11 Giugno Giu 2018 0730 11 giugno 2018

Amministrative, la Lega si mangia i Cinque Stelle. E ora per Di Maio sono guai

Il voto romano è una debacle per Raggi. I pentastellati prendono pochi voti ovunque e la loro politica è succube di quella leghista. Il “grande cambiamento” è solo un gran casino e su Di Maio si addensano nubi fosche

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Pensavamo un po' tutti che il Cinque Stelle avesse un rapporto o i suoi lettori ai limiti del mistico, più una fede che una scelta politica, e magari anche loro immaginavano che fosse così: che potessero permettersi molte cose senza pagare comunque un pegno elettorale. I risultati delle amministrative dimostrano che non è così, e la riprova arriva soprattutto dalla scena romana dove in entrambi i Municipi dove si è votato – enclave grandi come una media città italiana – i grillini, solo due anni fa vincitori assoluti, vivono una giornata di autentica debacle. No, la politica dei tempi nuovi non è una religione, e nemmeno una affiliazione ideologica senza condizioni, assimilabile alle adesioni novecentesche ai partiti di massa. Se sbagli, paghi. Se governi male, paghi. Se prometti e non mantieni, paghi. Se – come è successo nelle ultime ore – appari come socio di minoranza di una forza molto lontana dal tuo racconto, paghi. E non ci sarà hastag di successo o campagna social che ti potrà salvare dal Ciaone dei cittadini.

È solo un voto locale, dicono in molti, ed è vero. Contano i candidati, contano le liste, contano gli apparentamenti. Il M5S è sicuramente stato penalizzato dalla scelta di correre da solo. Negli altri schieramenti, grazie all'associazione degli uomini di Pd e Centrodestra con miriadi di civiche, si è avuto il solito effetto di moltiplicazione del consenso. Tutto giusto. Ma emerge evidente dal risultato un sussulto di razionalità degli elettori, pronti solo tre mesi fa al voto di protesta o di contestazione a livello nazionale ma improvvisamente cauti quando si parla del cortile di casa loro, dei Comuni che gestiscono i servizi destinati ai loro anziani, ai loro bambini, alle loro case. Lì la voglia di avventura probabilmente si è fermata, e l'usato sicuro ha ancora un suo perché, come dimostra il caso clamoroso di Claudio Scajola in testa a Savona.

Il Movimento Cinque Stelle ora ha la necessità destinale -o vita o morte- di dimostrare ai suoi che non è succube del Carroccio, e di produrre atti simbolici di portata simile alle scelte de Viminale in materia di immigrazione

Quando Giancarlo Giorgetti, tre giorni fa, diceva ai suoi «Mettetevi sulla scrivania una foto di Renzi» intendeva appunto questo. Il voto dei tempi nuovi è volatile, capriccioso, estremamente mobile, anche in tempi molto brevi. La tenacia con cui Matteo Salvini ha gestito la campagna per le amministrative – arrivando al punto di abbandonare la seduta di presentazione del governo alla Camera per andare a fare comizi – è figlia di questo ragionamento, così come le scelte-choc in materia di immigrazione (vedi la chiusura dei porti alla nave Aquarius) alla vigilia delle urne. Al momento è premiata. Ma sarà il secondo turno a dirci quale tipo di premio di aggiudicheranno i candidati della Lega. Ai ballottaggi, l'elettorato Cinque Stelle tornerà ai seggi per aiutare l'alleato nazionale? Oppure si disinteresserà alla partita, o addirittura voterà per i competitori di sinistra per dargli una lezione? Insomma: ci sarà un vero premio o una vittoria di Pirro?

Comunque sia, le amministrative restituiscono un po' di prospettiva a chi sembrava non averne alcuna. Forza Italia e il Pd possono, da oggi, immaginare un rientro in campo nei tempi medi, oltre la strategia del pop corn – sedersi e aspettare – prevalente a sinistra e oltre la resa psicologica al leghismo che sembra dominare a destra. Nella campagna elettorale permanente che ormai è dato assodato della politica italiana, è immaginabile che la contesa tra gli alleati di governo sia accesa dal voto amministrativo e dagli eventi che lo hanno preceduto.

Il Movimento Cinque Stelle ora ha la necessità destinale -o vita o morte- di dimostrare ai suoi che non è succube del Carroccio, e di produrre atti simbolici di portata simile alle scelte de Viminale in materia di immigrazione. E se la spirale delle opposte propagande non promette nulla di buono per il Paese, certo offrirà argomenti a chi è rimasto fuori dalla partita e non vede l'ora di dimostrare che il “grande cambiamento” è in realtà un gran casino.

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