Milano ieri mattina, quando il principale indice di Piazza Affari, il ftse mib, che rappresenta l’80 per cento della capitalizzazione del mercato azionario italiano, è crollato del 10 per cento.

L’ondata speculativa arriva a meno di sei mesi dalla fine del mandato di Mario Draghi alla Banca centrale europea e quasi un anno dopo la fine del Quantitative Easing, quando la bce ha chiuso i rubinetti, smettendo di comprare titoli di Stato italiani. Il programma della bce svolgeva la funzione di un cuscinetto, un ammortizzatore che assorbiva la domanda di btp i quali, grazie al flusso di denaro che Draghi immetteva nel sistema, costavano poco.

«A gennaio 2015 Draghi ha iniziato a stampare moneta, immettendo tremila miliardi di euro nel sistema finanziario, ma a maggio del 2019 il programma è stato interrotto », ricorda il capo economista di J.P. Morgan. «Ora i tassi d’interesse sono saliti e i mercati temono che l’Italia non sarà più in grado di pagare gli interessi».

Beppe Grillo, leader del Movimento 5 Stelle, ha lanciato l’idea di una moratoria sul debito italiano. «Non paghiamo questi bastardi», ha scritto sul suo blog.

Ma da Bruxelles, il presidente della Commissione europea ha ricordato a Grillo che circa il 65 per cento del debito italiano «è posseduto da istituzioni e banche italiane». Il presidente ha poi fatto sapere che domani (oggi per chi legge, N.d.R.) sarà a Roma per un colloquio con il primo ministro.

«Siamo pronti a dare una mano, entro i limiti degli accordi comuni», ha spiegato ai giornalisti prima di salire sull’aereo per Fiumicino. Un suo collaboratore ha smentito che esistano piani per un pacchetto di salvataggio: «Non potremmo davvero permettercelo, ci sarebbe bisogno di duemila miliardi. Non è possibile».

Da Washington, un portavoce della presidente del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde, si è limitato a rispondere alle domande pressanti della stampa con un laconico «No comment». «Stiamo osservando gli sviluppi a Roma», ha aggiunto. Ma fonti vicine all’Fmi parlano di un’ansia diffusa, resa ancora più grave dalla preoccupazione per un’imminente escalation della crisi: né il Fondo né la Bce hanno risorse a sufficienza nel caso in cui si rendesse necessario un salvataggio dell’Italia.

Intanto da Palazzo Chigi provano a minimizzare. Il primo ministro richiama all’unità il governo e in tarda serata ha dichiarato: «Non è il momento delle scaramucce e delle recriminazioni, non possiamo permettere che le questioni futili prendano il sopravvento. Questo è un attacco al Paese».

Il presidente di Confindustria ha puntato il dito con veemenza: «Per quasi due anni abbiamo chiesto al governo di impegnarsi a completare le riforme di cui abbiamo bisogno per rimettere in piedi la nostra economia e mostrare ai mercati finanziari che l’Italia ha veramente intenzione di affrontare con energia la questione del debito. Invece la politica non ha fatto nulla, limitandosi a sperare che una crescita dell’1,5 per cento fosse in grado di risolvere tutti i problemi. Per anni abbiamo chiesto uno sforzo sul debito pubblico, e ora tutti i nostri timori sono diventati realtà».

Fonti interne a Palazzo Chigi fanno sapere che il primo ministro sta per annunciare un nuovo pacchetto di misure «Contro la crisi del debito pubblico», e che verrà chiesto al Parlamento di ratificarle entro le 72 ore successive.

Tutto questo è pura fantasia. Almeno per il momento. L’articolo che avete letto è fittizio, immaginario, e descrive uno scenario che potrebbe realizzarsi in un prossimo futuro. Ma la possibilità che accada un evento del genere non è così remota. Anche con la ripresa in corso, la maggior parte degli economisti riconosce come concreto questo rischio perché nonostante le promesse dei politici il debito pubblico rimane tuttora una vera bomba a orologeria per l’Italia. Una bomba che potrebbe esplodere nell’arco di poco tempo se non riusciremo a rafforzare la nostra crescita e mettere in ordine i conti di casa. In parole povere, il debito è una pesante palla al piede dell’economia italiana. Ci rallenta, ci blocca, ci fa pagare più soldi per i prestiti e per i mutui, e se ignoriamo il problema o pensiamo di poter fare finta di niente, rischiamo grosso. Ma che cosa rischiamo?

Marco BERTORELLO / AFP

Una parte del problema è legata al fatto che dopo l’ottobre del 2019 non ci sarà più Mario Draghi al timone della Banca centrale europea, a Francoforte. Draghi merita di essere celebrato come un eroe nazionale perché ha salvato il Paese durante gli anni della crisi, stampando moneta e comprando titoli italiani. Draghi ha salvato l’Italia in questi ultimi anni di instabilità politica e tentativi di riforme, e lo ha fatto con una politica generosa che ha visto l’immissione del più grande flusso di denaro nella storia moderna, migliaia di miliardi di euro.

Draghi ha stampato moneta e ha comprato titoli italiani sul mercato attraverso la Banca d’Italia: circa 8-10 miliardi di obbligazioni al mese dall’inizio del 2015, per un valore di circa 100 miliardi all’anno, aiutando il Paese a tenere bassi i tassi d’interesse e quindi il costo per finanziare il debito.

Riassumendo questo concetto come se fosse una chiacchierata al bar, potremmo chiederci: “Che cosa faremo quando non ci sarà più Draghi e il costo del denaro comincerà ad alzarsi? Come faremo a pagare questo maledetto debito?”.

Questo maledetto debito! Che cos’è il debito? Da dove viene? E che cosa rischiamo davvero? E poi, e soprattutto: c’è un modo per liberarci del problema? C’è un modo per evitare il peggio? Come possiamo scongiurare questo scenario da incubo e arrivare ad avere un Paese tranquillo, che cresce bene, nel quale si creino nuovi posti di lavoro e ci si senta meno poveri?

Che cos’è il debito?

Probabilmente ogni giorno leggiamo di questi temi sui giornali o ne sentiamo parlare nei notiziari senza capire davvero questo gergo della finanza, senza comprendere bene quali sono i veri rischi nella vita di ognuno di noi. Leggiamo che il debito è talmente grande che ognuno dei 60 milioni di italiani porta sulle proprie spalle un peso, una responsabilità di circa 37 mila euro, fin dalla nascita! Leggiamo che il debito ormai rappresenta oltre il 130 per cento del nostro prodotto interno lordo (chiamato pil), cioè una cifra ben al di sopra del nostro guadagno nazionale annuo. In altre parole, il debito è molto più grande dell’ammontare totale del nostro reddito annuo come Paese. Cosa rappresenterebbe un debito del genere per una famiglia?

Immaginiamo una famiglia italiana media, la famiglia Giorgetti, che vive a Livorno e guadagna 24 mila euro l’anno netti, 2 mila euro al mese puliti. I coniugi Giorgetti lavorano entrambi e hanno due figli adolescenti. Per far fronte alle spese ordinarie e straordinarie, come la macchina, la casa e i figli, sono costretti a contrarre prestiti e mutui fino a raggiungere un totale del 133 per cento del loro guadagno reale, ovvero circa 32 mila euro. Tra le rate del mutuo, quelle del finanziamento e l’assicurazione della macchina, i Giorgetti spendono già 1200 euro al mese, che vanno sottratti a quei 2 mila euro netti che guadagnano. Come fanno, dunque, ad arrivare alla fine del mese? Come possono ridurre il loro debito? Potrebbero riuscire a trovare nuove fonti di reddito, guadagnando così di più, facendo crescere il loro netto mensile e ripagando il debito nell’arco di dieci anni: una cosa plausibile ma che rappresenterebbe, comunque, una palla al piede per tanto tempo. Oppure potrebbero vendere i gioielli di famiglia se ne hanno. Immaginiamo che il signor Giorgetti vada dal direttore della filiale della sua banca e gli dica: «Lo so che guadagno 24 mila euro e ho un debito di 32 mila, ma ho intenzione di vendere una collana di mia moglie e recuperare così 2 mila euro». La banca gli direbbe: «Bene!». E gli concederebbe un po’ di tempo. Potrebbe anche proporgli un’ipoteca sulla casa, la prima o la seconda. Se i Giorgetti, invece, non avessero gioielli di famiglia o altri beni da vendere, sarebbero allora costretti a ridurre le spese, a spendere di meno. Ma non sempre è possibile tagliare i costi senza finire seriamente in difficoltà. Che fare, allora? La situazione della famiglia Giorgetti riproduce in scala quella dell’Italia, infatti anche il nostro Paese non ce la può fare a restituire il proprio debito se non riesce a convincere le banche e i mercati che farà di tutto per restituire quanto dovuto: una montagna da 2300 miliardi di euro. Anche l’Italia può vendere i gioielli di famiglia, cioè “privatizzare”, ovvero cedere a banche e fondi stranieri azioni e fette dell’Eni o dell’Enel, o disfarsi di qualche proprietà immobiliare non utilizzata e usare poi i soldi raccolti per sanare i conti pubblici e coprire qualche buco. L’Italia, come la famiglia Giorgetti, può vendere i suoi beni per raccogliere capitale e ridurre il debito, ma questo non basta per risolvere il problema. Dovrebbe anche far crescere i suoi guadagni abbastanza da creare un tesoretto di riserva, che funga da ammortizzatore in caso di aumento dei tassi d’interesse.

Che cosa succede alla nostra famiglia di Livorno quando deve pagare tassi d’interesse più alti sulle rate del mutuo o per il prestito in banca? È possibile per una famiglia arrivare a una specie di crac, quando il costo del debito accumulato diventa impossibile da sostenere? Certo. E bisogna porsi la stessa domanda per l’Italia.

Ecco spiegato cos’è il debito e perché ci fa male. Il re è nudo. Tutti sanno che il debito è un’ingombrante presenza, come un elefante in una stanza. Un problema che però è stato ignorato da generazioni di politici italiani. Un problema che viene da lontano.

L'ex leader del partito socialista, Bettino Craxi
DON EMMERT / AFP

Da dove viene il debito?

La questione del debito risale all’epoca di Bettino Craxi e Giulio Andreotti, a quegli anni Ottanta che l’hanno visto raddoppiare fino a superare il 100 per cento del prodotto interno lordo nel 1992. Quell’anno, al timone di un’Italia scossa dai mercati e con i postumi della sbornia dopo la baldoria finanziaria del decennio precedente e l’epoca del Pentapartito e della Milano da bere c’era Giuliano Amato. I politici della Prima Repubblica hanno usato la risorsa del debito come un juke-box, una sorta di bancomat per finanziare i loro magheggi. Hanno drogato i cittadini con promesse elettorali sempre più onerose, e finanziato il boom economico con un incremento del debito pubblico. Il motto della Prima Repubblica era: “Allegria!”. Socialisti, democristiani e comunisti hanno fatto a gara a chi prometteva di più finanziando queste promesse con il ricorso alla leva della spesa pubblica.

E dopo? Nei nove anni in cui si sono succeduti i governi di Berlusconi, il debito è aumentato di circa 555 miliardi. Negli anni di Prodi è andata meglio, durante i suoi due governi il debito in rapporto al pil è sceso. Ma dall’inizio della crisi in Italia, cioè dal 2007, il debito è salito ininterrottamente, soprattutto perché il prodotto interno lordo si è contratto, riducendosi di quasi 10 punti percentuali tra il 2008 e il 2013, prima di iniziare a crescere (poco) nuovamente. Minori guadagni si traducono in minori possibilità di ripagare i debiti, anche quando il costo del denaro è vicino allo zero, come è stato in questi ultimi anni. Comparando quindi i due dati – il prodotto interno lordo, che attualmente ammonta a circa 1700 miliardi, e il debito pubblico, di circa 2300 miliardi – si arriva al famoso rapporto debito/ pil. Ed eccoci qua, con un debito pubblico pari al 133 per cento del pil.

Ecco perché il debito schiaccia e rallenta la crescita: ci appesantisce, ci fa crescere di meno perché dobbiamo prima di tutto lavorare per pagarne gli interessi, e solo successivamente potremo trovare le risorse per gli investimenti che creano occupazione e fanno progredire l’economia italiana. Un Paese troppo indebitato non può investire sul proprio futuro.

Dalla fatidica crisi dell’euro del 2011 che ha visto l’Italia presa di mira, fino a oggi, nessun governo ha introdotto, e nemmeno promesso, un’azione forte e incisiva per risolvere il problema del debito. Né Monti, Letta, Renzi o Gentiloni, così come neppure Berlusconi quando avrebbe potuto: nessuno di loro ha affrontato la questione. Tutti struzzi con la testa sotto la sabbia. L’intera classe politica italiana. Quelli vecchi e quelli nuovi, quelli rottamati e quelli che promettevano la rottamazione.

La verità è che il debito dovrebbe essere responsabilità di chi è alla guida del Paese, dei nostri governanti, ma almeno tre generazioni di politici italiani hanno abdicato a questo compito permettendo che il gravame aumentasse a dismisura, mettendo a rischio la stabilità economica di oltre 60 milioni di italiani e creando una maledetta eredità che siamo costretti a portare sulle nostre spalle, e che i nostri figli e nipoti dovranno portare dopo di noi.

Senza parlare del problema delle banche…

Purtroppo, ahimè, c’è un altro problema di debiti che rallenta l’economia del Paese. Si tratta di debiti non saldati, prestiti concessi dalle banche italiane che non sono rientrati, diventati così crediti in sofferenza. Oggi, nonostante i notevoli sforzi effettuati per fare pulizia, il sistema bancario italiano è ancora pieno di sofferenze. Un sistema che ha già beneficiato di un salvataggio molto oneroso da parte dello Stato, e che potrebbe necessitare di ancora più denaro. Sebbene lo scorso anno siano stati fatti dei passi in avanti, ci sono ancora oltre 170 miliardi di crediti marci, ovvero difficilmente recuperabili dalle banche perché i debitori sono in gran parte insolventi. Soldi gettati al vento. O meglio, una parte di questi sono stati dati in prestito a piccole imprese che non sono riuscite a sopravvivere alle pressioni provenienti dalla globalizzazione, alle sfide rappresentate dalle nuove tecnologie, ai nuovi metodi di distribuzione. Un’altra parte è invece stata concessa senza le dovute garanzie in situazioni di corruzione o in realtà locali dove i dirigenti delle banche hanno offerto prestiti generosi a tutti i loro amichetti. Ci sono diverse indagini della magistratura ancora in corso sugli scandali bancari che l’Italia ha vissuto in questi anni. È chiaro ormai che ci sono stati troppi rapporti incestuosi tra i padroni delle banche e le loro cricche, e troppa poca vigilanza da parte della Banca d’Italia e della Consob, entrambe colpevoli quantomeno di qualche leggerezza, o peggio. Ma, a parte gli scandali bancari, viviamo ancora la terribile eredità di anni di crisi, bancarotte, fallimenti e chiusura di numerose imprese. Di conseguenza tanti debiti non sono stati onorati, e per troppo tempo le perdite sono state nascoste sotto il tappeto. Le sofferenze, ovvero prestiti già persi o a rischio di insolvenza, appesantiscono e paralizzano le banche, le quali sono così meno propense a prestare soldi agli imprenditori. Tutto questo rallenta e indebolisce la crescita e oggi sono tutti gli italiani a pagarne il conto. Ed è un conto molto salato, decine di miliardi di euro.

Ma qual è il legame effettivo tra i problemi delle banche, il debito e tutti noi?

Ci sono troppe banche da salvare, e lo Stato deve sborsare un sacco di soldi. E questi soldi da dove vengono? Dalle tasche dei contribuenti. I salvataggi degli istituti di credito sono finanziati con soldi pubblici nonché attraverso alcuni aumenti di capitale da parte del settore privato. Non a tutti è chiaro che il denaro pubblico utilizzato per i salvataggi va a incrementare il debito, che già ammonta a quasi 2300 miliardi di euro. Una storia già vista nel 2017 quando il debito è salito a causa del salvataggio di Monte dei Paschi e delle banche del Veneto. Come è andata? Il Tesoro, dopo aver ricevuto dal parlamento l’autorizzazione a stanziare fino a 20 miliardi di euro per mettere in sicurezza il sistema bancario, ha mandato più di 5 miliardi a Siena e altrettanti per coprire i buchi delle banche venete, lasciando altro denaro in garanzia nel caso in cui quello già versato dovesse rivelarsi insufficiente. Da dove sono arrivati questi soldi? Semplice: nel bilancio di fine anno del 2017 questi miliardi sono stati conteggiati come debito pubblico, cioè sono andati ad aggiungersi a quello già esistente. E lo Stato deve quindi finanziare tutto questo attraverso l’emissione di nuovi titoli obbligazionari del Tesoro, facendoci spendere più soldi di interessi.

In altre parole, più ci costano i salvataggi delle banche, più salirà il nostro debito nazionale. E alla fine il peso ricade, di nuovo, sulle nostre spalle. Basta pensare alle centinaia di migliaia di piccoli risparmiatori che hanno perso il proprio investimento nelle azioni o nelle obbligazioni subordinate delle banche, o ricordare che saremo tutti noi a ritrovarci a pagare come contribuenti.

Il presidente della Bce, Mario Draghi
DANIEL ROLAND / AFP

Delle sofferenze parleremo meglio in seguito, nel capitolo dedicato alle banche. Ma per il momento basta tenere a mente che queste sofferenze rappresentano un grave rischio per il Paese. Le perdite accumulate potrebbero costare altre decine di miliardi, e non soltanto quelli sborsati l’estate scorsa per salvare il Monte dei Paschi e le banche del Veneto. La cifra totale che lo Stato potrebbe dover tirare fuori per mettere al riparo tutte le banche italiane è difficile da calcolare, ma potrebbe avvicinarsi facilmente al doppio dei 20 miliardi già stanziati. Anche se abbiamo fatto progressi nella diminuzione delle sofferenze, il problema non sparirà presto. Potrà soltanto essere spalmato nel tempo, dilazionato. Oggi la vera questione chiave per le banche non è rappresentata dal capitale, ovvero dall’ammontare di denaro che possiedono o che hanno accantonato per coprire le sofferenze, ma dal grado di fiducia della gente, delle imprese, dalla psicologia del mercato, dei consumatori e del Paese.

Lo stesso vale per l’economia dell’Italia. Esattamente come nel caso della nostra famiglia Giorgetti basterebbe un piccolo sforzo per rafforzare la fiducia degli investitori. Possiamo infatti far sì che i mercati internazionali tornino a guardare di buon occhio l’Italia anche senza svendere il nostro patrimonio o finire commissariati dai tedeschi. Come fare? C’è un modo per allontanare definitivamente questo scenario da incubo e tornare a vivere in un Paese che crea posti di lavoro e si sente tintinnare i quattrini in tasca, un’Italia che non guarda al futuro con paura ma con più fiducia? È possibile?

C’è un modo di liberarci del problema?

Fortunatamente la risposta è sì! Il verificarsi di una nuova crisi del debito è una possibilità concreta ma non inevitabile. Potremmo ancora scampare il pericolo se nei prossimi due o tre anni si presentassero determinate circostanze. Quali?

Innanzitutto ci vorrebbe un governo stabile perché, come abbiamo visto, soltanto una leadership forte può prendere le decisioni che servono per stimolare da una parte la crescita e dall’altra la messa in atto delle riforme necessarie, compresa una Fase Due del famigerato Jobs Act e altri nuovi interventi per tagliare il costo del lavoro e rendere più invitanti le assunzioni per le aziende.

Le riforme della pubblica amministrazione dovrebbero essere portate a termine, averle iniziate non basta. Bisogna andare fino in fondo, e lo stesso va fatto con tutte le altre riforme che l’Italia ha cercato di avviare con risultati spesso incompleti. Non basta dare in pasto un po’ di soldi alle famiglie più povere, come è stato fatto con il reddito di inclusione. Quello è stato solo un modo per tamponare e creare un minimo di ammortizzatore sociale. Un intervento che è andato nella giusta direzione, ma non è sufficiente. Bisogna trovare il sistema di far scendere davvero il numero di quegli italiani, oggi quasi 5 milioni, che vivono sotto la soglia di povertà. E mettere in atto degli interventi legati al debito, come le privatizzazioni, ma non solo.

Per gestire l’economia in modo serio, e convincere gli avvoltoi dei mercati finanziari che vorrebbero speculare contro l’Italia a stare lontani dal Paese, ci vorrebbe un governo serio e forte. Una condizione non così semplice da ottenere, visto che con l’attuale legge elettorale le probabilità che ci ritroveremo con un governo di larghe intese o un governo transitorio/di scopo sono piuttosto elevate. In ogni caso, come già detto, per far crescere l’Italia ci vuole un governo stabile e capace.

La seconda condizione richiesta è che, anche dopo la fine del mandato di Draghi, la Banca centrale europea o qualche istituzione continui in qualche modo a prendersi cura dell’Italia. Non si può sperare in un nuovo programma di acquisto di titoli, ma quantomeno auspicare la nascita di un tipo di alleanza a livello europeo, magari un Fondo monetario. Per mantenere la stabilità dell’Italia e della “zona euro”, quando Draghi avrà chiuso il rubinetto, servirà qualche aiuto. Just in case. Sfortunatamente, per come stanno le cose oggi, è inverosimile che i padroni della zona euro decidano di muoversi per tutelare il debito italiano.

La terza condizione necessaria per evitare il rischio di una crisi del debito in Italia è anche quella più importante: un tasso di crescita economica che superi l’1,5 o 1,6 per cento annuo e arrivi vicino al 2 per cento per un periodo prolungato di tre o quattro anni. Non basta la crescita incoraggiante del 2017 se poi il ritmo rallenta nel 2018 e nel 2019, come sembra possibile. Bisogna sostenere la crescita con delle nuove iniziative, con nuovi stimoli alla domanda, e per un periodo continuativo di minimo tre anni. Ricordiamoci della lezione della famiglia Giorgetti, quando uno si trova davanti a un enorme debito ci sono due strade per ripagarlo: aumentare le entrate o tagliare le spese.

L’idea che l’Italia possa crescere a un tasso sufficiente per almeno tre anni, considerata la ripresa mondiale ed europea, non è una probabilità così remota. Potrebbe anche accadere. Ma le previsioni di tutte le istituzioni, dal Fondo monetario internazionale, all’ocse, alla Commissione europea, così come le stime degli economisti delle grandi banche, sono meno ottimistiche per i prossimi due anni di quelle del governo Gentiloni nelle sue previsioni pre-elettorali, e indicano il rischio di una diminuzione del ritmo di crescita. La crescita. Ma che cosa è davvero la crescita? E perché l’Italia non cresce di più?

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