Dossier
L’aziendalese
4 Giugno Giu 2018 0750 04 giugno 2018

Il “combinato disposto”, l’orrore degli orrori dell’aziendalese italiano

Non vuol dire nulla, viene usato a sproposito, è diventato un luogo comune: non c’è modo peggiore per concludere la rubrica sulla neolingua delle email aziendali

Confusa Linkiesta
Immagine con licenza Pixabay.com

Ho scritto una serie di articoli dedicati alla non lingua dell’Aziendalese, espressione che ho voluto anche come titolo della rubrica.

Sono al termine e mi abbandono a questo vano sproloquio.

Volevo offrire dei suggerimenti su come scrollarsi di dosso la banalità, la pochezza e l’inconsistenza di linguaggi senza senso e compiutezza. Di lingue usate da umani non per comunicare con altri umani, ma per creare muri, barriere e così alimentare scontri e fraintendimenti.

L’aziendalese, il burocratese, il banchese, il legalese, l’assicuratese, l’ospedalese e il doloroso e più nefando politichese ne sono alcuni esempi. Altri ne potremmo aggiungere.

Linguaggi usati per rendere inaccessibile la conoscenza e per questo ancora più invisi.

Linguaggi tutti accomunati dall’affabulazione, dalla non comunicazione, dalla volontà espressa del tipo “non potendoli convincere, confondiamoli!”, lettori, clienti, elettori che siano.

E così assistiamo, spettatori e attori, vittime e carnefici al contempo, a un trionfo di distinti saluti, in attesa di cortese riscontro, di bonus malus, di constatazione amichevole, opzione al termine, interfacciarsi, istanze, lidi balneabili, varchi attivi, cartelle esattoriali. L’Oscar: il combinato disposto

Una massa di non parole, vuoti involucri di caramelle già smangiucchiate da qualcun altro, parole urlate, scritte, messaggiate. Parole accomunate dalla totale latitanza di tracce di Umanità.

Parole in cui non c’è evidenza dell’Altro, del rispetto per i suoi bisogni, attese e conoscenze: parole spese senza consapevolezza e coscienza di un vero destinatario. Parole al vento, parole allo specchio, parole di autocompiacimento del proprio sapere.

Parole a immagine e somiglianza dell’emittente: sorde, aride e senza melodia alcuna. Parole senza pubblico. Inutili.

Ne sono zeppe i nostri siti, i discorsi dei politici, le email, i post, i contratti, le sentenze, gli articoli di legge, i regolamenti, gli avvisi al “gentile” pubblico e così via.

Parole che hanno una responsabilità pesante: rubano tempo pur sapendo che la refurtiva non sarà mai più recuperata, il che le rende ancora più pericolose.

E così assistiamo, spettatori e attori, vittime e carnefici al contempo, a un trionfo di distinti saluti, in attesa di cortese riscontro, di bonus malus, di constatazione amichevole, opzione al termine, interfacciarsi, istanze, lidi balneabili, varchi attivi, cartelle esattoriali.

L’Oscar: il combinato disposto.

E per una rubrica che si chiude una se ne apre.

Da lunedì 11 giugno inizierà su Linkiesta la mia nuova rubrica dedicata alla negoziazione e intitolata Le Trappole della Negoziazione.
Una serie di articoli che esplorano i luoghi comuni della negoziazione, vere e proprie insidie a cui, con un minimo di accortezza, è possibile sottrarsi.

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