5 Giugno Giu 2018 0750 05 giugno 2018

Sacko non è morto di razzismo, l'ha ucciso un Sud che non cambia mai

Sacko Soumalaya aveva 29 anni, era un immigrato regolare che lavorava per 3 euro l'ora ed è stato ucciso. Una vicenda che dimostra come il Sud sia una polveriera nascosta e l'ultima cosa di cui ha bisogno è un sopruso impunito. Carabinieri, magistrati e politici non devono girarsi dall'altra parte

Immigrati_Linkiesta
LOUISA GOULIAMAKI / AFP

Eccolo qui il Sud dell'Italia 2018 così orribilmente simile al Sud dell'Italia 1948, quella dove la mafia ammazzava Placido Rizzotto, socialista, sindacalista dei braccianti, e poi faceva fuori anche il pastorello che aveva assistito al delitto per assicurarsi il silenzio collettivo. Eccolo qui il Sud di Soumalaya Sacko, 29 anni, padre di una bambina di cinque, regolare immigrato e regolare lavoratore dei campi, da anni portavoce dei braccianti di oggi, che non sono più i siciliani e i calabresi ingobbiti sul latifondo dei principi, ma ghanesi, nigeriani, africani insomma, ammassati nelle bidonville stagionali come i cafoni di una volta.

C'è un memorabile passaggio di Ignazio Silone in cui si racconta la gerarchia padronale sui campi all'inizio degli anni '30. «Prima viene Dio, padrone di tutto. Poi vengono le guardie del Principe. Poi i cani delle guardie del principe. Poi il nulla. Poi ancora il nulla. Poi vengono i cafoni». Chissà se si sentono così gli amici di Sacko, che ieri hanno incrociato le braccia dicendo «Ci trattano come animali, ci ammazzano come animali», ma immagino di sì. Sacko, hanno raccontato, lavorava per un salario di tre euro l'ora. Viveva nella baraccopoli di San Ferdinando, che fino a poco fa era un attendamento: a gennaio, dopo la morte di una ragazza nel rogo di oltre duecento capanne di tela, è diventata un ammasso di lamiere recuperate qua e là, per evitare nuovi disastri.

Nel Sud del 1948 fu un giovane capitano dei Carabinieri, Carlo Alberto Dalla Chiesa, a ostinarsi nella ricerca dei colpevoli e dei mandanti dell'omicidio di Rizzotto. Non c'era neanche il corpo del morto (sarà ritrovato solo nel 2012, in fondo a una foiba) ma il capitano in pochi mesi arrivò a certezze e incriminazioni. Mandante, Luciano Liggio, all'epoca campiere dei Caruso. Esecutori, due picciotti che confessarono, salvo poi ritrattare in udienza dove un tribunale compiacente ci mise una pietra sopra e assolse tutti. Anche oggi i titolari dell'inchiesta sono i carabinieri, e tutto fa pensare che abbiano già nomi e piste precise. Nessun dubbio sulla volontà di uccidere (quattro colpi sparati su tre persone, tre a segno, uno mortale). Solo incertezze marginali riguardo al movente. Che sia stata la punizione per l'attività sindacale o la ritorsione per lo sconfinamento in aree tacitamente off limits per gli immigrati, conta poco. Il modello è lo stesso. Il principe, le guardie, i cani, il nulla, ancora il nulla, e poi i cafoni.

Oltre la polemica sui migranti, oltre le narrazioni sulla sicurezza, sui permessi di soggiorno, sui rifugiati e sui clandestini da rimpatriare, ecco, magari sarebbe ora di chiedersi perché certi pezzi di Sud – pezzi molto larghi – sono rimasti uguali a se stessi, indifferenti al cambiamento epocale della società, alle regole, a tutto ciò che altrove è diritto costituito e difficilmente aggirabile

Oltre la polemica sui migranti, oltre le narrazioni sulla sicurezza, sui permessi di soggiorno, sui rifugiati e sui clandestini da rimpatriare, ecco, magari sarebbe ora di chiedersi perché certi pezzi di Sud – pezzi molto larghi – sono rimasti uguali a se stessi, indifferenti al cambiamento epocale della società, alle regole, a tutto ciò che altrove è diritto costituito e difficilmente aggirabile. Perché i caporali lavorano alla luce del sole, in tutti i crocicchi della Piana di Gioia Tauro, chiedendo il pizzo persino per il trasporto sui campi (tre euro, un'ora di lavoro). Perché “le guardie del principe” non abbiano paura di uccidere. Perché si sentano padrone non solo dei cafoni, ma pure della giustizia che sfidano ogni tanto con questi delitti plateali ma molto più spesso con i plateali e infiniti casi di corruzione, abuso, sopraffazione della concorrenza, intimidazione.

E mica è solo questione di migranti. Mimmo Gangemi, nel fortunato saggio «Attenti al Sud» racconta la popolazione calabrese come una maggioranza «in libertà condizionata», libera finché «non impatta in un interesse anche minimo di quelle poche bestie feroci, libera finché non progredisce in un benessere che accende gli appetiti». È in questo stato di minorità che cresce ogni tipo di emergenza e la forbice della diseguaglianza si fa enorme. Il lavoro: nei '70 c'erano solo 3 punti di differenza tra Nord e Sud, oggi sono 18. Le donne: in vent'anni, 20 punti di occupazione recuperati al Nord, al Sud solo 6. I giovani: 20 punti di tasso di occupazione persi al Sud contro gli 11 del Nord. Gli studi qualificati: nel 2017 al Sud i nuovi laureati sono stati solo 1.500, appena l'1,7 per cento del totale nazionale. Ancora un po' e davvero ci si troverà a contendere lavori da tre euro l'ora con i ragazzi del Burkina Fasu o del Mali, e a guardare con odio chiunque si guadagni un pezzetto di speranza.

A questa polveriera nascosta (pochi la vedono oltre i fatti di cronaca, nessuno se ne occupa), l'ultima cosa che serve è una miccia accesa tra gli ultimi, un sopruso impunito, un nuovo atto di disinteresse delle istituzioni (ieri non una parola su Sacko né dal neo-premier, né dai suoi vice). Sarebbe un segnale di disfatta per tutti, non solo per i nuovi cafoni. Per questo speriamo che esista un altro giovane capitano dei Carabinieri intestardito nelle indagini. E magari, stavolta, anche giudici con la schiena dritta. E politici che guardino anziché girarsi dall'altra parte.

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