6 Giugno Giu 2018 0730 06 giugno 2018

Sud e scuola, i due grandi buchi neri del Governo Conte

Su quello che si farà per il Meridione mancano indicazioni. È un tema delicato su cui Lega e Cinque Stelle hanno visioni diverse e si nota. Anche la scuola, al di là di frasi generiche, non è un argomento centrale. Due emergenze del Paese che risultano, finora, trascurate

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L’intervento di Giuseppe Conte al Senato - dove il governo ottiene la fiducia con 171 sì, 117 no e 25 astenuti – ha un contenuto di avvedutezza che tranquillizza. Compensa i fuor d’opera in cui nei giorni scorsi si sono prodotti i leader di Lega e Cinquestelle, ora ministri: “La Tunisia che esporta galeotti” (di Salvini), “Lo stato siamo noi” (di Di Maio). La cautela usata da Conte nel suo intervento a palazzo Madama è dunque un elemento equilibrante nella comunicazione dell’esecutivo gialloverde, come le altre prudenze esibite: la declinazione di populismo come semplice “attitudine ad ascoltare i bisogni della gente”, la condanna senza se e senza ma d’ogni razzismo, la critica riformista all’Europa che deve essere “più giusta e più equa” ma da cui non si pensa d’uscire.

Parole ponderate, che arrivano appunto dopo giorni d’acuti improperi e che fanno sperare nella dismissione dei toni da rivoluzione permanente che qualcuno ha temuto - e ancora teme - possano essere lo spartito di Lega e Cinquestelle per la prassi di governo.

Tuttavia c’è qualcosa che manca nel discorso programmatico di Conte – (discorso che oggi arriva al vaglio della Camera) - e non è qualcosa di poco conto. Anzi è il grosso della partita che si giocherà dentro e fuori il governo, che segnerà il carattere di questo esecutivo in un senso o in un altro. Si tratta naturalmente del nodo delle infrastrutture e delle grandi opere e di conseguenza delle politiche per il Sud. Conte su questo tema focale ha sorvolato con disinvoltura nell’impossibilità di dare una risposta all’interrogativo banale di come sia possibile redistribuire reddito senza generare sviluppo e crescita.

Un ministero dedicato al Sud è un segnale sicuramente importante ma c’è bisogno di capire lungo quale direzione, strategia e visione agirà

Il presidente del Consiglio si è piccato nell’ascoltare la critica di chi gli ha rammentato il silenzio sul Sud: “Detto a un pugliese è difficile da sopportare. Nel contratto di governo il Sud è dappertutto, non è un'isola che sta lì. In più un ministero è dedicato al sud, non è un segnale importante?”. Un modo sentimentale di schivare l’obiezione che tuttavia resta cogente: soprattutto perché piano infrastrutturale e sud (anche in riferimento alle infrastrutture digitali della pubblica amministrazione spaventosamente lontane da standard accettabili) vanno di pari passo: sono in fondo la stessa questione. E poi un ministero dedicato al Sud è un segnale sicuramente importante ma c’è bisogno di capire lungo quale direzione, strategia e visione agirà questo dicastero. “E’ evidente a ogni persona di buon senso il rischio di un approccio keynesiano frainteso che s’affidi solo alla ripresa dei consumi – come lunedì scorso sul Corriere della Sera scriveva Geminello Alvi - Il futuro dipende piuttosto dal ritorno della produttività a potente e stabile crescita e uno shock d’investimenti infrastrutturali che ci riporti, anzi superi, i livelli di prima della crisi”.

Non un tema dunque eludibile quello degli investimenti infrastrutturali in attesa che Lega e Cinquestelle su questo punto trovino la quadra tra vagheggiate politiche di sviluppo e retoriche da decrescita felice.

Da capire quale dovrebbe essere il sistema di reclutamento del personale docente, come si ripristina la continuità didattica, se e come dovrebbe avvenire la rivisitazione del sistema degli istituti comprensivi

L’altro silenzio assordante è su scuola e formazione. Un’altra rimozione fosforescente considerando che è soprattutto sul fronte della scuola che il Pd ha registrato le perdite di consenso più pesanti e dolorose. Un fronte su cui Lega e Cinquestelle hanno impiegato l’artiglieria pesante puntando al bersaglio della Buona scuola renziana. Nel contratto di governo pentaleghista viene detto di voler riportare l’istruzione al centro dopo anni di riforme inadeguate. Vi si parla di una “buona qualità dell’insegnamento”, ritenuta “condizione indispensabile” per la formazione dei giovani.

E, ancora, che la scuola “dovrà essere in grado di fornire glistrumenti adeguati per affrontare il futuro con fiducia”. Concetti generici, operativamente sarebbe da capire quale dovrebbe essere il sistema di reclutamento del personale docente, come si ripristina la continuità didattica, se e come dovrebbe avvenire la rivisitazione del sistema degli istituti comprensivi, se c’è un piano articolato per l’edilizia scolastica. “Dateci il tempo di lavorare” ha detto Conte nella sua replica a palazzo Madama.

Ha ragione, il governo è appena nato ed è sui fatti che dovrà essere giudicato. Di più all’esecutivo andrebbe anche concessa una libertà di modulazione sui tempi e i modi per l’attuazione del suo programma fondato sulla stipula d’un contratto indotta da circostanze molto particolari. Ma sui temi di cui s’è detto non è questione di tempo ma di chiarezza di intenti, di una decisione politica che ancora non è stata presa.

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