Et voilà, l’Italia è diventata la bomba a mano d’Europa

È in arrivo per l’Europa un momento critico su vari fronti. Dai migranti all’economia, l’Italia è al centro di tutte le questioni fondamentali. E non è in una posizione comoda

Conte_Macron_Linkiesta
16 Giugno Giu 2018 0730 16 giugno 2018 16 Giugno 2018 - 07:30

L’Italia è diventata l’incognita esplosiva d’Europa. Con la nascita del governo Lega-M5S la tradizionale “prevedibilità” dell’azione italiana a Bruxelles è venuta meno e gli altri Stati europei ora osservano – e provano a influenzare – le mosse dell’esecutivo guidato da Giuseppe Conte. Ma scherzano col fuoco. L’Unione europea è infatti chiamata, a partire dal fondamentale Consiglio europeo del prossimo 28-29 giugno e nei mesi successivi, ad affrontare una serie di sfide politiche ed economiche. Alcune di queste potenzialmente distruttive.

L’agenda del vertice di fine giugno è ricca di temi epocali. Lasciamone da parte alcune come la Brexit, dove l’Italia è improbabile che voglia (o possa) scartare rispetto agli altri 26 Stati destinati a rimanere nell’Ue, o le relazioni esterne in senso lato. Su queste ultime infatti, al di là dei proclami, è probabile si registri una sostanziale continuità col passato: eravamo, e restiamo, un interlocutore della Russia pur rimanendo ancorati strategicamente all’Occidente, e sull’Iran è nostro interesse far fronte comune con gli altri Stati europei contro le recenti decisioni dell’amministrazione Trump, per citare i due temi più caldi del momento.

Più interessante è il tema della difesa comune. Qui si vedrà come si declineranno l’allergia del Movimento 5 Stelle alle questioni militari e il sovranismo della Lega, se metteranno a rischio la tradizione italiana di costante partecipazione negli ultimi decenni a iniziative multilaterali. Ma la prima vera grande questione che rischia di spaccare il continente, e in cui l’Italia potrebbe essere la faglia, è quella delle politiche migratorie. Negli ultimi giorni, a ruota del caso della nave Aquarius, l’Italia è stata criticata, blandita, lodata o insultata dai rappresentanti di diversi Stati europei. Il blocco di Visegrad (Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca), l’Austria e il ministro degli Interni tedesco Seehofer – leader della CSU bavarese e “falco” sul tema migranti, anche per contenere nel suo Land la crescita dell’estrema destra di Afd in vista delle imminenti elezioni – stanno provando a tirare Roma dal loro lato della barricata, in nome di una comune linea dura contro l’immigrazione che porti a sigillare i confini esterni dell’Ue.

Alzare muri e barriere di filo spinato può funzionare sui confini terrestri, austriaci o ungheresi e via dicendo, non può funzionare per una penisola che si allunga nel Mediterraneo

Ma l’interesse strategico italiano è un altro. Se alzare muri e barriere di filo spinato può funzionare sui confini terrestri, austriaci o ungheresi e via dicendo, non può funzionare per una penisola che si allunga nel Mediterraneo (e che rispetta il diritto internazionale del mare). Per evitare gli sbarchi si devono evitare le partenze, e per farlo bisogna fare accordi coi paesi africani, il che significa investire decine di miliardi di euro in Africa, aumentando drasticamente gli stanziamenti già previsti. Una spesa che Visegrad e Austria (e altri) difficilmente sarebbero felici di condividere. Allo stesso tempo per l’Italia è fondamentale suddividere tra Paesi europei, in quote, il peso dei migranti che comunque riescono ad arrivare. E di nuovo il gruppo Visegrad e l’Austria sono contrari a un simile esito.

Paradossalmente gli alleati dell’Italia su questo fronte sono soprattutto Spagna (guidata dai socialisti), Portogallo e Grecia (guidati dall’estrema sinistra), con la Germania (in particolare l’ala sinistra del governo di Grande Coalizione) a la Francia (almeno secondo quanto dichiarato da Macron a margine del recente vertice con Conte) come possibili ulteriori interlocutori. Ecco allora che la vicinanza politica dei sovranisti nostrani con quelli al potere in Est e Centro Europa rischia di essere un anello al naso, afferrando il quale questi Paesi stranieri sperano di distogliere l’Italia dalla rotta che verrebbe tracciata dal nostro interesse nazionale.

Partita strettamente collegata a questa è quella del prossimo bilancio pluriennale dell’Ue, 2021-2027. L’Italia punta ad avere la maggior quantità di risorse disponibili e proprio il tema dell’accoglienza dei migranti è il perno su cui potrebbe far forza per ottenere di più. È già previsto nelle bozze di bilancio preparate dalla Commissione che i fondi della politica di coesione (i maggiori all’interno del bilancio comune) possano essere distribuiti su criteri ulteriori rispetto a quello attuale del Pil pro capite, come appunto questione migratoria e occupazionale giovanile. Roma non deve fare altro che insistere nella direzione già tracciata a Bruxelles (di nuovo, andando in questo modo allo scontro con i Paesi di Visegrad, che sono i massimi beneficiari dei criteri attuali e che quindi sono ostili a vederli cambiare).

Partita strettamente collegata a questa è quella del prossimo bilancio pluriennale dell’Ue, 2021-2027. L’Italia punta ad avere la maggior quantità di risorse disponibili e proprio il tema dell’accoglienza dei migranti è il perno su cui potrebbe far forza per ottenere di più

Ma la seconda grande sfida che si giocherà nella Ue, al vertice di fine giugno e a seguire, è quella economica che riguarda l’Eurozona. In questa partita l’Italia ha sicuramente dei nemici nei falchi del rigore: Olanda, l’ala destra del governo tedesco, l’Austria, la Finlandia, le Repubbliche Baltiche, e pochi altri Stati. Paesi a cui va bene lo status quo, contrari tanto ad allentare le politiche di rigore quanto a cedere quote di sovranità economica alle istituzioni comunitarie. Gli alleati naturali dell’Italia su questo fronte sono di nuovo i Paesi del Sud Europa (Spagna, Portogallo, Grecia e – stavolta più convintamente – Francia, che con Macron ha proposto diverse riforme possibili). Ma, anche in questo caso, non è chiaro come il governo Conte deciderà di affrontare la questione, se la volontà di allentare il rigore prevarrà su quella di non cedere altra sovranità economica a Bruxelles. E la mancanza di chiarezza suscita gli appetiti contrastanti dei vari schieramenti europei in campo, col rischio che l’Italia finisca strattonata da più parti in un momento in cui – con l’annuncio della fine del Quantitative easing della Bce a fine 2018 – è fragile ed esposta sui mercati.

Forse l’imprevedibilità italiana si rivelerà un vantaggio, con le posizioni a noi più ostili (rigoriste in economia e sovraniste sulla gestione di crisi comuni, come quella migratoria) costrette a un ammorbidimento, considerato l’interesse della maggioranza degli Stati europei a evitare che Roma cada scatenando un effetto domino. Ma, specularmente c’è il rischio che una violenta torsione, o della narrazione politica dei partiti di governo o dell’interesse nazionale italiano, unite all’irresponsabilità di alcuni alleati europei portino la situazione a deflagrare.

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