16 Giugno Giu 2018 0744 16 giugno 2018

Claudio Martelli: «Il governo populista è realtà, quando lo sarà l'opposizione?»

Le élite? Hanno sottovalutato gli effetti di lungo termine della crisi. Il destino dei populisti? Hanno saputo conquistare il consenso, ma non credo riusciranno a canalizzarlo costruttivamente, non hanno un progetto. L'intervista all'ex ministro della Giustizia

Martelli2 Linkiesta

Il governo populista è realtà, quando lo sarà l'opposizione?

George Bernard Shaw ha detto una volta che il tipo d’uomo più dotato di sensibilità che conosceva era il suo sarto perché ogni volta gli prendeva le misure daccapo. Claudio Martelli – esponente storico del Psi, ministro, analista, saggista – è un politico capace di uno sguardo spregiudicato sulla realtà; come il sarto di Bernard Shaw non ha mai smesso di prendere ogni volta le misure alla realtà. In questi giorni sta mettendo a punto un ciclo di interventi dal titolo La resistibile ascesa del nazionalpopulismo che dal prossimo 20 giugno (poi il 27 giugno e il 10 luglio) terrà al teatro Parenti di Milano. Il colloquio con Linkiesta si svolge sullo sfondo di questo tema.

Dall’America di Trump alla Brexit passando naturalmente per l’Italia di Salvini e Di Maio appare abbastanza chiaro che il vecchio ordine ereditato dal novecento sia andato in frantumi, meno chiari i contorni e il senso di ciò che sta nascendo. Lei che impressione ha di fronte al mondo nuovo che si va formando?

Io non penso che questa nuova fase del mondo sia una negazione assoluta ed esplicita della tavola dei valori posta dal secondo Novecento. Vedo contestati dal fronte nazionalpopulista, questo sì, molti effetti pratici di quell’universo. Più esattamente vedo in atto la volontà di rompere quella che un giornalista televisivo ha per anni definito, con il titolo di una sua trasmissione, la gabbia. La gabbia dell’Unione europea, la gabbia degli accordi internazionali nel caso di Trump, dei vincoli continentali per i nazionalisti inglesi che hanno votato per la Brexit.

Si dice che questa rottura sia il portato di una lunga gestazione, non un fulmine a ciel sereno.

Sì, certo. Ma trovo curioso che a contestare questo mondo siano i suoi massimi beneficiati. Vede si può capire Orban il leader di un paese piccolo e periferico come l’Ungheria la cui nazionalità è stata compressa per mezzo secolo dal comunismo sovietico e che oggi, dopo le aspettative generate dal crollo del muro di Berlino si sente stretto e frustrato nella gabbia europea. Ma che lo stesso sentimento agiti per dire il popolo americano è, ripeto, curioso. Di che cosa si lamenta il paese più potente del mondo, il più ricco, quello che ha dettato legge nell’ultimo secolo? E’ una domanda legittima penso. Eppure l’America che rappresenta Trump si sente danneggiata da un regime di scambi sfavorevole, poi dal fiume di immigrati che vengono dal Messico, poi dal sistema del commercio continentale americano. Allora mi dico all’origine di questo grande scontento ci sono pure dei motivi economici – disoccupazione, delocalizzazione, impoverimento – ma soprattutto c’è un senso di perdita di identità, di paura.

Un sentimento irrazionale: secondo lei il populismo è una bolla emotiva

E’ un sentimento potente che arriva fino al governatore della Lombardia: la regione più ricca d’Italia. Vede Fontana si è recentemente interrogato se si debba “accettare il destino che la razza bianca sia sostituita”, così ha detto. Ma davvero crediamo a questo? L’Italia ha una popolazione di immigrati dell’8/9 per cento, non siamo di fronte a un’invasione e la Lombardia non è la Los Angeles degli scontri razziali. E dunque? Se non c’è una minaccia reale cosa c’è? C’è il timore di perdere la propria supremazia, c’è un sentimento suprematista che si sente minacciato…

Non negherà che l’immigrazione pone dei problemi e disagi reali concentrati su settori della società italiana più culturalmente fragili e socialmente esposti

Ma certo, chi nega questo, io no di certo. Dico che è ingigantita la percezione dell’allarme. Conosco il problema di cui stiamo parlando, ho scritto io la prima legge sull’immigrazione. Quella legge nasce dopo l’omicidio avvenuto in Calabria di un giovane sudafricano, Jerry Maslow, che era venuto in Italia a cercare una vita più dignitosa. Quel ragazzo fu assassinato perché difendeva i suoi compagni di lavoro. Non voglio dire che non è cambiato nulla ma le reazioni sono le stesse ieri come oggi, e precedono lo stesso divampare di un fenomeno.

Reazioni istintive.

Credo di sì. Io non penso che un ragazzo, anche povero, che ha fatto l’Erasmus reagisca di fronte alla contaminazione culturale in corso con questi riflessi di rifiuto e di paura. Emozioni che diventano contagiose e che abbassano la soglia razionale. Un anno fa un tassista di Padova che ho conosciuto durante una corsa mi disse che aveva stima per me, che avevo fatto molte cose buone, ma ne avevo fatta secondo lui una proprio imperdonabile. La legge del ‘90 sul regolamento dei flussi migratori. “Quanti ne avete fatti entrare!” mi ha detto. Io gli ho risposto che quella legge regolamentava gli ingressi e gli ho ricordato che piuttosto un ministro della Lega - il partito che fa più casino sull’immigrazione - ha fatto la più colossale sanatoria della storia d’Italia dando a 800mila persone il permesso di soggiorno. Niente da fare, i miei argomenti non lo convincevano: scuoteva la testa.

Il divorzio tra elite e popolo consiste in fondo nella rottura del patto di fiducia: “tutto quello che ci avete raccontato fino ad oggi è falso”.

iIl divorzio deriva dalla sottovalutazione delle classi dirigenti degli effetti di lunga portata della crisi economica dell’ultimo decennio. Chi ha governato e chi ha mantenuto i suoi standard di benessere non ha capito che cosa stava succedendo. E queste distrazioni si pagano care. Il conto infatti è arrivato. Il problema è chi incassa politicamente questo conto. Le forze a capo della rivolta hanno saputo conquistare la forza del dissenso ma sapranno canalizzarlo costruttivamente? O continueranno a fomentare rabbia?

Il divorzio collettivo è avvenuto anche rispetto ai media tradizionali che plasmavano un senso comune.

Quando ero ragazzo il Corriere della sera vendeva 1milione 200mila copie. Oggi ne vende un milione in meno. L’agenzia di informazione principale è la tv generalista che in questi anni ha continuamente alimentato questo clima di indignazione permanente a cui si è approvvigionata la parte più anziana, più spaventata della popolazione mentre i giovani si sono rivolti ai social media, rinforzando nelle singole bolle i propri giudizi e pregiudizi. Ho l’impressione che in questi anni si sia perduta quella cultura diffusa da un lato elargita dallo studio rigoroso e dal confronto pubblico alimentato da partiti e giornali e dall’altro dalla vita comunitaria. Ci si è abituati a ragionamenti autistici, senza dialogo, senza elaborazione del passato, senza spinta verso il futuro, schiacciati in un presente difensivo, spaventato. Vedo una mancanza di energia diffusa, un’incapacità di reagire alla crisi aprendosi, dandosi da fare come i ragazzi della mia generazione, me compreso, che sono stati studenti lavoratori, capaci di sacrifici, di sforzi costruttivi. Vedo un ripiegamento, un “ignorantamento” se mi passa il neologismo. Una notte della ragione. Non è la prima volta che l’Europa conosce questo clima.

Lei teme un nuovo fascismo Martelli?

Io vedo che diventano popolari i capi che sfruttano l’ insicurezza, l’alimentano e la fomentano. E’ tornato il culto dell’uomo forte. Putin è molto popolare in Europa e in Italia. C’è una fascinazione irrazionale per la forza, le maniere spicce, per la retorica della rottura con le vecchie elite. Aveva ragione Pareto: la storia è un conflitto di elite. Chi dice “parlo a nome del popolo” incarna una nuova elite che vuole sostituire quella al potere. Poi ci sono elite ed elite, i ladroni di Wall Street e i ladruncoli delle banchette italiane…

Ma così non si rischia di assolvere una classe dirigente internazionale che non si è accorta del maremoto fino a che le onde non hanno sfondato le finestre delle sue torri d’avorio?

No quella va condannata, però bisogna ragionare sul modo con cui punire. Rompere il perimetro comunitario di convivenza civile faticosamente costruito negli ultimi decenni non è la soluzione giusta. Quel perimetro ha contenuto, razionalizzato, armonizzato forze e pulsioni contraddittorie. Come si è rotto è tornato il nazionalismo. E quando si accende un nazionalismo si infiammano tutti gli altri. Prenda il caso Macron, questo fuor d’opera del presidente francese contro l’Italia, ecco io attribuisco questo infortunio alla recrudescenza nazionalistica in corso. Un anno fa Macron diceva che la frontiera francese non è a Ventimiglia ma a Lampedusa manifestando piena solidarietà all’Italia alle prese con la crisi dei profughi. Insomma io questa storia del tradimento delle elite l’ho perfettamente presente e non la nego affatto. Però mi chiedo: le forze che oggi si incaricano di rappresentare la rabbia saranno capaci anche di contenerla, di orientarla? I partiti comunisti occidentali nel secondo Novecento hanno organizzato una profonda protesta di massa all’origine rivoluzionaria. Le forze nazionalpopuliste – torno a domandare - sapranno svolgere la stessa funzione di organizzazione e di contenimento? La guerra fredda avrà anche ingabbiato il mondo ma ha evitato la guerra calda.

Le forze che lei chiama nazionalpopuliste saranno dunque capaci di imbrigliare la rabbia collettiva?

Io credo di no. Perché non hanno visione, progetto. Piuttosto obiettivi immediati, come la conquista del potere su mozioni pulsionali. Per questo hanno continuamente bisogno di alzare i toni.

In Italia durerà l’intesa dei populisti al governo?

Se applicano il contratto di governo l’Italia si perde, se non lo applicano perdono la faccia. Intanto vedo che modulano e rinviano, prendono tempo approfittando dello smarrimento altrui. Salvini è stato abile, una volpe. L’Andreotti del populismo che tiene aperti due forni, uno col centrodestra e uno coi Cinquestelle, è lui. Non so quanto dureranno, dipende. A Roma i Cinquestelle stanno crollando e succedeva già prima di questo sconcio, di questa cricca politico affaristica che vede protagonisti degli uomini vicini a Grillo, Casaleggio e Di Maio. Tuttavia per ora il governo populista è realtà, quando lo sarà l’opposizione?

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