5 Giugno Giu 2018 0755 05 giugno 2018

Il governo dei pataccari: non hanno nemmeno iniziato e la rivoluzione gialloverde è già tutta fuffa

Sorpresa: al Viminale funziona tutto alla perfezione, alla flat tax per le imprese ci aveva già pensato Renzi e la riforma della Fornero è un “brodino” da 5 miliardi che colpisce chi fa lavori usuranti. Anche oggi la rivoluzione la facciamo domani

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Alberto PIZZOLI / AFP

Tra il dire e il fare ci sono di mezzo cinque anni di governo Lega-Cinque Stelle. E per quanto si cominci solo oggi e non si debba giudicare un libro dalla copertina, la musica suona già diversa, dopo le chiacchiere da campagna elettorale e la retorica di Salvini e Di Maio sulla repubblica dei cittadini e sul governo del cambiamento nei novanta giorni di stallo istituzionale. Fino a ieri, tutto era rivoluzionario. Oggi, improvvisamente, tutto o quasi funziona già alla perfezione, ci sono pezzi di programma già realizzati dai governi precedenti e, toh, mancano i soldi per fare tutto e subito.

Intendiamoci: i nostri eroi in maglia gialloverde si sono già dimostrati dei veri campioni del mondo nello spacciare patacche clamorose come fossero beni di lusso: per i più distratti, ricordiamo che il reddito di cittadinanza - tecnicamente: soldi a tutti, in quanto cittadini - è in realtà un reddito minimo garantito condizionato a tre offerte di lavoro, previa riforma dei centri per l’impiego. E che la cosiddetta flat tax - tecnicamente: una e una sola un’aliquota fiscale - in realtà ne prevedeva almeno due.

Oggi scopriamo altre cose nuove, però. Da Matteo Salvini scopriamo ad esempio che il Viminale è «una macchina che funziona perfettamente», che «Minniti ha fatto un buon lavoro» per fermare gli sbarchi e che «non lo smonteremo», che la Tunisia che esporta galeotti, «è il Paese in cui funziona meglio l’accordo di riammissione». Insomma, sotto le tante chiacchiere di questi giorni e il silenzio che annichilisce sulla morte di Soumalya Sacko, il migrante-sindacalista ucciso a fucilate in Calabria, ancora non si capisce cosa voglia fare di diverso e rivoluzionario Salvini, a parte non firmare la revisione del Trattato di Dublino, e quindi, anche in questo caso, lasciare tutto così com’è.

Oggi scopriamo altre cose nuove, però. Da Matteo Salvini scopriamo ad esempio che il Viminale è «una macchina che funziona perfettamente», che «Minniti ha fatto un buon lavoro» per fermare gli sbarchi e che «non lo smonteremo», che la Tunisia che esporta galeotti, «è uno dei pochi Paesi con cui abbiamo accordi per i rimpatri»

Non è il solo, il buon Matteo, ad avere strani concetti di cambiamento in testa. Anche il suo compagno Luigi Di Maio è alle prese con una difficile partita a scacchi con la realtà. Il nodo del contendere, per il neo super ministro allo sviluppo economico e al lavoro è la riforma della legge Fornero sulle pensioni, per passare alla famigerata quota 100. Riforma, perché di abolizione non se ne parla più già da un bel po’. E nemmeno troppo spinta, visto che dalle parole del tecnico che se ne sta occupando, il professor Alberto Brambilla, il tutto costerà alle casse dello Stato appena 5 miliardi di euro all’anno, più o meno la metà degli 80 euro. Come mai? Primo: perché, sempre stando alle parole di Brambilla, «per trovare le coperture necessarie alla quota 100 e ai 41 anni di contributi, l’Ape sociale andrebbe eliminata e, con essa, il concetto di “lavori gravosi”, che non esiste in natura». Tradotto: per mandare tutti in pensione con 36 anni di contributi e 64 di anzianità si toglierà la possibilità a chi fa lavori usuranti di andare in pensione a 62 o a 63 anni. Secondo: perché l’idea di Brambilla è quella di far pagare alle imprese, anziché dallo Stato, gli scivoli pensionistici per i loro dipendenti. Togli di qua, metti di là.

E a fare il ruolo dei polli, in questa manovra da trecartari, rischiano di essere proprio le imprese, cui toccherà pagare da domani quel che fino a ieri pagava Pantalone. Nessun problema: ci pensa Alberto Bagnai, più che probabile sottosegretario all’economia, a ricordare che per il 2019, per le sole aziende, arriva la flat tax: «Fino ad oggi solo le società di capitali hanno la flat tax”, ovvero l’Imposta sul reddito delle società (Ires), che dal 2017 è calata dal 27,5 al 24% - ha rincarato la dose Armando Siri, anche lui tra i papabili viceministri economici - Noi la estendiamo anche alla società di persone, alle partite Iva eccetera. Si tratta di una riforma storica perché viene trasferito a 5 milioni di operatori quello che oggi è solo per 800mila imprese». Applausi? Insomma. Perché l’IRI, l’imposta sui redditi imprenditoriali l’ha già inventata Renzi nel 2017 e sarebbe entrata in vigore proprio nel 2019, una volta disinnescate le clausole di salvaguardia, ossia l’aumento dell’Iva. Quello stesso aumento dell’Iva che, si dice, il ministro Giovanni Tria vorrebbe usare per finanziare la flat tax per le famiglie, quella che dovrebbe entrare in vigore tra un paio d’anni, nel 2020.

Rimane al reddito di cittadinanza, insomma, l’onere di essere la vera rivoluzione del governo giallo-verde. Umilmente, tuttavia, segnaliamo che per come è congegnato non è che la somma di due misure già esistenti come la Naspi, l’attuale indennità di disoccupazione, a tempo, ma non condizionata all’accettazione di un’offerta di lavoro, e il Reddito d’Inclusione, una misura universale di contrasto alla povertà. Saremo maliziosi noi, ma non è così da fantascienza pensare che Di Maio metta assieme le risorse di uno e dell’altro e gli appiccichi addosso l’etichetta “reddito di cittadinanza”. Del resto, a quanto ha detto lui stesso, i soldi per fare altro non ci sono, e andranno negoziati con l'Europa. Nessun problema, Luigi: finché ce la beviamo, a quanto pare, vale tutto.

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