15 Giugno Giu 2018 0735 15 giugno 2018

Il libro sull’Italia di Scanzi è solo product placement. Leggete Piovene, uno che ama davvero i luoghi che incontra

Il bastone e la carota. Un libro stroncato e uno elogiato alla settimana. Nel suo ultimo libro il giornalista del Fatto non fa altro che scrivere (male) dei fatti (e dei fati) suoi. Se volete leggere un vero tour dell'Italia recuperate Piovene che sprofonda nei luoghi e annega l'io petulante

Scanzi_Linkiesta
Dalla pagina Facebook di Andrea Scanzi

Il bastone. Da un giornalista pretendiamo almeno due cose. Uno: che non ci disintegri le palle coi fatti suoi, fragorosamente irrisori – a meno che non sia Curzio Malaparte. Due: evitare la pubblicità, più o meno occulta. Andrea Scanzi scansa entrambe le regole auree, aggravando la situazione. Scrive male. Malissimo. Come uno che digiti qualcosa sull’iPhone, mentre sfreccia a 300 all’ora in autostrada. Il “Viaggio sentimentale in un’Italia che resiste” – questo il sottopancia dell’ultimo libro di Scanzi – più che altro è un tour nella tracotanza di Scanzi, “firma di punta del Fatto Quotidiano” (così l’umile nota bio, da vegano dell’ego) per cui la “carrellata di avamposti di resistenza e utopia” è un vile pretesto, un orinatoio di perbenismo e di frasi fatte (fatte, appunto, di “resistenza”, “utopia”, “ribellione”, “natura incontaminata”, “vecchi 45 giri”, Harley Davidson e tutta la baraccopoli neosessantottina), dove a resistere, disintegrando i borghi e i siti, è solo lui, nient’altro che lui, Scanzi, occhi azzurri&languidi compresi, in copertina (caso mai la lettrice, pregiudizialmente donna, ardesse dal desiderio di farsi scorrazzare in motocicletta dal giornalista belloccio). Così – regola numero uno in oblio – Scanzi scrive di Luino informandoci che “durante una tournée in teatro in cui feci tutti sold out, a Luino non funzionò quasi nulla”, e che ca**o ce ne frega, e passa da Sanremo perché “a febbraio 2018 sono stato scelto da Claudio Baglioni come uno dei giurati di qualità”, cosa che, a rigore di qualità giornalistica, è del tutto ininfluente, vanità delle vanità. Ma Scanzi – più viziato che scanzonato – se ne fotte, è il Re Mida del giornalismo, ogni pernacchia – purché priva di ornamentali aggettivi – se la fa pagare oro. Così, nella gita tra i luoghi comuni più che tra i luoghi reali, scopriamo che a Scanzi il mare “piaceva di più in inverno” – questa l’abbiamo già sentita da Enrico Ruggeri – e che gli piacciono tanto anche gli Scritti corsari di Pier Paolo Pasolini, “vertigine lirica e civile tra le più alte del Novecento”, definizione buona per rimbambire i fan. Soprattutto, però, Scanzi contravviene alla regola numero due. Si limita ad accennare ai paesi beatificati dalla sua mistica presenza, e fa pubblicità a chi piace a lui, agli amici suoi, chissà. La lista, in questo caso, è lunga: Scanzi promuove “i vini concupiscenti di Ezio Cerruti”, “il Barbaresco di Paolo Veglio”, “il Dolcetto lento e silenzioso di Flavio Roddolo”, e poi “l’Hotel Brezza” di Barolo, nelle Langhe, e poi c’è l’“Antico Posto di Ristoro” di Anghiari, e poi “un caffè marocchino alle Cattive Abitudini”, e poi scatta la ‘marchetta’ al “Collisioni Festival”, e una al “Castello di Potentino… che adesso è uno splendido b&b”. Ecco, direi che quell’aggettivo, splendido, non richiesto, da svergognato, non è proprio un esempio di vertiginoso giornalismo. Ma c’è un’altra cosa ancora più grave. Scanzi, il guapo del giornalismo italiano, si vanta delle sue amicizie vip, d’altronde anche lui è un vip, una star, in barba alla somma delle regole giornalistiche – essere ultimo tra gli ultimi, per ascoltare tutti. Lui, Scanzi, è uno che parla con Ivano Fossati (pagina 18), uno che ammira Riccardo Fogli che esce dall’ascensore (pagina 108) perché durante il Festival di Sanremo “ho alloggiato nello stesso hotel degli artisti”, e che al Collisioni Festival, insomma, “ero con Carlo Verdone” (pagina 114), mica con un coglione qualunque. Improvvisamente, però, Scanzi è trafitto dalla realtà. Accade nel capitolo quinto del libro, s’intitola Autogrill. Quello che sta alla cassa dell’“area di servizio Rubicone Est” – siamo sulla A14, all’altezza di Rimini – confessa i suoi tremori esistenziali, cioè le sue sfighe. “Ascolto tutto, senza parlare… e allora ti dici che da quel momento amerai ancora di più la vita… solo che poi torni a darla per scontata”. Perbenismo pietista, patetico pruriginoso, avete ragione. Ma la domanda che dovete farvi è un’altra. Perché Scanzi s’è mosso a pietà e ha ascoltato la storia del pio lavoratore vessato dalla vita? “Vado alla cassa. Il ragazzo mi riconosce. Ci tiene a non farmi pagare”. Capito tutto. La viltà dell’ego. Inappagata. Impagabile.

Andrea Scanzi, Con i piedi ben piantati sulle nuvole, Rizzoli 2018, pp.188, euro 18,00

La carota. A pagina 126 della guida nell’ego di Scanzi, dopo l’ennesima minzione fuori dal vasetto – riguardo a “gli unici famosi nati qua”, il bell’Andrea fa: “noi aretini, per dire, abbiamo Pupo, la Boschi e persino Scanzi” – si fa menzione di Guido Piovene, che “come quasi sempre, aveva ragione”. Proprio così, gettiamo Scanzi nello scantinato degli oggetti da dimenticare. Piovene, scrittore di genio e giornalista assoluto, dal maggio all’ottobre 1956, “per incarico della Rai”, compie il memorabile Viaggio in Italia, che è ancora oggi il bigino per il buon giornalismo e si legge come l’inatteso Grande Romanzo Italiano. Piovene sprofonda nei luoghi, osserva, annienta l’io petulante – non ci ricorda di aver scritto un romanzo memorabile come Lettere di una novizia né di essere una delle ‘firme di punta’ del Corriere della Sera – mette in ampolla l’anima, l’identità di quel paese, di quel campanile. L’esito è un libro pittorico e spietato, dove vien fuori un’Italia dalla “classe dirigente esigua e attaccata al potere, coi giornali occupati sempre dagli stessi nomi e dalle stesse facce, con gli stessi problemi che ritornano con le stesse formule” (non è forse il Belpaese massacrato dalle urla e dalle ovvietà di oggi?), ma pure una Italia dalle mille, polifoniche leggende. Così, c’è la Torino che “fornisce ad un’altra burocrazia, quella dei partiti politici, una minoranza di ‘duri’, di metodici, di sistematici”, quintessenza del “comunismo piemontese”, che è “carducciano” e “abatino, che mescola Marx e Proust” (magari!); c’è la Milano dalla “bellezza lombarda, meno rigorosa e chiusa, e perciò più difficile a intenderla a prima vista, di quella veneta e toscana”; c’è la Romagna “estremista, difficile, violenta, e dominata dai tabù” – come malignano i bolognesi – e Bologna, “bella per la carica, per l’abbondanza del colore; ed il colore che la satura è prevalentemente il rosso o il rossastro, il più fisico, quello che richiama di più al corpo ed al sangue umani”, e poi c’è la Napoli “che si avvicina a Parigi”. Se Scanzi ha aggettivi solo per sé, Piovene è un genio nell’aggettivare, usa l’aggettivo come Simone Martini sceglie i suoi clamorosi blu, come il Pontormo eleva il rosa e il verde a perpetua commozione, il Viaggio in Italia va imposto come manuale nei corsi di aggiornamento – per lo più pallosi – per giornalisti di professione. Se per Scanzi Genova è “Genova, certo”, esiste perché l’ha studiata alle elementari, per Piovene “tra l’azzurro ed il bianco, sul fondo dei colli di un verde opaco, Genova è misteriosa al modo di Londra”. Sentite il passo d’eleganza schiacciante? Piovene parla di Genova e siamo già nel mezzo di un romanzo, parla di “una trattoria in cui mi fermo per mangiare” – senza pubblicizzarne nome&cognome, a differenza di Scanzi – ed estrae dal nulla un personaggio degno di racconto: “il padrone… ha un nome di gladiatore romano, Chilone, e si lagna con me d’essere il più piccolo della famiglia. È alto uno e novanta”, d’altronde, “si scorgono a Lugo volti rinascimentali, di stampo malatestiano, volti di medaglia dal naso grande, sottile ed uncinato”. Abbiamo capito tutto. Scanzi fa teatro, Piovene è uno scrittore; Scanzi ama se stesso, solo quello, Piovene ha il coraggio di amare le pietre che incontra, gli uomini che osserva, ambisce, con la scrittura, a salvare tutto il resto del mondo tranne se stesso, perché questa è la gloria e la condanna dello scrittore.

Guido Piovene, Viaggio in Italia, Bompiani 2017, pp.890, euro 20,00

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