5 Giugno Giu 2018 0725 05 giugno 2018

Il colpo di genio di Renzi: andare all’estero per tornare più forte di prima (e magari imparare l’inglese)

Con un’opposizione molto difficile da gestire, e uno stato del Pd francamente non esaltante, Matteo trova di meglio che partire per un giro di conferenze all’estero. Tornerà con idee politicamente più chiare. E speriamo che impari l’inglese

Renzi Ciao Modified

“Sì, viaggiare, evitando le buche più dure”. Se la decisione di Renzi di fare il giro del mondo come conferenziere avesse una colonna sonora, Si viaggiare di Lucio Battisti sarebbe perfetta. A Matteo Renzi, che negli ultimi due anni ne ha indovinate poche per eccesso di interventismo e furia, si deve riconoscere d’averla questa almeno indovinata: andarsene , cambiar aria, farsi per un po’ dimenticare. Del resto partire era ciò che i più avveduti gli consigliarono all’indomani del disastro referendario. Non era richiesto che abbandonasse la politica come aveva promesso – chi fa politica ne dice tante – ma farsi una marcia nel deserto sì, un annetto, magari due. Andarsene a studiare da leader all’estero, far maturare gli eventi, attender d’essere richiamato in servizio. Non diede ascolto e ha insistito. E così s’è fatto reinvestire leader per andare dritto al frontale con le politiche. Uno shock che spiega e in parte giustifica l’appannamento, e quell’infelice immagine di lui coi popcorn in mano davanti al cinerama dello sfascio italiano. Adesso e finalmente devono averlo convinto, deve essersi convinto “a viaggiare e con i fari illuminare chiaramente la strada per saper dove andare” visto che il suo Pd dove andare non lo sa

Andarsene a studiare da leader all’estero, far maturare gli eventi, attender d’essere richiamato in servizio. Non diede ascolto e ha insistito. E così s’è fatto reinvestire leader per andare dritto al frontale con le politiche. Uno shock che spiega e in parte giustifica l’appannamento

Ondivago il Pd, e soggetto a divergenti suggestioni: un giorno si fa persuaso della necessità di un’opposizione ideologica che brandisce nelle piazze la sacralità di quella stessa Costituzione che il suo leader ieri voleva modificare con un referendum, il giorno appresso si fa tentare dal rammarico di non averlo fatto lui l’accordo coi Cinque Stelle evitandosi Salvini al Viminale e soprattutto la ridotta della testimonianza resistenziale. Perché poi un partito che è stato di governo e di potere l’abitudine all’opposizione, diciamolo, l’ha perduta.

E certo non sembra destinato a scaldare i cuori e le piazze il calmissimo, geometrico e signorile incedere di Martina il reggente, che per una certa fisiognomica e il cadenzare friulano ricorda la quiete indotta ai sensi del placido eloquio di Dino Zoff. Il quale era un gran signore e un gran portiere ma con ciò l’estrema difesa e non la punta offensiva d’una squadra che cerca la remuntada.

No, non è questo il tempo per Renzi, non è clima, non è aria. Meglio il randagismo creativo per il mondo a fare speech remunerati, sulla scia dei miti che hanno agitato la fantasia di Matteo da quando ragazzo sognava in grande dalla provincia fiorentina: Bob Kennedy sopra tutti e poi Obama e Tony Blair of course. A proposito i maligni consigliano a Matteo di studiare l’inglese – ora che ha il tempo, ora che ha il modo - prima di riprodursi in spericolati monologhi. Ma queste son pignolerie che non tengon conto. Tanto più che l’inglese è lingua pratica e Renzi, pratico, lo imparerà bene e in fretta.

Allo stesso modo di come ha imparato che per tornare in Italia da Macron servono i mezzi. Mezzi per avviare la marcia del macronismo italiano. Legittimo dunque coltivare il sospetto – fondato secondo i bene informati – che il fronte repubblicano di Carlo Calenda, verso cui Walter Veltroni ha espresso riserve sostanziose, potrebbe costituire l’atto primo d’una nuova costituente politica: antipopulista, liberal, europeista e, appunto, macroniana.

L’altro grande inquieto, Alessandro Di Battista, che abbiam visto riaccendersi per un attimo ma d’una vampa altissima all’odore di piazza e di impeachment

Senza il Pd, oltre il Pd? “Vaste programme” si direbbe restando nella suggestione francese. Anche perché in Italia i prodotti politici importati funzionano poco. Si pensi all’esito del blairismo e del clintonismo italiano per restare a sinistra o alla parabola triste e solitaria di Gianfranco Fini che era diventato uno specialista nel vestire i modelli delle leadership destrorse europee: il popolarismo aznariano, il neo gollismo bling-bling a la Sarkozy (comparvero ai polsi di Fini anche braccialetti colorati), il conservatorismo di Cameron.

Esotismi che non hanno giovato come noto alla causa né della new-left né della destra nuova. Ma questa è storia di ieri e Renzi non è Fini: ha risorse, energia e fantasia per tornare sulla scena. Attende il momento adatto, un po’ come l’altro grande flaneur, l’altro grande inquieto, Alessandro Di Battista, che abbiam visto riaccendersi per un attimo ma d’una vampa altissima all’odore di piazza e di impeachment. “Il futuro prima o poi ritorna” ha garantito Renzi appena ieri. E quindi torna la metafora battistiana: "Scinderesti poi la gente/ Quella chiara dalla no/ E potresti ripartire". O meglio, ritornare.

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