14 Giugno Giu 2018 0830 14 giugno 2018

Di Maio colpito e (quasi) affondato: Salvini e il fuoco amico l'hanno già fatto a pezzi

Il caso Aquarius, gli arresti per lo stadio di Roma, le amministrative. Il giovane leader dei Cinque Stelle è sempre più debole, immobile, succube dello scomodo alleato leghista

Gigetto Di Maio

Non è il momento più felice, nella pur breve carriera politica di Luigi Di Maio. Accogliamo l’obiezione: chissà come saranno i momenti felici, visto che il trentunenne capo politico del Movimento Cinque Stelle ha appena vinto le elezioni, è andato al governo e si è preso per sé pure il super ministero dello Sviluppo Economico e del Lavoro. Vero. Eppure la politica non è roba di medagliette da appuntarsi al petto, ma una cosa un po’ più complessa.

Oggi è la complessità che si sta mangiando, boccone dopo boccone, Luigi Di Maio, dimostrandone impietosamente tutti i limiti. Una complessità che ha le fauci di Matteo Salvini, controparte cannibale dell’alleanza giallo-verde, che dal giorno del giuramento sta imperversando ogni minuto imprimendo la sua agenda all’esecutivo. Il caso della nave Aquarius carica di 629 richiedenti asilo, cui il ministro dell’interno ha negato il permesso di attraccare in un porto italiano, non è che la punta dell’iceberg, la rappresentazione più conclamata, di questa subalternità. Una mossa, questa, che Di Maio ha solamente avallato ex post, come fosse un Alfano qualunque, sebbene non fosse prevista dal contratto di governo tra le due forze politiche.

La grana dell’inchiesta sul nuovo stadio della Roma, e soprattutto l’arresto di Luca Lanzalone dimostra una volta di più le difficoltà enormi che i Cinque Stelle hanno nel selezionare la loro classe dirigente, e più in generale nella distanza enorme che devono colmare tra le aspettative che generano e la realtà con cui devono fare i conti

Fosse solo Salvini, il problema. Se Di Maio si nasconde dietro il corpulento alleato è perché, evidentemente, qualcosa non quadra all’interno del Movimento. Gli spifferi parlano di un diffuso malessere verso la tensione ultra-governista del giovane leader di Pomigliano d’Arco, una tensione che attraversa trasversalmente il Movimento dai suoi leader più radicali, alle sue frange più di sinistra, a una base che si aspettava maggior ortodossia, dopo il voto. Attenzione ai tempi: dalle dichiarazioni di Di Maio in appoggio a Salvini alle benedizioni di Beppe Grillo e Alessandro Di Battista, arrivate curiosamente assieme, passano più di 24 ore. Non sappiamo siano sincere o meno, richieste da Di Maio o meno. Di sicuro ci hanno messo un po’, ad arrivare. E in mezzo c’è stato il post cancellato del sindaco di Livorno Filippo Nogarin, che l’Aquarius l’avrebbe fatta sbarcare volentieri, ma che ha ritrattato «per non mettere in difficoltà il governo», cioè Di Maio. E il silenzio assordante del presidente della Camera Roberto Fico, che solo il giorno prima aveva ricevuto a Montecitorio i rappresentanti di Medici Senza Frontiere, una delle Ong attive nel mediterraneo.

Non bastasse, ora è anche arrivata la grana dell’inchiesta sul nuovo stadio della Roma, e soprattutto l’arresto di Luca Lanzalone, avvocato genovese, vicinissimo a Di Maio, superconsulente della sindaca Raggi per la partita dell’impianto di Tor di Valle, presidente di Acea, la municipalizzata dell’acqua romana, cacciatore di teste per le nomine nelle partecipate del Movimento, nomine che sono tema di queste ore, peraltro. Si tratta di una botta pesantissima, tanto simbolica quanto sostanziale, che dimostra una volta di più le difficoltà enormi che i Cinque Stelle hanno nel selezionare la loro classe dirigente, e più in generale nella distanza enorme che devono colmare tra le aspettative che generano e la realtà con cui devono fare i conti. Se chi ha selezionato i nomi che i Cinque Stelle metteranno nei consigli di amministrazioni pubbliche è un manager a sua volta in galera, qualcosa non torna.

La debacle elettorale alle amministrative, meno 70% dei voti rispetto alle politiche, è forse la cosa apparentemente meno preoccupante, in tutto questo. Roma e Torino a parte, i Cinque Stelle sono sempre andati peggio, nelle elezioni locali, e sempre più si stanno connaturando come un grande movimento d’opinione su tematiche di interesse nazionale. Ma quando sei al governo, le elezioni sono un termometro importante per capire come stanno andando le cose, il gradimento della propria base rispetto all’azione dell’esecutivo e per la situazione del Paese. Se così fosse, anche solo in parte, forse stavolta Di Maio dovrebbe preoccuparsi pure di questo. Perché quel che gli sta dicendo l’elettorato è che così non va, proprio per nulla. Per ora, sottovoce. Domani chissà.

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