6 Giugno Giu 2018 0755 06 giugno 2018

Nemmeno un’ora di sciopero per Soumalya Sacko, sindacalista

Il bracciante maliano ucciso a fucilate era rappresentante sindacale di base. Eppure né i sindacati agricoli né le confederazioni nazionali hanno ritenuto opportuno dedicargli anche solo un’ora di sciopero

Sacko Linkiesta
GIANLUCA CHININEA / AFP

Non era solo nero di pelle, Soumalya Sacko, ucciso a colpi di fucile un paio di giorni fa, né solo un ultimo tra gli ultimi, bracciante agricolo maliano, abitante dello slum di San Ferdinando, nel vibonese, in Calabria, una tendopoli che sorge a fianco di un ex sito clandestino di scorie e fanghi radioattivi. No, Soumalya Sacko era anche un sindacalista. Un sindacalista di base, per la precisione, membro di un unione alternativa alle tre storiche sigle confederali, l’unica che presidia - per virtù o per necessità - i microcosmi di lavori ad alta probabilità di sfruttamento, dai magazzini della logistica sino alla raccolta di frutta e verdura nel Mezzogiorno. Lavori da ultimi, da immigrati.

Non sappiamo se Soumalya Sacko si definisse di sinistra e sinceramente non ci interessa. Sappiamo però che uno come lui dovrebbe definire la sinistra di oggi. Essere il simbolo di tutto ciò da cui ci si vuole emancipare - la segregazione, il razzismo, lo sfruttamento, l’indigenza - e nel contempo quello della rivendicazione collettiva da parte di gruppi sociali che acquisiscono coscienza di se e dev’ingiustizia che subiscono. In chi oggi piange, da sinistra, la morte della sinistra in Italia, Soumalya Sacko dovrebbe essere una specie di epifania, la prova che il suo ruolo sociale è più contemporaneo che mai. Soprattutto nei giorni in cui nessun ministro del governo Lega Cinque Stelle, appena insediato, trova occasione per commemorarlo, se non con qualche parola di circostanza del presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

In chi oggi piange, da sinistra, la morte della sinistra in Italia, Soumalya Sacko dovrebbe essere una specie di epifania, la prova che il suo ruolo sociale è più contemporaneo che mai. Soprattutto nei giorni in cui nessun ministro del governo Lega Cinque Stelle, appena insediato, trova occasione per commemorarlo, se non con qualche parola di circostanza del presidente del Consiglio Giuseppe Conte

E invece, a quanto pare, Soumalya Sacko, nero, ultimo, sindacalista è morto invano. Perché nessuno, a sinistra, ha colto il senso profondo della sua morte. Non l’hanno fatto i partiti, dal Pd a LeU, che hanno speso parole importanti per Sacko, ma non hanno ritenuto opportuno recarsi a San Calogero e San Ferdinando per parlare con la famiglia e con le persone che vivono in quello slum, giusto per rendersi conto di cosa sia la “pacchia” di cui parla Salvini - eletto in quel collegio - e per sbatterla in faccia a chi pensa che gli stranieri vivano sulle spalle degli italiani. Ma non l’hanno nemmeno fatto i sindacati, che a Sacko non hanno dedicato nemmeno un minuto di sciopero, quasi che essere straniero, nero e di base lo rendesse meno sindacalista e meno morto ammazzato di Placido Rizzotto.

Peccato. Perché questo era uno di quei momenti in cui uno spartiacque andava segnato. In cui bisognava fare la conta di chi stava di qua, e chi di là. In cui bisognava affermare - meglio: riaffermare - un’identità fieramente a favore degli ultimi, chiunque essi siano e da dovunque provengano. In cui si poteva accendere un fuoco sotto l’utopia di dare a queste persone un futuro migliore in un Paese migliore e accogliente, ora che al governo c’è chi la pensa all’opposto. In cui riaffermare il valore del sindacalismo, dell’associazionismo, del mutualismo, di tutte le forme di organizzazione che mediano gli interessi individuali per formare un grande interesse collettivo, in grado di amplificare la voce di decine, centinaia, migliaia di umili, in cui lanciare almeno un’ora di sciopero nazionale per manifestare la rabbia e lo sgomento di fronte alla barbarie. In cui chiedere al neo ministro del lavoro Di Maio di darsi da fare, di dare una mano per risolvere una situazione che non è degna di un Paese civile.

Niente di niente. Niente i sindacati agricoli, diretta espressione della categoria. Ma niente nemmeno le confederazioni nazionali, quelle che un giorno si e l’altro pure partecipano a convegni sulla crisi della sinistra e della rappresentanza degli interessi, incolpando di ogni nostro e loro male il turbo capitalismo, la globalizzazione e l’Euro. Niente i partiti, maggioranze e minoranze, che nel frattempo hanno da ridire perché, della vicenda, Di Maio ne parla poco e Conte ne parla male. Niente, come se non li riguardasse, come se l’ascesa e il consolidamento sociale delle nuove destre estreme fosse un inevitabile accidente, e non una precisa responsabilità storica. Niente. Non sappiamo cosa ne sarà della sinistra di domani, del sindacato di domani. Ma da San Calogero, prima o poi, bisognerà passare.

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