Claudio e Valentino: gli untori dell'Aids che pretendono di curarsi diffondendo la malattia

La polizia ha pubblicato l'identità dell'uomo sieropositivo che negava di essere malato e contava le sue prede vantandosi. Una storia simile a quella di Valentino Talluto, il romano arrestato un anno fa che colpiva con una strategia precisa, metodica e rigorosa

Hiv Linkiesta
16 Giugno Giu 2018 0745 16 giugno 2018 16 Giugno 2018 - 07:45

La polizia ha pubblicato nome cognome e foto del nuovo untore di aids: si chiama Claudio Pinti, 36 anni di Ancona. Chi con quello sciagurato ha avuto rapporti sessuali può riconoscerne il male, curandosi ed evitando di diffonderlo. Non basta, qualcosa sempre brucerà. Claudio Pinti contava le sue prede con piacere, vantandosene. “Ho avuto 226 donne” ha detto all’ultima, quella che poi lo ha denunciato, faceva il trasportatore ma aveva smesso di lavorare, avido di adescamenti, di donne ma anche uomini e transessuali. L’Aids era la sua arma, con cui avrebbe falciato tutti. Il demone usava chat erotiche con annunci: chi raccoglieva l’invito e rispondeva alla sua sollecitazione, era perduto; folli le sue unghiate fatali: “L’hiv non esiste io non sono malato. Sono i farmaci anti-aids che uccidono.” Così ha dichiarato. Risultava positivo ma poi diceva a sé di non esserlo più, da vero negazionista fabbricava prove per avvallare la propria negazione.

E per dare fondamento al suo delirio non si è curato, ha continuato ad avere rapporti come se nulla fosse e a chi aveva trasmesso l’aids diceva di fare come lui, impartendogli ordini, “se non fai come me, e cedi prendendo i farmaci muore di sicuro”. Questo il suo vanto, così ha costretto la sua ex compagna, morta l’anno precedente e che probabilmente il folle aveva contagiato, a non curarsi.

Claudio Pinti è un promiscuo che non tollera minimamente alcun impedimento, e guarda con sospetto ogni restrizione esterna alla sua condotta. E cosi quando ha contratto l’aids, ha restituito il colpo, negandolo. L’aids non esiste, è una congettura, e come tutte le congetture la si può smontare, sulla propria pelle e quella altrui.

L’altro anno c’è stato il caso Valentino Talluto, condannato a trent’anni per aver volontariamente contagiato donne, una trentina; la sua condotta il pm l’ha definita "improntata alla ossessiva spasmodica e patologica ricerca di intrattenere rapporti sessuali promiscui con chiunque frequentava locali per scambisti". Aveva una strategia precisa, metodica e rigorosa nell'andare a caccia di vittime. Come fanno i serial killer. Come l’altro, Valentino Talluto, usava le chat per abbordare e abbindolare le donne. Agiva però gradualmente, le ricopriva prima di regali, e complimenti, e poi al momento giusto iniettava loro il suo veleno. Molte donne sono cadute nella sua trappola, anche chi non si fidava, anche chi opponeva una qualche resistenza e aveva chiesto rapporti protetti, ma Valentino Talluto le aveva subdolamente ingannate, esibendo un certificato falso. Di Talluto si sa che era orfano, aveva perso presto entrambi i genitori, la madre morta a causa dell'Aids.

Se tra il 500 e 600 la peste era attribuita agli untori e gli untori erano quasi sempre innocenti, appartenenti alle categorie più deboli e inermi su cui ci si poteva scagliare contro senza remore, eleggendoli a capri espiatori dei propri mali. Qui al contrario questi due uomini ungono l’altro proprio di quel male che hanno dentro e da cui possono guarire soltanto diffondendolo

Se l’altro nega che l’aids esiste, Valentino sa molto bene che c’è e quando lo contrae non dice a sé: “sono io ad averlo contratto, il responsabile di quello che mi capita sono io”, al contrario da la colpa all’altro, e così si vendica, gli è stato fatto un danno, e quindi farà agli altri quello che ha subìto lui. Diffonderà il male, e diffondendolo avrà l’illusione di moltiplicarlo, di moltiplicare il dolore, farà ancora più danni di quelli che lui stesso ha subito, e così nella sua logica avrà superato in cattiveria e ferocia, colei, che lo ha contagiato. E poi che piacere sapere che le vittime non possono più fare niente, dal momento che il male è stato trasmesso loro. Adesso ce l’hanno, e se lo devono tenere, non possono cambiare la loro condizione, devono prendere farmaci a vita, hanno una malattia che non passa, che pur se non è presente e non si fa sentire è nel sangue, scorre dentro. Ma la cosa peggiore non è la malattia in sé sopportabile, ma il trauma di averla contratta in questo modo, di sapere che qualcuno volontariamente ha deciso di infliggertela o perché crede che non esista o perché invece sa che esiste e non vede l’ora di trasmetterla. E la trasmette su di te che non gli hai fatto alcun male, e qualunque punizione anche la più dura contro il carnefice non ti toglie l’idea che egli ha raggiunto il suo scopo. È questo a rendere tutto più traumatico.

Se tra il 500 e 600 la peste era attribuita agli untori e gli untori erano quasi sempre innocenti, appartenenti alle categorie più deboli e inermi su cui ci si poteva scagliare contro senza remore, eleggendoli a capri espiatori dei propri mali. Qui al contrario questi due uomini ungono l’altro proprio di quel male che hanno dentro e da cui possono guarire soltanto diffondendolo.

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