1 Giugno Giu 2018 0745 01 giugno 2018

Giovani e lavoro, l’emergenza continua ma nessuno lo vuole capire davvero

Tra i giovani italiani under 35 si contano 1,3 milioni di disoccupati e quasi 6 milioni di inattivi. Crescono, ma poco, solo i contratti a tempo determinato, segno del mercato del lavoro che cambia. Nessuno, tra gli esponenti politici, sembra averlo capito

Giovani Linkiesta
Irene Bonacchi (Flickr/Irene Bonacchi)

Qualcuno avrà pure brindato vedendo gli ultimi dati Istat sul mercato del lavoro. Gli occupati hanno toccato il record di 23 milioni e 200mila (anche se il tasso di occupazione al 58% è sempre tra gli ultimi d’Europa). Ma resta una voragine al centro: l’enorme pantano in cui sono rimasti incagliati ormai i giovani italiani under 35, tra i quali si contano 1,3 milioni di disoccupati e quasi 6 milioni di inattivi, compresi gli studenti ovviamente. Una palude immobile che nessuno di coloro che si candidano (o non si candidano) alla guida del Paese sembra aver compreso davvero.

E non solo perché il tasso di disoccupazione giovanile, in un’altalena continua di pochi decimali, è tornato di nuovo a salire di 0,6% punti in un mese, superando il 33 per cento. L’aumento dei disoccupati non è necessariamente una brutta notizia, se accompagnato da una riduzione degli inattivi, come succede in questo caso (25mila in meno). Significa che molti ragazzi prima sfiduciati si sono rimessi alla ricerca di un lavoro. Il punto è capire se qualcuno sarà pronto a coglierne la domanda, cioè se qualche azienda li assumerà.

Evento molto raro, a guardare i numeri. Solo tra i 15 e i 24 anni c’è una lievissima crescita degli occupati (+0,1%, 5mila in più), in una fascia in cui tipicamente non si è ancora laureati, e quindi per mansioni basse o medio basse. Salendo allo scaglione successivo, però, arriva presto il segno meno: tra i 25-34enni gli occupati scendono dello 0,2 per cento. La crescita congiunturale dell’occupazione interessa tutte le classi d’età (uno +0,4% si intravede per la prima volta anche nel mondo di mezzo degli over 35), a eccezione proprio della fascia 25-34 anni. Dove pure diminuiscono gli inattivi (-2mila in un mese) e aumentano i disoccupati (+16mila), quindi quelli che mandano i curriculum e fanno i colloqui.

Gli incentivi della legge di stabilità per le assunzioni a tempo indeterminato degli under 35 non stanno avendo grandi effetti. L’apprendistato costa meno, e i tirocini ancora meno

Francesco Seghezzi, direttore della Fondazione Adapt

«Segno che gli incentivi della legge di stabilità per le assunzioni a tempo indeterminato degli under 35 non stanno avendo grandi effetti», commenta Francesco Seghezzi, direttore della Fondazione Adapt. «Questo accade sia perché in questo momento in Italia non c’è grande domanda di lavoro, sia perché l’apprendistato costa meno di un contratto a tempo indeterminato con gli incentivi, e poi ci sono i tirocini, che costano ancora meno». A crescere, seppur poco per i più giovani, nonostante la “spinta” degli sgravi e di Garanzia Giovani, sono solo i contratti a tempo determinato e i lavori autonomi. In un anno, mentre i contratti stabili sono diminuiti di 112mila unità, quelli a termine sono 329mila in più.

«È il mercato del lavoro che cambia», dice Seghezzi. Ma nessuno sembra averlo capito. Il dibattito pubblico continua a non andare oltre il binomio “contratto a tempo indeterminato sì o no”, con Lega e Cinque Stelle pronti a depennare il Jobs Act e a reintrodurre l’articolo 18 in nome del superamento della precarietà. «Se i giovani sono il futuro e il contratto a tempo indeterminato, così com’è oggi in Italia, non rappresenta il futuro del lavoro», spiega Seghezzi, «è chiaro quindi che nessuno assume i giovani con questi contratti».

Secondo il libro bianco “Il futuro del lavoro” realizzato di recente da Assolombarda e Adapt, il mercato del lavoro si sta muovendo addirittura verso una formula in cui, per alcune mansioni, non saranno più necessari né il contratto così come li conosciamo oggi né l’orario di lavoro.

Negli ultimi dieci anni, su 165mila occupati in più, si contano 684mila contratti a tempo determinato in più (+29,9%) e solo 72mila stabili aggiuntivi (+0,5%). «La fisionomia del mercato del lavoro italiano è cambiata, non per forza in peggio. Ma il sistema di tutele è rimasto identico, e questo genera problemi e scontento», dice Seghezzi. Qualcuno dovrà capire come tirare fuori i piedi dei giovani italiani da quella palude.

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