1 Giugno Giu 2018 0800 01 giugno 2018

La lezione dei dazi di Trump al governo gialloverde: l’Europa è l’unica salvezza (e ce ne vuole di più)

La questione dei dazi dimostra che l’Europa ha bisogno di stare seriamente unita di fronte all’avanzata di Cina e Usa. Più che di sovranismi, c’è bisogno di rafforzare l’Euro e le politiche comuni. O saranno guai

Trump Dazi Linkiesta
Nicholas Kamm / AFP

Sia benedetto Donald Trump. Che nel giorno del giuramento del Governo più nazionalista ed euroscettico della Storia della repubblica italiana ci spiega alla perfezione perché oggi, per l’Italia, il nazionalismo è una minaccia, la peggior minaccia, mentre l’Unione Europea è più di un’opportunità, ma una necessità. Ce lo spiega, The Donald, imponendo dazi alle importazioni di acciaio e alluminio rispettivamente del 25% e del 10%, al Messico, al Canada e ai Paesi dell’Unione Europea. Tradotto: da oggi, per un acciaieria europea, il prezzo per esportare il proprio prodotto negli Usa sarà superiore di un quarto rispetto a ieri. Di fatto, non più competitivo rispetto a quello di un suo concorrente americano, o cinese, o indiano.

Già, perché curiosamente i dazi Trump li applica ai Paesi del Nafta, l’area di libero scambio nordamericana, e i Paesi europei, ma non alla Cina, che da sola produce il 50% dell’acciaio mondiale. Cina contro cui l’Unione Europea ha imposto a suo tempo pesanti dazi alle importazioni di acciaio. Unione Europea che, se vogliamo far la conta delle barriere, è oggi molto più protezionista degli Stati Uniti: prima di ieri la tariffa media alle importazioni in Europa era del 5,3%, quella americana si fermava al 3,5%.

È perché siamo cattivi? No, è perché è l’unica arma di sopravvivenza delle nostre economie vecchie e stanche, per cercare di sopravvivere al turbo capitalismo dei Paesi emergenti - che produce acciaio con livelli di inquinamento che in confronto Taranto è una biosfera protetta - e contro la potenza dei super-Stati del terzo millennio. Tradotto: immaginate per un momento che non esista l’Unione Europea, che non esista il mercato comune, che non esista una moneta di scambio comune: saremmo tanti piccoli mercati vittime delle politiche predatorie delle grandi potenze della nostra epoca. L’America ci potrebbe imporre i dazi che vuole, incurante della nostra risposta. La Cina potrebbe entrare col suo acciaio come un coltello nel burro. E, a differenza loro, non avremmo nemmeno un mercato interno libero e protetto per mitigare gli effetti della competizione internazionale.

Se tutto questo vi sembra scontato, beh, non lo è per niente. E non solo perché l’Unione Europea che conosciamo oggi nasce proprio da un accordo di libero scambio sul carbone e sull’acciaio, casus belli per eccellenza di quello che fino al 1945 era stato un continente perennemente in guerra. Li sperimentiamo dove l’Europa è ancora divisa, gli effetti della nostra divisione. Consentire agli Stati europei di avere livelli di tassazione minima diversi, ha di fatto generato dei paradisi fiscali all’interno del continente grazie ai quali colossi tecnologici americani come Google, Apple, Amazon, Facebook, fanno profitti enormi nel mercato più ricco del mondo senza pagare un euro di tasse. E politiche industriali in concorrenza tra Paese e Paese scatenano guerre senza quartiere tra chi offre condizioni migliori all’insediamento o allo spostamento di nuove fabbriche, generalmente attraverso la compressione del costo del lavoro.

Caro Salvini, caro Di Maio, caro Savona e caro Tria, se volete davvero fare gli interessi degli italiani, se non volete farci diventare dei protettorati americani, cinesi, russi non sparate sull’Europa, sull'Euro, Al contrario, rafforzatela più che potete

Con un piccolo caso di scuola, in altre parole, abbiamo capito a cosa serve l’Europa oggi e come deve evolvere. Serve a proteggerci da un contesto competitivo terribile, con due superpotenze che vogliono fare di noi un meraviglioso mercato di arzilli pensionati, del tutto innocuo da un punto di vista produttivo e tecnologico. Affinché ciò non accada, abbiamo bisogno di andare avanti, non indietro. Abbiamo bisogno di una politica industriale comune che aiuti e non ostacoli la creazione di campioni industriali europei in grado di competere coi colossi americani e cinesi. Abbiamo bisogno di una politica di difesa militare comune in grado di sviluppare tecnologie e brevetti che possano renderci indipendenti e concorrenziali rispetto all’innovazione altrui. Abbiamo bisogno di una politica energetica comune, che fissi obiettivi e strategie per la piena adozione delle energie rinnovabili, senza che ciò vada a discapito della competitività globale delle nostre imprese. E, quando Trump chiama, abbiamo bisogno di rispondere con una voce sola e autorevole, non con le ventisette vocine di oggi, tra le quali si stagliano - e non è un bene - quelle di Angela Merkel ed Emmanuel Macron.

Siamo in una fase particolarmente delicata, nella storia di questo continente: quella in cui si riparte o si sparisce. E non è dietrologia pensare a Trump, Putin e Xi Jinping che si sfregano le mani al pensiero di un’Europa divisa, dei nazionalismi euroscettici che rialzano la testa, di voci che si alzano sempre più forti secondo cui i nemici degli italiani sono i tedeschi, e quelli dei tedeschi sono i polacchi, e quelli dei francesi sono gli italiani, di un Vecchio Continente che torna ad avvilupparsi su se stesso e sulle sue beghe da cortile, mentre i nuovi grandi imperi si spartiscono il mondo.

Lo diciamo senza alcuna malizia: caro Salvini, caro Di Maio, caro Savona e caro Tria, se volete davvero fare gli interessi degli italiani, se non volete farci diventare dei protettorati americani, cinesi, russi, se volete che questo Paese, in questo Continente, resti protagonista dello sviluppo economico, sociale e umano, non sparate sull’Europa, sull'Euro, Al contrario, rafforzatela più che potete. La Storia vi ricorderà soprattutto per questo, nel bene o nel male. Nonostante tutto, siamo fiduciosi. Non possiamo che esserlo.

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