Stop al Quantitative Easing: la pacchia è finita, per noi

Doveva essere una finestra di opportunità per cambiare faccia alla nostra economia, ma l’abbiamo usata per tirare a campare. E adesso, con buona pace di chi getta acqua sul fuoco, sono guai seri

Draghi Linkiesta

Daniel ROLAND / AFP

15 Giugno Giu 2018 0755 15 giugno 2018 15 Giugno 2018 - 07:55
WebSim News

Avete presente quando in Formula1, a seguito di un incidente, entra in pista la safety car, e le monoposto devono procedervi alle spalle, in fila ordinata, azzerando o quasi le distanze tra loro? Ecco, noi e il nostro debito pubblico, per tre anni, siamo stati dietro alla safety car del Quantitative Easing di Mario Draghi. Un elemento esterno ha ridotto significativamente le differenze tra i tassi d’interesse tra i titoli italiani e quelli tedeschi. Che ha fatto crescere, anche se di poco, l’inflazione, cosa che, in teoria, aumenta la propensione al consumo e diminuisce il peso del debito pubblico italiano (100 euro prestati ieri valgono meno di quelli che dovremo restituire domani). Che ha ripulito, in parte, i bilanci delle banche di casa nostra, che erano piene zeppe di buoni del tesoro italiani. Che, come un gigantesco ombrello, fin dai tempi della sua enunciazione, ha reso impossibile ogni attacco speculativo sui Paesi più in difficoltà.

Tutto bello. Ma l’obiettivo ultimo del Quantitative Easing doveva essere quello di dare sufficiente ossigeno per una seria revisione della spesa pubblica italiana e per avviare quelle misure necessarie a porre in essere un rilancio significativo della produttività delle nostre imprese e della nostra crescita economica. In poche parole, perdonate l’abusatissima frase fatta, una “finestra d’opportunità”, nemmeno troppo breve, per riformare drasticamente l’Italia. Il tutto - badate bene, sovranisti di tutta la Penisola - senza usare il bastone delle Troika che hanno dovuto subire Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna - bensì con la carota di una Banca Centrale amica che comprava senza chiedere nulla in cambio.

Il banco di prova numero uno, ovviamente, sarà la legge di bilancio del 2018, la prima del governo gialloverde. E non vorremmo essere nei panni di Giovanni Tria, cui toccherà il difficile compito di spiegare a Salvini e Di Maio che i soldi non ci sono, che è già tanto se scongiureremo un aumento dell’Iva al 25% e che un eventuale sforamento dei parametri di Maastricht, senza l’ombrello dell’Eurotower, rischia di innescare una tempesta speculativa sull’Italia che non sappiamo dove ci porterebbe

Tutto bello, ma come al solito accade da queste parti, un minuto dopo la concessone del regalo abbiamo cominciato a volere di più. A chiedere di potere fare più deficit, a pretendere ulteriori allentamenti al patto di stabilità, a pietire aiuti di stato per il nostro sistema bancario malato e via così, in una corsa a perdifiato a chi la sparava più grossa, che ha avuto come risultato la lisergica campagna elettorale del 4 marzo scorso, in cui ogni forza politica ha messo in campo proposte costosissime. Col risultato inevitabile - conoscendo i polli che abitano la Penisola - che a vincere siano state proprio le forze politiche che l’avevano sparata più grossa.

Sarebbe da ridere, se non fosse da piangere: proprio ora, nel momento in cui mezzo Paese si aspetta la controriforma delle pensioni, una drastica riduzione della pressione fiscale, una misura universale di sostegno al reddito, asili nido gratis, assunzioni a pioggia nella pubblica amministrazione, il tutto allegramente in deficit, la safety car ha deciso di uscire dalla pista. Sapete cosa vuol dire, vero? Che il differenziale nel tasso d'interesse tra i titoli di Stato italiani e tedeschi tornerà a salire al suo ritmo naturale, che è più o meno quello che separa la Ferrari dalla Toro Rosso. Che rifinanziare il nostro debito costerà sempre di più, soprattutto se verrà usato per misure che non stimolano la crescita economica. Che qualcuno comincerà a chiedersi se non è il caso di vendere Btp e comprare altro.

A questo quadretto, non esattamente idilliaco, aggiungeteci l’annunciato, fisiologico e più che probabile declassamento del debito italiano da parte delle agenzie di rating, Moody’s in particolare, che ci porterà alla soglia dell’infame categoria di “titoli spazzatura”, cosa che rischia di trascinare verso il basso pure le nostre banche, in particolare quelle ancora in difficoltà come il Monte dei Paschi. Ciliegina sulla torta, il tutto avverrà in una fase di rallentamento dell’economia europea, di cui l’Italia è il fanalino di coda.

Il banco di prova numero uno, ovviamente, sarà la legge di bilancio del 2018, la prima del governo gialloverde. E non vorremmo essere nei panni di Giovanni Tria, cui toccherà il difficile compito di spiegare a Salvini e Di Maio che i soldi non ci sono, che è già tanto se scongiureremo un aumento dell’Iva al 25% e che un eventuale sforamento dei parametri di Maastricht, senza l’ombrello dell’Eurotower, rischia di innescare una tempesta speculativa sull’Italia che non sappiamo dove ci porterebbe. In altre parole, che tutte le promesse della campagna elettorale dovranno essere ricacciate in gola. E che qualcuno dovrà dirlo a sessanta milioni di poveri illusi.

Certo, ci sarà sempre un migrante o un tecnocrate, o un governo precedente su cui riversare la colpa, e Salvini e Di Maio sono campioni mondiali nella costruzione di capri espiatori. Ma la verità è che per un anno almeno hanno mentito sapendo di mentire, e che facendolo hanno costruito una bomba sociale a forma di Stivale che useranno come arma di ricatto definitiva per chiedere una specie di aiuto umanitario all’Unione Europea, minacciando di far bruciare il mondo, se non accadrà. Spiacenti, la vera faccia del governo del cambiamento è questa. La pacchia è finita, ma stavolta i richiedenti asilo siamo noi.

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